L’Italia comunale: mentalità e nascita della società urbana

L'Italia comunale: mentalità e nascita della società urbana

Tra XIII e XIV secolo l’Italia attraversa una fase di profonde trasformazioni politiche, economiche e culturali. Nel Centro-Nord si affermano i Comuni e una vivace società urbana fondata sul commercio e sulla partecipazione civica, mentre nel Sud e nello Stato della Chiesa persistono strutture monarchiche e feudali. In questo contesto nascono nuovi equilibri sociali, si sviluppa l’economia mercantile e prende forma una mentalità diversa, più dinamica e centrata sull’individuo, che segna l’inizio di una nuova fase della storia italiana ed europea.

La situazione politica in Italia tra il Due e Trecento

Il panorama politico dell’Italia nel periodo comunale vede una netta bipartizione tra il Centro-Nord della penisola e il Sud. Nell’area settentrionale e centrale, sin dal secolo XI, si era affermata una fitta rete di città politicamente autonome, che si reggevano con ordinamenti di tipo repubblicano, i Comuni. L’Italia meridionale invece era stabilmente retta da forme monarchiche: prima il regno normanno, poi quello degli Svevi, infine, dal 1266, la dinastia angioina che si era installata a Napoli e, dal 1283, dopo la guerra del Vespro, quella aragonese che era venuta in possesso della Sicilia. Mentre nel nord l’affermarsi delle città aveva progressivamente indebolito ed emarginato il sistema feudale, nel sud esso era rimasto forte e diffuso. Nell’Italia centrale si era poi consolidato lo Stato della Chiesa, una particolare monarchia di tipo teocratico, in cui il potere temporale e quello spirituale erano nelle mani della stessa persona, il pontefice.

Quindi, mentre nelle città del Centro-Nord si era sviluppata una vivace vita civile, fondata sulla partecipazione attiva dei cittadini a consigli e magistrature, ed un’intensa vita economica, basata sullo scambio, nello Stato della Chiesa e nel Sud non vi era nulla di paragonabile a tale fervore. Le strutture sociali ed economiche rimasero più arretrate e statiche, caratterizzate ancora dal sistema feudale. Questa bipartizione fu gravida di conseguenze per il futuro sviluppo politico e sociale dell’Italia, sino ai giorni nostri.

Il particolarismo municipale del Nord Italia

particolarismo municipale del Nord Italia

Comunque anche nel Nord, nonostante la vivacità della vita cittadina, mancava un centro politico unificante. Al particolarismo feudale si sostituiva il particolarismo municipale, che contrapponeva tra loro le varie città. La funzione universale affidata all’autorità dell’imperatore e del papa, pur conservando a lungo un ascendente ideale, risultava sempre più svuotata di contenuti reali. Le pretese dell’imperatore Federico Barbarossa di ristabilire l’autorità imperiale sulle città italiane falliscono dinanzi alla resistenza dei Comuni della Lega Lombarda, che lo sconfiggono nella battaglia di Legnano (1176). Di conseguenza l’autorità imperiale sull’Italia diviene puramente nominale.

Questa crisi del potere universale dell’Impero consente ai Comuni italiani di affermare appieno la loro autonomia, e ciò a sua volta favorisce lo sviluppo civile ed economico, ma lascia libera facoltà di esplodere alle continue guerre delle città tra di loro e delle fazioni rivali all’interno di esse. La conseguenza fu una sostanziale debolezza dell’Italia nei confronti di altri Stati europei.

La Chiesa, i movimenti ereticali e i nuovi ordini mendicanti

Il catarismo

Anche la presenza dello Stato della Chiesa in Italia, nei suoi complessi e mutevoli rapporti con l’autorità imperiale, contribuisce a creare situazioni aspramente conflittuali. La Chiesa, che cerca di difendere e accrescere i propri privilegi, non cessa di partecipare alle vicende del tempo, in un complesso gioco di alleanze e di lotte che coinvolgono l’Impero, le monarchie nazionali e l’emergente forza dei Comuni. Nel corso della prima metà del Duecento i papi sono impegnati a fronteggiare Federico II, che capeggia in Italia il partito ghibellino. Alla morte dell’imperatore, nel vuoto di potere che si determina, la Chiesa si allea con Carlo d’Angiò per consolidare le proprie posizioni, intromettendosi nelle lotte civili tra Guelfi e Ghibellini. Dopo una lunga fase di espansione e di decadenza, a partire dal 1305 la Chiesa vive una grave crisi, che si protrae per ben settant’anni (1309-1377).

Particolarmente difficile risulta distinguere fra le componenti interne, di carattere propriamente religioso, e quelle politiche e sociali. Da un lato, esprimono un’istanza di rinnovamento morale e religioso, che nasce dal disagio di fronte alla ricchezza e al potere temporale della Chiesa. Dall’altro lato, assumono spesso anche forme di protesta sociale e politica. Si tratta di movimenti religiosi che criticano apertamente la corruzione dei costumi e le ingiustizie sociali, mirando a riportare la Chiesa alla purezza evangelica delle origini. Il movimento della “patarìa”, che diffusosi nella seconda metà dell’XI secolo soprattutto in area lombarda, combatte contro il clero corrotto e simoniaco, rivendicando il ritorno ai valori evangelici e alla purezza morale.

In questo contesto si colloca l’esistenza e il ruolo degli ordini religiosi: quello dei Domenicani, fondato da Domenico di Guzmán e approvato da Onorio III nel 1216, che affiancherà per lo più le iniziative ufficiali della Chiesa, dedicandosi alla predicazione e alla lotta contro le eresie (ai Domenicani verrà affidato il tribunale dell’Inquisizione). E quello dei Francescani, fondato da Francesco d’Assisi, che suscita non poche diffidenze presso le gerarchie ecclesiastiche, risultando più direttamente coinvolto nei contrasti religiosi del tempo.

L’organizzazione politica del Comune

comuni italia centro settentrionale

Anche nei secoli di maggior depressione dell’alto Medio Evo le città in Italia, per quanto decadute rispetto al periodo romano, avevano conservato un ruolo non trascurabile. Dopo il Mille la ripresa economica e demografica, il superamento dell’economia feudale e lo sviluppo degli scambi conferiscono un nuovo impulso alle città italiane. L’espansione delle città, la crescita delle attività e della ricchezza, generano anche il bisogno di autogoverno delle città, in forme di organizzazione politica nuove, rivoluzionarie rispetto al sistema feudale.

Le città si fondano come dei piccoli Stati a sé, che si governano con ordinamenti repubblicani, fondati su consigli degli cittadini e cariche pubbliche elettive. Il Comune era così chiamato perché era una gestione in comune della cosa pubblica, che esigeva la partecipazione dei cittadini (non l’intera popolazione, ma solamente i ceti che avevano maggior potere e influenza). I cittadini si riunivano in un’assemblea popolare, detta Arengo o Concio, sia per eleggere il governo della città (il Parlamento), sia per stabilire le leggi (gli Statuti), sia per eleggere a governo della città-stato i loro rappresentanti.

Le fasi della storia del Comune

Comuni, signorie, principati in Italia tra Tre e Quattrocento

Nella storia del Comune si possono distinguere varie fasi. Vi è una prima fase detta consolare perché la carica suprema è costituita dai consoli, con evidente richiamo alla costituzione romana antica. Altri organi erano poi il Consiglio Maggiore, che si occupava degli affari generali dello Stato, e il Consiglio Minore, più ristretto, che affrontava le questioni più importanti. Questa prima fase del Comune (secoli XI-XII) è segnata dal predominio dei ceti nobiliari di origine feudale. La seconda fase è quella podestarile, in cui il popolo (che corrisponde all’alta borghesia di mercanti, imprenditori e ceti professionali più potenti) impone la nomina di un magistrato proveniente da altra città, il podestà (dal latino potestas), che sia al di sopra dei conflitti tra le varie consorterie. Un grande peso politico assumono poi le corporazioni di mestiere o Arti. In origine erano associazioni private che raggruppavano gli operatori di uno stesso settore di attività. In seguito svolsero una funzione pubblica e politica, tanto che solo chi era iscritto ad un’Arte poteva partecipare alle cariche pubbliche.

I Comuni rivendicavano la posizione di piccole repubbliche sovrane, affrancandosi dal potere imperiale. Come Stati autonomi, i Comuni avevano affermato il loro dominio. L’amministrazione della giustizia, nelle città comunali, era affidata a magistrature e a funzionari che operavano in nome della comunità. Il contado, strappato ai signori feudali, per poter controllare le fonti della ricchezza cittadina, veniva sottoposto al dominio del Comune. I mercanti delle città investivano i loro profitti nei terreni agricoli, diventando proprietari delle terre del contado.

La conflittualità tra i vari Comuni vicini era alta, ma ancor più alta era la conflittualità interna al Comune stesso. Le faide tra famiglie o consorterie rivali erano all’ordine del giorno. Ma i Comuni furono soprattutto lacerati dalle lotte tra Guelfi e Ghibellini. Esse riflettevano il grande conflitto che su scala europea opponeva il papato all’impero. I Guelfi sostenevano il papa, i Ghibellini l’imperatore. Ma nella situazione particolare di ogni città questi grandi schieramenti ideologici si mescolavano con gli interessi locali, rancori e vendette tra famiglie e gruppi. In generale la parte guelfa si identificava più con gli interessi del ceto popolare, cioè della ricca borghesia mercantile e bancaria, mentre quella ghibellina rispondeva più agli interessi dell’aristocrazia cittadina. Ma la mappa politica interna delle varie città era infinitamente più complessa e intricata di questi orientamenti di fondo.

Dal Comune alla Signoria

Se nel Duecento la città comunale è in piena espansione, nel corso del Trecento si manifesta la sua crisi politica. Dei continui conflitti tra fazioni, che generano instabilità politica, approfittano politici ambiziosi (spesso di origine nobile) per imporre la loro supremazia a titolo personale, la Signoria. Già ai primi del Trecento molte città comunali si erano ormai trasformate in signorie e alle istutizioni repubblicane si era sostituito il dominio di uno solo. A Milano dominavano i Visconti, a Verona i Della Scala, a Ravenna i Da Polenta, a Rimini i Malatesta. Alla crisi politica si associava quella economica. Gravissima fu quella di Firenze. Si aggiungono poi gli effetti disastrosi delle continue guerre con le città vicine, carestie ed epidemia che determinarono cali della popolazione. Famosa è rimasta la peste del 1348, descritta da Boccaccio nell’introduzione del Decameron.

La dimensione economica e sociale del Comune

comuni medioevo

Con l’avvento della civiltà comunale il centro della vita economica e sociale si sposta dalla campagna alle città. Se nel sistema feudale l’economia si basa prevalentemente sull’agricoltura, nella società comunale l’attività fondamentale diviene quella mercantile, cioè basata sulla produzione di merci. Se quella feudale è un’economia chiusa, che produce quasi esclusivamente per il consumo di coloro stessi che producono, ed è caratterizzata da una scarsissima circolazione di denaro, quella urbana è un’economia aperta, fondata sullo scambio e sulla rapida e intensa circolazione di capitali. L’economia urbana introduce una vera e propria rivoluzione nella vita economica e sociale.

La figura sociale tipica della nuova età è quella del mercante. Non che essa mancasse nella società feudale, anzi era nata e si era sviluppata al suo interno. Ma era una figura marginale, subordinata, di scarso peso. Ora diviene la figura veramente centrale nella vita cittadina. Originariamente il mercante è un semplice intermediario nello scambio di merci tra un venditore e un compratore lontani tra loro: acquista dei prodotti per rivenderli ad altri ottenendone un profitto. Per questo deve recarsi in paesi lontani, affrontando disagi e pericoli. Si pensi ai viaggi di Marco Polo, che si spinse sino alla lontana Cina per trovare merci preziose. Il mercante accumula capitali, che reinveste nell’acquisto di nuove merci. È questo il carattere distintivo dell’economia di scambio: il denaro non giace infruttuoso, né è destinato allo sperpero, come nella società feudale, ma è continuamente reinvestito, e negli investimenti successivi si accresce indefinitamente.

L’attività bancaria nelle città del Due-Trecento

attività bancaria nelle città del Due-Trecento

Vi è anche un altro modo in cui il mercante può investire i suoi profitti: prestando denaro a interesse. Strettamente  legata all’attività mercantile è quindi quella bancaria. Nel corso del Trecento la figura del mercante e quella del banchiere tendono a coincidere. L’attività bancaria raggiunge dimensioni grandissime: i banchieri italiani, soprattutto fiorentini, arrivarono a prestare denaro ai sovrani stessi, anche per finanziare le spese delle guerre.

Ciò può dare un’idea della massa di moneta che circolava in tutta Europa. In particolare la moneta di Firenze, il fiorino, era accettata ovunque. Più avanti il mercante non fu solo più un mediatore, ma divenne imprenditore in proprio, producendo egli stesso le merci da vendere sul mercato. Importava le materie prime e le faceva lavorare nella propria bottega. Questa dapprima era a conduzione familiare, poi si trasformò in un vero e proprio opificio, dando lavoro a lavoranti salariati. Spesso il lavoro era anche distribuito a domicilio.

Economia mercantile e crisi del mondo feudale

L’avvento dell’economia mercantile in Italia accelerò rapidamente la crisi del mondo feudale. L’aumento dei prezzi, dovuto allo sviluppo dei commerci e alla maggiore massa di denaro circolante, creò disagio economico tra i signori, le cui entrate erano spesso in natura. Aumentò per essi il bisogno di denaro, perché il raffinarsi dei costumi esigeva l’acquisto di generi sempre più preziosi. Per questo i signori feudali cercarono di aumentare le loro entrate, facendo dissodare appezzamenti incolti, trasformando i servi della gleba in fittavoli, cedendo parte delle loro proprietà ai borghesi. Si capisce di qui come vada mutando la fisionomia tradizionale della nobiltà feudale, che si adatta alle trasformazioni in atto.

Inoltre la città, divenendo il luogo per eccellenza della vita associata, esercita un fascino irresistibile sul nobile, che lascia il contado e viene a far parte del ceto cittadino. L’intensa vita economica della città, con le possibilità da essa offerte, attira abitanti dalle campagne. Infatti uno dei fenomeni più rilevanti della vita sociale del Duecento è l’inurbamento dei contadini, che fuggono dalla loro condizione servile, cercando una nuova libertà e possibili miglioramenti economici in città. L’inurbarsi della nobiltà feudale e dei contadini, unito all’incremento demografico stimolato dalla crescita economica, determina un aumento, a volte impressionante, dell popolazione e della dimensione delle città.

La struttura sociale all’interno della città

La struttura della società nell’Europa del Cinquecento nobili, clero e borghesia

La struttura sociale tipica delle città italiane era così composta:

  • i magnati o grandi: erano per lo più di origine nobiliare
  • il popolo grasso: composto per lo più da non nobili, che rappresentava lo strato superiore della borghesia, quello più ricco e influente
  • il popolo minuto: composto dal popolo dei mestieri meno ricchi.

Questi ceti erano organizzati nelle Arti, le corporazioni di mestiere. A seconda della loro importanza si distinguevano in Arti maggiori, mezzane e minori. Al di sotto di questi ceti vi erano i lavoranti a giornata, che prestavano il loro lavoro nelle botteghe o a domicilio dietro pagamento. In genere non avevano diritto di partecipare alla vita politica né la facoltà di organizzarsi in corporazioni di mestiere, ed erano esclusi dai diritti politici. In questa scala sociale un posto a parte spetta ai rappresentanti delle professioni: soprattutto gli uomini di legge, giudici, notai, poi i medici, gli speziali, gli insegnanti. Da questi gruppi proveniva il personale politico del Comune e anche la maggior parte del ceto intellettuale. A completare il quadro sociale della città occorre ancora ricordare il clero, sia “secolare” che “regolare”. Non si può infine dimenticare un ultimo elemento: una massa di gente poverissima, nullatenenti, mendicanti, che vivono di carità o di furti. Questa struttura sociale contiene elementi di mobilità, in quanto la classe mercantile ascende proprio grazie alla sua energia e alla sua abilità, acquistando sempre maggior peso economico e politico.

I rapporti sociali tra queste varie classi furono di regola conflittuali e violenti. In primo luogo la grande borghesia mercantile e bancaria, che deteneva ormai il potere economico e voleva assumere anche il potere politico.

La mentalità dell’età comunale

mentalità dell'età comunale

La nuova organizzazione dell’economia e della società ha riflessi evidenti sulla mentalità e la concezione del mondo. Si può dire che nelle città di questo periodo sia in gestazione un uomo nuovo, rispetto al mondo feudale. Nella società feudale la realtà appare organizzata in un ordine eterno e immutabile, rispondente alla volontà di Dio; pertanto i concetti di cambiamento e di trasformazione dinamica non entrano neppure nella coscienza comune. L’uomo ordinario accetta questa struttura sociale statica, immobile nel tempo, con una visione del mondo oggettiva. Il mondo delle città è invece caratterizzato da un’economia aperta e dinamica. La conseguenza più naturale è una visione dinamica del mondo, l’idea che la realtà può trasformarsi. Il fattore della trasformazione è l’uomo stesso. Il mercante è un uomo attivo che incide sulla realtà. Nasce una nuova fiducia nella forza dell’uomo che può modellare la realtà secondo la sua volontà, mediante la capacità, intelligenza ed energia.

É una concezione nuova dell’individuo e del suo valore. L’uomo non conta più solo perché appartenente a una certa casta sociale ma in quanto individuo singolo, per le doti che possiede per natura. Queste concezioni rendono più liberi di fronte all’Auctoritas e nasce una voglia di esplorare anche ciò che non è noto, al di là dei limiti fissati alla conoscenza dalla tradizione. Ne deriva anche un’aderenza alla realtà concreta, una volontà di conoscere attraverso l’esperienza diretta che intacca la fiducia in ciò che viene tramandato dall’auctoritas. L’uomo appare più attaccato alla vita terrena, incline a giustificare il godimento dei beni materiali. Entrano così in crisi i fondamenti dell’ascetismo medievale, del contemptus mundi (il disprezzo del mondo), e si delinea una rivalutazione di ciò che è mondano, che non viene più condannato come peccaminoso e fonte di perdizione. Nella natura, che detta all’uomo passioni e appetiti, non si vede più un’insidia da sradicare, ma una forza sana e benefica da assecondare.

I vecchi e nuovi valori dell’età comunale

equilibrio tra masserizia e liberalità

Accanto a una nuova visione del mondo e dell’uomo si affermano nuovi valori che regolano la vita associata degli uomini. Un valore centrale della concezione feudale era la liberalità, il saper donare generosamente. Tale concezione era l’evidente riflesso di una classe sociale caratterizzata dal consumo e non dalla produzione di beni. Ben diversa è la mentalità mercantile. Il mercante produce personalmente la ricchezza, perciò non può certo disprezzare il denaro. Al contrario la visione mercantile si incentra proprio sull’utile, l’interesse e il risparmio. Quelle che per il signore feudale erano manifestazioni di grettezza da disprezzare, per il mercante diventano virtù. Il valore fondamentale dell’età comunale diventa la masserizia, cioè l’oculata amministrazione dei propri beni che evita sperpero.

Non bisogna però pensare a un vero e proprio scontro tra mentalità nuova e vecchia. Di fatto, si era arrivati a una sostanziale fusione tra i ceti della nobiltà di origine feudale e la borghesia mercantile e insieme avevano dato vita alla nuova aristocrazia cittadina. La nuova classe non ripudia i valori di quella precedente. L’ideale della cortesia esercita un fascino straordinaria sui borghesi, che ne assimilano i principi e tentano di tradurli nella realtà. Si tende cioè a cercare un equilibrio tra masserizia e liberalità. L’accorta amministrazione del patrimonio non esclude la generosità disinteressata e l’ostentazione di uno splendido stile di vita. Ma d’altro canto il vivere splendido non deve arrivare a compromettere il patrimonio. Questo è forse l’aspetto fondamentale della cultura e civiltà dell’età comunale.

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