I generi letterari dell’età comunale in Italia

I generi letterari dell'età comunale in Italia

La letteratura religiosa

La letteratura religiosa, più che un genere letterario a sé, rappresentava un’area tematica che trovava espressione in forme letterarie diverse: inni religiosi, laude, laude drammatiche, prediche ed exempla, vite dei santi, lettere, cronache. Un testo religioso è quello che viene considerato il primo testo della letteratura italiana, il Cantico di Frate Sole di San Francesco d’Assisi (1182-1226). É significativo che il primo testo in volgare scaturisca da un movimento religioso animato da profondi fermenti popolari come il francescanesimo. Proprio l’esigenza di una religiosità aderente al Vangelo nell’esaltare l’umiltà e la povertà, la polemica contro la superbia della sapienza umana, la vasta cerchia a cui rivolgeva la sua parola, dovevano indurre il santo a scegliere non la lingua dei dotti ma quella di uso comune. Dunque, il Cantico era destinato alla comunicazione orale, pur non essendo un testo rozzamente popolaresco. Nasce da un fondo di cultura e la lingua è un volgare illustre, con caratteristiche umbre ma affinate e regolarizzate.

Le laude

Sempre da un movimento religioso nasce una delle forme di poesia religiosa più diffuse tra il due e il Trecento, la lauda. A Perugia, i membri della confraternita dei Flagellanti o Disciplinati andavano per le strade flagellandosi per penitenza, pregando e cantando nuovi componimenti in volgare, le laude appunto. Gli argomenti erano episodi della vita di Gesù, lodi della Madonna, temi come il peccato. Ricorrevano agli schemi metrici della ballata profana e ci sono giunte anonime, poichè avevano un fine pratico e non letterario. Questa forma espressiva fu scelta da Iacopone da Todi (1236-1306) nella cui produzione di laude possiamo distinguere due filoni. Nel primo è ossessiva la presenza del corpo, a cui Iacopone guarda con paura e terrore, come fonte di peccato. Il poeta umbro passa in rassegna le miserie della condizione umana con un pessimismo che richiama il genere medievale del contemptus mundi.

Dal pessimismo nasce un crudo realismo: il poeta sceglie deliberatamente gli aspetti più negativi della realtà. Parallelamente il linguaggio è denso di termini violenti e persino plebei. Ciò significa che la scelta religiosa porta Iacopone a un rifiuto del mondo, quindi anche delle forme più raffinate del vivere. In questo il gusto poetico di Iacopone si rivela in netta antitesi rispetto a quello della contemporanea poesia lirica di carattere aulico e cortese, che tende a idealizzare il reale e opera una selezione rigorosa dei suoi aspetti. Nella seconda parte del suo laudario, invece, compare un mondo estatico di luce e amore che si esprime con accenti misticamente inebriati. Muta anche il linguaggio: il vocabolario si stacca dalla realtà per tendere alla spiritualità. La forte concitazione dei testi di Iacopone da Todi spicca nelle forme drammatiche. L’esempio più famoso è il Pianto della Madonna che costituisce il primo esempio di lauda drammatica, in quanto basato sul dialogo tra i diversi attori della vicenda.

I fioretti

Intorno alla figura di San Francesco fiorì tutta una leggenda che fu raccolta dalle prime biografie. L’opera più significativa in tale ambito furono i Fioretti, raccolta anonima di aneddoti riguardanti la vita del santo. Il termine “fioretti” significa “esempi gentili, edificanti” ed esprime dunque lo spirito originario del francescanesimo, la fiducia in una rigenerazione profonda del mondo. Dopo la morte del santo, l’ordine francescano si era diviso in due filoni: gli “spirituali” che predicavano la rigorosa fedeltà agli insegnamenti di San Francesco, soprattutto per quanto riguardava la povertà, e i “conventuali” più disposti a scendere a compromessi con gli interessi politici e mondani. Al primo Quattrocento appartiene la figura di san Bernardino da Siena (1380-1444), anch’egli francescano, famoso per le prediche in volgare e di cui ci sono rimaste registrazioni scritte. Sono prediche che affrontano argomenti morali legati alla vita quotidiana, con un linguaggio vivace e una ricchezza di spunti narrativi.

La letteratura dell’ordine domenicano

Più strettamente legata alle esigenze della predicazione appare la letteratura prodotta dall’ordine fondato da san Domenico che si proponeva il compito di diffondere la dottrina cristiana e che, con il tribunale dell’Inquisizione, era il principale strumento della lotta contro le eresie. All’ordine domenicano apparteneva Iacopo da Varazze (1228-1298) che compose in latino la Legenda aurea, un’opera che ebbe vasta diffusione ed esercitò notevole influenza sulla letteratura religiosa successiva. Si tratta di vite dei santi, in cui si concede larga parte all’elemento sovrannaturale e fantastico. Domenicani, nel Trecento, sono Domenico Cavalca (1270-1342) e Iacopo Passavanti (1302-57) che scrivono le loro opere in volgare toscano.

Il primo è l’autore delle Vite dei santi padri, derivanti da un originale latino, che insistono sugli aspetti meravigliosi e fiabeschi di comportamenti esemplari ed edificanti. Passavanti è autore dello Specchio di vera penitenza dove, invece, dominano i toni cupi della paura e dell’angoscia. L’opera raccoglie la materia di una serie di prediche tenute dal frate a Firenze nel 1354 con precetti morali intercalati da esempi in forma narrativa. L’atmosfera tesa e fosca nasce da un’insistenza ossessiva sul male, sul peccato e l’alternativa della beatitudine paradisiaca è del tutto trascurata. Nella seconda parte del libro i toni si fanno più sereni: verso la fine compare il tema della speranza che si fonda soprattutto sulla misericordia della Vergine.

La poesia didattica del Nord

Nel corso del Duecento, nei comuni dell’Italia settentrionale nasceva, a opera di chierici e uomini di legge, una letteratura in volgare indirizzata al fine pratico dell’ammaestramento religioso, morale e sociale dei “comunal omini” che ignoravano il latino. Siamo anche qui nell’ambito della letteratura religiosa, ma al fine religioso se ne affiancano altri, laici e civili. Se la poesia umbra ha soprattutto carattere ascetico e mistico, gli scrittori della pianura padana sono strettamente legati alla vita civile del tempo. Questi poeti scrivono i loro componimenti didattici nei volgari locali, rivolgendosi a un pubblico non colto e perciò usano forme espressive semplici. Tra di essi spiccano Giacomino da Verona e Bonvesin de la Riva (1240-1315). Il primo, francescano, è autore di un poemetto in settenari in cui tratta dei regni dell’oltretomba.

Allo stesso filone appartiene anche il Libro delle tre scritture di Bonvesin de la Riva, agiato maestro di scuola milanese, terziario laico della confraternita degli Umiliati, attivamente impegnato nella vita cittadina. Il poemetto è diviso in tre parti: La Scrittura negra dedicata all’inferno, la Scrittura dorata al paradiso e la Scrittura rossa alla passione di Cristo. Accanto alle opere religiose, Bonvesin scrisse opere di impianto laico e civile dedicate al comune di Milano. In versi e in volgare sono invece una serie di “contrasti”, cioè componimenti in cui due personaggi, spesso con valore allegorico, disputano sostenendo i loro pareri. L’autore vi esprime i suoi ideali che appaiono strettamente legati alla visione della vita della borghesia cittadina. Significativo è il Contrasto della rosa con la viola, dove l’umile violetta rappresenta le virtù borghesi contro la superbia nobiliare della rosa.

La poesia allegorico-didattica in Toscana

Anche in Toscana si sviluppò una letteratura dal fine didattico anche se, a differenza di quella lombarda, essa esprimeva lo sforzo del nuovo ceto dirigente borghese fiorentino di distaccarsi dal popolo minuto, assimilando gli stili raffinati dell’aristocrazia come segno di distinzione sociale. Anche la forma pertanto non è semplice e popolaresca ma colta e ricca di dottrina. Un primo esempio di questa letteratura è il Tesoretto del fiorentino Brunetto Latini (1220-1294). Si tratta di una figura estremamente rappresentativa della cultura dell’età comunale. Cittadino attivo politicamente, viene mandato in esilio in Francia dove compone una vasta enciclopedia in lingua d’oil, il Trésor, che tratta di storia, scienze naturali, retorica e politica. Tornato a Firenze diventa maestro di retorica e svolge un’importante opera nel formare il ceto dirigente comunale. In volgare fiorentino e in versi settenari compone un poemetto allegorico-enciclopedico, il Tesoretto, rimasto incompiuto.

É una esposizione di cognizioni scientifiche e morali secondo la concezione medievale della scienza ma in cui emergono spunti che rivelano la figura dell’intellettuale interprete di una civiltà nuova, soprattutto ammaestramenti di carattere sociale e politico che riflettono gli aspetti stessi della vita del comune. Grande rilievo hanno gli insegnamenti della cortesia. Il modello di questo tipo di narrazioni è il Roman de la Rose, che ebbe in Italia notevole diffusione. Ne è la prova il Fiore, un poemetto in volgare fiorentino di fine Duecento, il cui autore si nomina come Durante e che oggi gli studiosi identificano come Dante. In esso, attraverso 232 sonetti, è compendiata la materia narrativa dell’originale francese, soprattutto nella seconda parte.

La scuola siciliana

Il centro culturale più vivace in Italia nei primi decenni del Duecento fu la corte siciliana di Federico II. Anche qui, tra il 1230 e il 1250, sorgono imitatori della poesia trobadorica. Ma il fatto nuovo è che questi poeti non usano più la lingua d’oc, bensì il loro volgare locale, per quanto elevato e depurato. L’importanza di questa scelta è enorme: i poeti siciliani creano la prima poesia d’arte in volgare italiano. I siciliani danno inizio alla vera tradizione poetica italiana, aulica e raffinata. La poesia siciliana riprendeva fedelmente temi, stili e forme metriche dei componimenti provenzali, rinunciando solo all’accompagnamento musicale e introducendo un nuova forma, il sonetto. Tuttavia, nella poesia in lingua provenzale, accanto al motivo centrale dell’amore compariva anche una tematica morale, civile, politica, guerresca.

I poeti siciliani sono tutti funzionari dello Stato, notai come Iacopo da Lentini, esperti di cancelleria come Pier delle Vigne, giudici come Guido delle Colonne. Eppure questi uomini, nei loro versi trattano esclusivamente l’amore. Questa chiusura si può comprendere tenendo conto del diverso ambiente sociale e politico in cui nasce la poesia siciliana, rispetto alla contemporanea poesia in lingua d’oc del Nord Italia. In Sicilia vi è un forte potere monarchico assoluto per cui tutta la vita politica si esaurisce a un unico volere.

Per i funzionari di corte la poesia è un mezzo per evadere dalla realtà, un ornamento elegante e segno di appartenenza a una èlite. I temi della poesia siciliana sono quelli tipici dell’amor cortese, ma ulteriormente stilizzati e privati di ogni aspetto psicologico concreto e reale. La poesia siciliana è una sorta di virtuosismo formale. Il linguaggio è oltremodo elaborato e prezioso nel lessico come nella sintassi, lontanissimo da ogni forma colloquiale e realistica, teso a raggiungere uno stile “sublime” mediante l’uso di artifici concettuali, retorici e metrici.

I rimatori toscani di transizione

Il modello della poesia siciliana trovò diffusione soprattutto in Toscana. Ne è testimonianza il fatto che noi possediamo i testi dei poeti siciliani attraverso la trascrizione di copisti toscani che ne toscanizzarono la lingua. L’eredità della scuola siciliana fu accolta proprio dai poeti toscani che ripresero, nel loro volgare, i temi dell’amore e le convenzioni stilistiche. Ma introducendo un interessante allargamento tematico. L’ambiente politico e sociale della Toscana era costituito da liberi comuni dove la vita civile era dinamica e scandita da conflitti tra le parti. Il poeta non è più un burocrate cortigiano ma il cittadino che è inserito nella vita politica della sua città. Pertanto si può vedere affiorare quella tematica civile e morale che era ignota ai poeti siciliani: l’esempio più evidente è la grande canzone politica con cui Guittone d’Arezzo, dopo la battaglia di Monteaperti (1260) compiange la sconfitta della Firenze guelfa.

Guittone del Viva di Arezzo (1235-94) è la personalità più rappresentativa di questo gruppo di poeti, di cui ne è maestro. Anche egli riprende i motivi dell’amor cortese però guardando direttamente ai poeti provenzali, soprattutto al trobar clus. É pertanto un poeta difficile e oscuro che impiega tutti gli artifici retorici e metrici più lambiccati insieme a un vocabolario composito in cui mescola dialetto toscano, sicilianismi, provenzalismi e latinismi. Ai climi rarefatti della poesia siciliana subentra un gusto logico e discorsivo, un’attenzione concreta ai moti interiori e al mondo esterno. Accanto a Guittone sono da ricordare Chiaro Davanzati e Bonagiunta Orbicciani da Lucca. Quest’ultimo, nel sonetto Voi ch’avete mutato la maniera, polemizza con le innovazioni del poeta bolognese contemporaneo, Guido Guinizzelli, destinato a diventare il maestro di una tendenza diversa, lo stilnovismo.

Il dolce stil novo

Negli ultimi decenni del Duecento, a Firenze si forma il nucleo più importante di un’altra tendenza poetica, il dolce stil novo, con cui la lirica amorosa di ispirazione cortese tocca la sua fase culminante in Italia. I poeti che ne sono esponenti (Guido Cavalcanti, Dante Alighieri, Lapo Gianni) si staccano decisamente dagli orientamenti dei rimatori toscani della generazione di Guittone d’Arezzo e dalla precedente tradizione siciliana e provenzale. Si tratta di poeti dalla forte e spiccata personalità, per cui non possiamo parlare di una vera e propria scuola. Essi, però, avevano delle caratteristiche in comune. Innanzitutto, ciò che li distingue con maggiore evidenza, sul piano formale, è il rifiuto degli astrusi artifici stilistici alla maniera di Guittone e la scelta di uno stile più limpido e piano, definito appunto con il termine “dolce”.

Caratteristiche del dolce stil novo

Sul piano dei contenuti, all’omaggio feudale rivolto alla dama, tipico dell’amor cortese, si sostituisce una visione più spiritualizzata della donna, esaltata come angelo in terra e dispensatrice di salvezza. Più sensibile è invece lo stacco dalla tradizione per altri due aspetti: l’attenzione più concentrata sull’interiorità dell’amante, con l’esclusione di ogni riferimento a situazioni esterne, e il fervore intellettualistico. Inoltre, si coglie l’aspirazione a sostituire la corte reale, che era lo sfondo della poesia siciliana e provenzale, con una corte tutta ideale composta da una cerchia ristretta di spiriti eletti, dotati di alta cultura e disdegnosi del volgo “villano”. Questa sostituzione risponde al nuovo ambiente sociale cittadino in cui si sviluppa questa poesia. Lo stil novo si rivela l’espressione dello strato più elevato delle nuove classi dirigenti comunali che aspirano a presentarsi come la nuova aristocrazia, fondata non più sulla nobiltà di sangue ma sull’altezza dell’ingegno. Uno dei temi centrali era appunto l’identificazione di “amore” con “gentilezza, nobiltà”. Proprio il saper amare “finemente” (scrivere poesie d’amore, cioè essere di raffinata cultura) è indizio di una superiore nobiltà d’animo. E la “gentilezza” è un dato di natura, non legato alla nascita o al titolo ereditario.

Questi motivi erano già presenti nella tradizione cortese precedente ma il contesto in cui vengono ripresi ne modifica profondamente il senso. Nella lirica trobadorica la rivendicazione della nobiltà dello spirito contro quella di sangue rispondeva alla visione di un’aristocrazia minore, di recente acquisizione, che voleva entrare a pieno titolo a far parte dell’aristocrazia feudale. Negli stilnovisti si tratta invece della rivendicazione dei ceti emergenti nel contesto urbano che si contrappongono alla vecchia aristocrazia e vogliono prenderne il posto egemone nella società.

Dante e la formula “dolce stil novo”

La formula “dolce stil novo” fu coniata da Dante. Nel canto XXIV del Purgatorio, al rimatore guittoniano Bonagiunta da Lucca, che gli chiede se egli sia colui che “fòre / trasse le nove rime” con la canzone Donne ch’avete intelletto d’amore, Dante risponde: “l’ mi son un, che quando / Amor mi spira, noto, ed a quel modo / ch’ e’ ditta dentro vo significando“. Al che Bonagiunta proclama di scorgere “il nodo” che trattenne il Notaio (Iacopo da Lentini), Guittone e lui stesso “di qua da quel dolce stil novo ch’ i’ odo“. Si può cogliere qui il forte distacco polemico nei confronti della precedente poesia cortese italiana. La discriminante tra la poesia nuova e quella vecchia è indicata da Dante in una più stretta aderenza dei poeti a ciò che “Amore ditta dentro“.

Gli stilnovisti

Precursore del gruppo è il bolognese Guido Guinizzelli (1230-76), appartenente alla generazione precedente a quella di Dante e di Cavalcanti. Dante stesso lo definisce il suo maestro. A lui appartiene il manifesto della nuova tendenza, la canzone Al cor gentil rempaira sempre amore. Sin dal primo verso essa propone l’identificazione tra amore e “gentilezza” che sarà poi un caposaldo della concezione stilnovistica. Nella chiusa poi offre un altro motivo centrale, l’equiparazione della donna a un angelo proveniente dal regno di Dio, per cui non è peccato attribuirle lodi che converrebbero a Dio stesso e alla Vergine. Un’altra caratteristica, che sarà tipica dello stilnovismo, è il gusto per il sottile ragionamento filosofico, nutrito dalla cultura della Scolastica. Il Canzoniere di Guinizzelli offre un campionario dei temi caratteristici del dolce stil novo: la lode all’eccellenza della donna, paragonata alle bellezze più elette della natura, il valore miracoloso del suo saluto che dona salvezza, gli effetti della passione sull’amante che si consuma e strugge.

Guido Cavalcanti (1259-1300) è la personalità più rilevante del gruppo, oltre a Dante. Fiorentino di famiglia ricca e nobile, viene descritto come profondamente immerso nella meditazione filosofica e nelle lotte politiche del comune. La profonda cultura filosofica è confermata nella sua canzone “manifesto”, Donna me prega. In un linguaggio estremamente arduo e oscuro, vi espone una concezione dell’amore come passione sensuale che esclude ogni controllo razionale. Ne deriva una visione cupa e pessimistica dell’amore, come forza oscura e devastante nell’animo. Perciò nel suo canzoniere abbiamo temi come l’angoscia, il tremore, le lacrime. Caratteristica della poesia di Cavalcanti è l’assoluta interiorizzazione di questa esperienza. Tutte le situazioni esterne vengono escluse a favore di un mondo astratto. Su questo scenario si proiettano, oggettivati in personificazioni, i moti interiori del poeta.

La poesia comico-parodica

Con la poesia comico-parodica si indica l’esperienza di alcuni poeti che seguono un percorso diverso rispetto a quello della lirica poettica dominante. Il rifiuto delle convenzioni della poesia siciliana e del dolce stil novo caratterizza la poesia “comica” che usa invece uno stile basso, occupandosi degli elementi quotidiani di una realtà spesso volgare e degradata. In ciò, non vi era alcuna preoccupazione di descrivere o rappresentare direttamente la realtà. Siamo di fronte a un’operazione squisitamente letteraria che si propone di rovesciare gli schemi e le convenzioni della poesia elevata, con intento caricaturale e grottesco, riferendosi però ad altri schemi letterari. Il procedimento è quello della parodia che consiste nel trattare con linguaggio nobile e sublimato soggetti che sono in realtà vili e spregevoli. I valori della cortesia e dell’amore vengono capovolti nei loro significati più seri, con l’intento di mostrare il loro risvolto alternativo, deformante e ridicolo.

La personalità più interessante di questa produzione letteraria è il senese Cecco Angiolieri (1260-1312). Dalle sue poesie si delinea l’immagine di una vita irregolare e inquieta, spesa tra le taverne, il gioco e le donne. Infatti, i temi ricorrenti nel suo canzoniere sono l’amore tutto sensuale per una fanciulla plebea, l’esatto rovescio delle eteree angiolette degli stilnovisti, l’odio per il padre avaro, le imprecazioni contro la sorte avversa. Ma in tutto ciò non bisogna cercare la figura del “poeta maledetto”. La poesia di Cecco Angiolieri è soprattutto un gioco letterario, che si rifà a una tradizione ben precisa, la poesia latina dei goliardi, da cui ricava temi, situazioni e caratteri stilistici.

La poesia popolare e giullaresca

Esiste in questa età anche una tradizione di poesia popolare. Essa era destinata a un pubblico di modesta cultura, legata a occasioni pratiche, feste e intrattenimenti. La trasmissione era orale, anche se poi molti componimenti furono fissati per iscritto. La forma di questa poesia è di norma semplice ed elementare, caratterizzata da un linguaggio popolaresco e da ritmi rapidi. Non mancano però componimenti che rivelano un legame con la cultura alta. Vi è innanzitutto un filone di poesia amorosa che riprende anche temi della poesia cortese, in forma più ingenue: albe (l’addio dei due amanti al sorgere del sole), serenate, lamenti di donne abbandonate o malmaritate, imprecazioni contro padri severi e mariti gelosi.

Le forme ricorrenti sono quelle della ballata, della frottola, del rispetto e del contrasto. Oltre alla tematica amorosa possono comparire altri temi come la satira delle donne e dei loro difetti, quella del villano e il vanto, cioè l’enumerazione iperbolica delle loro qualità. Molti di questi componimenti ci sono pervenuti tramite i Memoriali bolognesi. Nel 1265 i notai di Bologna furono obbligati a trascrivere tutti i loro atti su restri detti Libri memoriali, da conservare negli archivi del Comune. In essi, per annullare gli spazi bianchi, al fine di impedire illegali aggiunte agli atti registrati, si trascrivevano componimenti popolari poetici molto diffusi.

La prosa

La cultura dell’epoca comunale era dominata dall’intento didascalico. Ed è soprattutto nella letteratura in prosa che emerge il quadro di quel vasto processo di assimilazione culturale, da cui traspaiono con chiarezza i valori e la visione della realtà che la nuova civiltà stava elaborando. Nelle letterature volgari la prosa si afferma di solito più tardi rispetto alla poesia. La prosa aveva un carattere più riflessivo e tecnico, quindi era riservata a un pubblico più ristretto e specialistico che prediligeva ancora il latino. Per questo la prosa in volgare compare più tardi, solo nella seconda metà del secolo. Per buona parte i testi in prosa sono indirizzati alla divulgazione di cognizioni per un pubblico che non conosce il latino, e sono costituiti da “volgarizzamenti”, cioè traduzioni più o meno libere dal latino.

La retorica

La prima breccia nel baluardo del latino si apre nel campo giuridico perché, con l’intensificarsi della vita civile e della partecipazione dei cittadini, diviene indispensabile che gli atti amministrativi siano comprensibili anche a coloro che non conoscono il latino. Il diritto va strettamente unito alla retorica, l’arte di saper scrivere e parlare. Gli atti dovevano possedere un’alta dignità stilistica e questo venne realizzato mediante l’applicazione del cursus, il complesso di artifici ornamentali e di clausole ritmiche che rendono la prosa simile alla poesia. Quando il volgare inizia a essere impiegato accanto al latino, le norme delle artes dictandi vengono estese anche ad esso. L’università di Bologna era in Italia il centro per eccellenza degli studi giuridici ed è qui che si sviluppò un insegnamento della retorica in volgare.

La divulgazione scientifico-enciclopedica

Accanto alla poesia, anche la prosa diviene strumento di divulgazione. Si ricordi l’opera di Brunetto Latini, il Trèsor. L’enciclopedismo, la forma tipica del sapere medievale, si rifletteva inevitabilmente nella prosa volgare. Vi si rispecchia ancora il concetto medievale di “scienza”, come complesso sistematico di conoscenze date una volta per tutte da un’auctoritas ma vi si avverte già l’entusiasmo di chi osserva e controlla le leggi della natura. Accanto alle trattazioni fisolosofico-scientifiche si collocano i manuali che offrono regole di comportamento sociale.

Exempla e aneddoti

Norme di comportamento sociale, ispirate spesso a ideali cortesi, offrono anche le raccolte di aneddoti, apologhi, detti e fatti memorabili attribuiti a personaggi famosi del mondo classico o di età più recenti. Di aneddoti del genere erano anche le agiografie e la predicazione medievale. Essi erano usati come exempla (esempi) per dare forme concrete e immediatamente comprensibili ai precetti. Più tardi si diffusero opere analoghe in volgare come i Fioretti di San Francesco, lo Specchio di vera penitenza di Iacopo Passavanti e la Vite dei santi padri di Domenico Cavalca.

Nel corso del Duecento poi comparvero raccolte di aneddoti non più legate a finalità religiose ma indirizzate all’edificazione morale, all’arte del saper ben vivere e parlare. La più famosa di queste compilazioni è il Novellino. Si tratta di una raccolta di racconti in volgare di autore fiorentino anonimo. I personaggi sono tratti dalla storia biblica, greco-romana o medievale oppure del mito classico e delle leggende bretoni e sono in genere personaggi illustri. Gli argomenti vanno dall’esempio morale o di comportamento profano alla beffa e al motto arguto. L’intento era fornire modelli di comportamento cortese ai ceti borghesi.

Le novelle

Ma nello stesso Novellino si va delineando un nuovo genere narrativo, la novella, poiché all’intento esemplare si affianca il gusto del narrare storie al fine di intrattenere piacevolmente il pubblico. La novella assumerà poi la sua forma più compiuta nel secolo successivo nel Decameron di Boccaccio. In questo nuovo genere viene a confluire, oltre agli exempla, una vasta e disparata serie di fonti. Ovvero quelle provenienti dalla cultura folklorica orale (motti, facezie, proverbi, parabole, favole), i fabliaux francesi, la novellistica araba e orientale, il romanzo cavalleresco, il romanzo avventuroso e amoroso ellenistico, la storiografia, la tradizione orale. Tuttavia, la novella si distingue da tutte queste fonti, pur assorbendole, per le sue forme specifiche.

Dai fabliaux, ad esempio, deriva la sua componente “comica”, lo spirito spesso irriverente. Ma rispetto ai fabliaux la novella sceglie decisamente la prosa come strumento per esprimere in maniera libera una visione duttile e aperta della realtà. Poi la novella si distingue nettamente anche dall’exemplum religioso e dall’aneddoto profano perché tende a liberarsi da ogni schema moralistico o pedagogico prefissato e si tramuta in osservazione più viva e immediata della realtà. Il racconto si caratterizza per il senso realistico. L’ambiente non è più uno sfondo convenzionale ma ha precise coordinate spazio-temporali. Anche i personaggi non sono più incarnazioni astratte di vizi e virtù ma hanno una spiccata identità personale, una fisionomia più ricca e sfumata. Tutto ciò presuppone una diversa visione della realtà, ormai profondamente laica.

La narrativa cavalleresca

Accanto alla novella sopravvivono altre forme narrative di intrattenimento più tradizionali, che si collegano al filone cavalleresco. Oltre a fornire opere di piacere, anche questi testi rispondono alla funzione di proporre modelli di comportamento al pubblico cittadino. Le leggende del ciclo carolingio avevano avuto una vasta diffusione in Italia e le imprese dei paladini esercitavano il loro fascino soprattutto sul popolo. Un carattere più colto ha la produzione franco-veneta. Comincia a vedersi in queste opere la trasformazione dei personaggi carolingi rispetto alla fisionomia originaria che essi possedevano nelle Canzoni di gesta. Orlando, ad esempio, l’austero eroe pronto a morire combattendo per la fede, assume tratti provenienti dalla materia cavalleresca bretone, in un clima più avventuroso e magico. Questa mescolanza delle due tradizioni è di grande importanza, perché confluirà poi nei poemi cavallereschi rinascimentali del Boiardo e dell’Ariosto.

Le leggende bretoni di re Artù e della Tavola Rotonda, più raffinate e aristocratiche, incontrarono invece il gusto delle classi superiori. Della loro diffusione sono testimonianza alcune compilazioni in prosa volgare, destinate soprattutto alla lettura individuale. Il nuovo pubblico di lettori vedeva proiettate in queste narrazioni le proprie aspirazioni di distinzione sociale. Inoltre, questi testi esercitavano una funzione di educazione sociale e mondana della nuova classe dirigente.

Libri di viaggi

Il primo libro di viaggi della nostra letteratura, il Milione di Marco Polo, inaugura anche un nuovo modo di rappresentare il reale. Recatosi in Cina con una missione commerciale, Marco Polo mette a frutto nei suoi viaggi un senso dell’osservazione acuto e preciso, volto a cogliere e a registrare gli aspetti inconsueti delle cose. Se non manca la presenza di elementi fantasiosi e favolosi, che si accompagna a un certo gusto per il romanzesco, prevale tuttavia nell’opera un carattere documentario, attento alla registrazione e alla visualizzazione dei fatti. Il meraviglioso deriva piuttosto dagli aspetti straordinari delle cose descritte, con uno stile lineare ed esatto, attento ai particolari. La scrittura asseconda la descrizione in senso quasi scientifico.

La storiografia e le cronache

Un simile atteggiamento comporta anche una diversa concezione dello spazio e del tempo, che vengono riportati alla misura della valutazione umana, non più solo trascendente. Muta, di conseguenza, anche il concetto di storia, che comincia a staccarsi dall’esclusiva impostazione provvidenziale e finalistica che era propria del Medioevo. Ciò si può vedere soprattutto nei cronisti trecenteschi. All’inizio della Cronica di Dino Compagni (1225-1324) è da sottolineare il ruolo attribuito dall’autore al soggetto nel selezionare gli avvenimenti registrati. Compagni esordisce affermando principi di metodo non diversi da quelli di Marco Polo, manifestando l’intenzione di raccontare le cose di cui è stato partecipe o di cui ha avuto sicura conoscenza. Si afferma dunque l’esigenza di fondare il racconto sull’accertamento dei fatti e su fonti attendibili. L’opera di Compagni è poi di grande importanza perché non è una semplice elencazione cronachistica di fatti, ma ne fornisce già un’interpretazione politica.

Da qui deriva il carattere particolare dell’opera che la distingue dalle cronache precedenti. Compagni non comincia dalla creazione del mondo, elencando poi minutamente ogni fatto, mescolando fatti reali e leggendari, ma si concentra su uno specifico periodo di storia politica, di ancora bruciante attualità, di cui egli stesso è stato protagonista, ovvero la Firenze del 1301 quando la fazione dei Neri aveva preso il potere e cacciato i Bianchi. Compagni riprende quegli avvenimenti e li colloca sullo sfondo delle lotte civili di Firenze negli ultimi decenni del Duecento.

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