Il periodo compreso tra Tre e Quattrocento non fu caratterizzato da un’evoluzione lineare né uniforme. Comuni, signorie e principati coesistettero a lungo, intrecciandosi in una realtà frammentata e dinamica, nella quale sopravvivevano istituzioni repubblicane accanto a regimi personali, spesso legittimati formalmente da investiture imperiali o pontificie. Le diverse esperienze di governo risposero a contesti locali specifici, influenzati da fattori economici, militari, sociali e culturali, nonché dal rapporto con le grandi potenze dell’epoca, come l’Impero e il Papato.
L’Impero e il Papato in Italia dopo la metà del Duecento
La scomparsa di Federico II (1250) non significò la fine del partito imperiale in Italia. Suo figlio Manfredi, re di Sicilia dal 1258 poté contare sul sostegno del partito ghibellino e filoimperiale. Importanti furono la vittoria dei ghibellini fuoriusciti fiorentini e dei senesi a Monteaperti con Firenze guelfa (1260) e il matrimonio della figlia di Manfredi, Costanza, con il figlio primogenito del re d’Aragona (1262). I successi di Manfredi suscitarono la reazione del Papato.
Nel 1263 Clemente IV concesse il regno di Sicilia, di cui rivendicava l’alta sovranità, al principe francese Carlo d’Angiò, fratello del re di Francia, già signore di vari territori in Piemonte. Carlo, con il sostegno del pontefice e dei banchieri toscani, ottenne una decisiva vittoria a Benevento nel 1266. Manfredi morì in battaglia. Il partito ghibellino si sbandò in tutta la penisola. Pochi anni dopo, il nipote Corradino cercò di riprendere la politica dello zio, ma fu sconfitto a Tagliacozzo nel 1268.
Carlo d’Angiò, il Papato e l’impero
Il predominio guelfo e pontificio poté così allargarsi a tutta la penisola, a beneficio soprattutto di Carlo d’Angiò, il quale estese la sua influenza in Italia, riprendendo la tradizionale politica del regno di Sicilia di espansione verso il Mediterraneo. Ma l’attivismo di Carlo suscitò nuovi timoni nei pontefici. In questo quadro sono da collocare gli accordi con l’imperatore Rodolfo di Asburgo (1273-91), dal quale il Papato ottenne anche importanti concessioni in Romagna. Lo scarso sostegno dato agli Angioini in occasione della “guerra del Vespro” e l’energica azione del papa Bonifacio VIII si accompagnarono a solenni riaffermazioni dell’autorità pontificia.
Nella prima metà del Trecento, l’Italia fu ancora teatro di scontri tra Papato e Impero. Nel 1310 varcò le Alpi Enrico VII (1308-13) per pacificare le lotte civile sotto l’alta sovranità imperiale, trovando inizialmente sostegno. Tuttavia, Enrico dovette appoggiarsi al partito dei ghibellini e ne restò condizionato. Non poté evitare l’opposizione dei guelfi, imperniata su Firenze e su Roberto d’Angiò, re di Napoli. La sua azione non ebbe successo. Ugualmente inconsistente fu la spedizione di Ludovico il Bavaro (1314-47), imperatore dei Lussemburgo.
La crisi del comune

La tendenza alla costituzione delle signorie cittadine si delineò in diversi comuni urbani dell’Italia centro-settentrionale interno alla metà del XIII secolo come risposta alla grave instabilità istituzionale e ai violenti contrasti della vita sociale e politica. Agli antichi scontri fra gli esponenti dell’originaria classe di governo dell’età “consolare” si erano aggiunti quelli provocati dall’ascesa del “popolo”. Si trattava di contrasti con forti connotazioni economiche e sociali che si trasformavano in contrapposizioni spesso violente fra nuove forme “popolari” di organizzazione politica e politico-militare e gli organismi che raggruppavano i vecchi ceti egemonici dei cavalieri e dei magnati o le stesse magistrature comunali.
I contrasti interni erano inoltre aggravati dagli scontri con i comuni vicini per il controllo del contado, nel quadro, ancora più vasto, delle lotte tra papato e impero e delle aggregazioni guelfe e ghibelline. Gli esponenti delle fazioni sconfitte, messi al bando o esiliati, si rifugiavano nei comuni e castelli vicini, congiurando con fazioni e famiglie alleate per tornare al potere. La necessità di superare questo clima di conflitto e di disordine si congiungeva all’esigenza di un governo più stabile e forte.
La tendenza verso forme di governo più autoritarie
Si affermò così, soprattutto nell’area padana, la tendenza al superamento delle vecchie forme di governo comunale, che apparivano deboli e prive di autorità, soprattutto dove a esse si erano aggiunte forme di governo esercitate dal popolo. E a questa tendenza si affiancò quella di introdurre nuove forme di governo monocratiche (il potere era concentrato nelle mani di una sola persona). E’ significativa di questa fase la notevole attrazione che seppero esercitare su varie città dell’area padana personalità forti e militarmente capaci, spesso provenienti da antiche famiglie signorili dotate di proprietà fondiarie, beni e diritti e collegate con clientele vassallatiche e con fazioni politiche urbane. Queste personalità esercitarono una vasta influenza politica, se non una formale signoria, su piccole costellazioni di centri urbani e territori rurali.
Ne è esempio Ezzelino dei conti di Romano che, dai suoi feudi nell’alto trevigiano, con l’appoggio ghibellino e imperiale, estese la sua autorità su Verona, Vicenza, Padova, Treviso (1226-37). Egli mantenne il suo dominio anche dopo la caduta di Federico e cedette soltanto a una vasta coalizione guelfa nella sconfitta di Cassano d’Adda del 1259. Subito dopo un altro capo ghibellino, Oberto della potente famiglia dei Pallavicini, fu riconosciuto come signore da numerose città padane. E un’altra signoria, estesa a numerosi centri urbani e territori signorili, si formò intorno a Guglielmo VII dei marchesi di Monferrato.
Le signorie urbane

Più durature e stabili, seppur in origine più limitate territorialmente, risultarono quelle signorie che si svilupparono all’interno dei singoli centri urbani, come naturale evoluzione delle istituzioni comunali a opera di famiglie influenti e potenti. Tali signorie potevano spesso ampliarsi e assorbire centri vicini. L’autorità signorile si veniva sviluppando poco a poco grazie al conferimento della carica di podestà oppure quella di capitano del popolo. Si trattava di deleghe di poteri che in precedenza erano state rigorosamente limitate nel tempo, ma che ora erano concesse per periodi più lunghi e ripetuti e con inconsueta ampiezza di competenze. Esse finirono per costituire la base formale e legittima di un’autorità che si sarebbe poi sviluppata in forme autonome e proprie.
Così ad esempio avvenne a Milano. Qui spingevano verso una soluzione di tipo signorile l’esigenza di superare i contrasti tra la vecchia aristocrazia comunale e gli elementi popolari e il bisogno di un forte e unitario governo che era necessario per gli ambiziosi programmi di espansione economica e politica della città che risultava la più popolosa e ricca dell’area padana. Così nel 1259 Martino della Torre ebbe il titolo di “Anziano perpetuo del popolo di Milano”. All’orientamento popolare e guelfo del suo governo si contrappose il partito ghibellino e nobiliare, capeggiato dall’arcivescovo Ottone della famiglia dei Visconti. I Visconti ebbero il sopravvento nel 1277 e avviarono una politica di conciliazione fra le diverse fazioni presenti in città. In forme analoghe si affermarono gli Este a Ferrara (1240), i Della Scala a Verona (1263), a Mantova i Bonacolsi (1272-1328) e poi i Gonzaga, a Padova i da Carrara.
Dinastie, vicariati e titoli principeschi
I più forti fra i signori giunsero quindi a farsi attribuire cariche e poteri a titolo vitalizio. Alcuni ottennero inoltre la facoltà esplicita di designare un successore, anche se questi doveva essere riconosciuto da un’assemblea popolare. Con l’introduzione del principio dinastico si fondarono vere e proprie dinastie signorili, alcune delle quali si mantennero al potere per diverse generazioni. Il principio ereditario assicurava una maggiore autorità, più libera dal condizionamento delle vecchie istituzioni comunali. Anche se queste rimanevano formalmente in vigore, i membri erano spesso designati dal signore stesso e si ridotti a una sola funzione consultiva.
I titoli di vicario. Le investiture imperiali

Già alla fine del Duecento e poi nel corso del Trecento, i signori cercarono nuovi fondamenti di legittimità ovvero un riconoscimento dall’alto. L’imperatore o il papa conferivano il titolo di vicario, imperiale o pontificio. Si trattava del delegato o rappresentante dell’autorità imperiale o pontificia in un determinato territorio. Ad esempio, Matteo Visconti ebbe più volte la carica di capitano del popolo ma nel 1294 ottenne da Adolfo di Nassau re di Germania il titolo di vicario dell’impero per Milano. Il vicariato costituiva un importante riconoscimento formale della legittima autorità del signore.
Il passo successivo verso un vero e proprio principato fu l’ottenimento di un titolo di signoria (conte, duca, marchese) attraverso un’investitura feudale da parte dell’impero. Nel 1395 Gian Galeazzo Visconti fu creato duca di Milano dietro pagamento. Il suo esempio fu seguito da Amedeo VIII duca di Savoia nel 1416, da Gian Francesco Gonzaga marchese di Mantova nel 1433 e da Borso d’Este duca di Modena e Reggio nel 1452. Avvenne quindi il definitivo superamento delle istituzioni comunali e cittadine e la loro trasformazione in istituzioni principesche.
La diffusione delle signorie
L’affermazione delle signorie fu un fenomeno esteso a tutta l’Italia padana e buona parte dell’Italia centrale. Tuttavia, solo un numero limitato di esse percorse l’intera parabola sopra descritta fino al principato e seppe dar vita a organismi politici duraturi. Alcune signorie finirono per soccombere nello scontro per il predominio sull’intera Italia centro-settentrionale, in cui si affermò la potenza dei Visconti. Nell’area padana poterono sopravvivere semmai signorie minori. Ugualmente tormentato fu il percorso delle signorie della Romagna, destinate a cadere alla fine del Quattrocento, di fronte alla rafforzata autorità della Chiesa.
Signorie e principati “feudali”

Caratteristiche diverse ancora presentarono alcune signorie, situate ai margini dell’Italia comunale. Erano dette anche esse signorie ma non nascevano da un’evoluzione interna del mondo cittadino. Esse si costituirono attorno a famiglie nobili non urbane, di antica origine militare o feudale, con titoli di marchese e conte già concessi in passato dagli imperatori. Tra il XII e il XIV secolo, queste signorie acquistarono una più precisa consistenza e fisionomia e avviarono anche politiche di espansione. Nel Piemonte si distinsero il marchesato di Saluzzo, comprendente alcune valli e la città di Cuneo. Poi il marchesato di Monferrato e, infine e soprattutto il dominio dei Savoia. Questi ultimi, con il titolo di conti, erano possessori di vasti territori al di qua e al di là delle Alpi.
Una base di possedimenti rurali ebbero anche le signorie minori appenniniche (i Malaspina in Lunigiana). Esse erano tuttavia più limitate territorialmente e soggette a vicende travagliate. Maggiore consistenza ebbero altre signorie appoggiate a piccoli centri urbani, castelli e seguiti di fedeli, come quella dei Montefeltro di Urbino e dei Malatesta di Rimini. A quest’ultimo tipo di signorie appartenevano anche alcuni principati ecclesiastici, rari in Italia ma molto diffusi oltralpe.
Istituzioni repubblicane e lotte popolari
Tuttavia, la signoria non fu il risultato obbligato dell’evoluzione delle istituzioni comunali. A Venezia, Genova, in grand parte della Toscana e dei domini pontifici, regimi signorili comparvero solo sporadicamente oppure maturarono più tardi e in forme particolari. Ad esempio a Firenze con la “criptosignoria” (signoria mascherata) dei Medici, istituzionalizzata nelle forme del principato solo in pieno Cinquecento.
Si trattava di città caratterizzate da forti e ricche classi di governo di origine mercantile, più restie ad accettare governi signorili. Erano città talvolta proiettate verso il mare, come Venezia e Genova, o verso il grande commercio internazionale meno coinvolte in quelle lotte continue e violente verificatesi nell’area padana. Oppure erano comuni, come quelli dello Stato pontificio, in cui l’affermazione signorile di famiglie dominanti trovava un freno nella sovranità papale.
Evoluzione delle istituzioni comunali
Anche in questi centri si manifestò, già dalla seconda metà del XIII secolo, la crisi del comune a causa delle lotte fra diversi poteri e fazioni. L’esigenza di più stabili apparati di poteri, tuttavia, fu ricercata non in un regime signorile ma in un’autorità speciali e prolungate a organi di governo ordinari oppure nel creare nuove magistrature e istituzioni. Nello stesso tempo si delineò la tendenza alla formazione di un ceto di governo più stabile e definito, resistente agli urti provocati dagli sconvolgimenti provocati da una conflittualità troppo intensa.
In questi casi gli ordinamenti comunali e le istituzioni repubblicane si mantennero in vita ma in forme più chiuse e rigide, meno sottoposte all’influenza delle lotte di fazione, più distaccate dalla conflittualità tra i gruppi sociali, espressione dunque di una società più disciplinata e controllata.
L’evoluzione oligarchica a Venezia

Il caso veneziano è esemplare di una continuità di svolgimento costituzionale e sociale nella direzione sopra descritta. La città era retta da un doge (espressione di un sistema di governo unitario e organico) ed era caratterizzata dalla supremazia di un ceto patrizio e mercantile non diviso al suo interno. La sua compattezza era consolidata da una forte tradizione associativa nell’organizzazione dell’armamento navale e dei traffici e dalla collaborazione tra iniziative private e strutture pubbliche. Tutto ciò favorì l’evoluzione verso la definizione di un ceto oligarchico e del rafforzamento delle istituzioni pubbliche.
La “serrata del Maggior Consiglio” (1297) riservò il diritto di far parte di quell’assemblea solo a quelle famiglie che ne avessero fatto parte in passato o a uomini nuovi proposti dal doge. Si definiva così un’aristocrazia di governo tendenzialmente ereditaria, alla quale era riservata la partecipazione alla vita politica e l’esercizio dei principali uffici.
Il caso di Genova

La tendenza alla formazione di strutture oligarchiche chiuse e di robuste istituzioni di governo si verificò altrove anche se non con la stessa chiarezza di Venezia. In particolare, una profonda instabilità politica caratterizzò la storia di Genova. All’opposto dell’esperienza veneziana, quella genovese vide già in origine un comune più debole e, tra il XIII e il XIV secolo, il perdurare di scontri cronici. Nel 1339, in seguito a un movimento antinobiliare, si istituì sul modello veneziano, un doge perpetuo a vita, nella persona di Simone Boccanegra. Tale riforma non impedì alle fazioni e alle consorterie famigliari in cui si divideva l’aristocrazia mercantile e finanziaria di dar vita a disordini e rivolgimenti istituzionali, con il frequente ricorso a forze politiche esterne a cui fu affidata a più riprese la signoria della città.
Firenze e il governo popolare
La tendenza verso la creazione di assetti di governo più stabili, sotto un’oligarchi di grandi mercanti e banchieri, risultò a Firenze contrastata dalla forte instabilità politica derivante dalle accese rivalità tra fazioni e gruppi. A tale instabilità contribuiva una conflittualità sociale derivata dalla presenza di un largo proletariato che lavorava nel settore della lana, capace di farsi promotore di proteste sociali e politiche. Gli scontri di fazione non erano stati eliminati né dall’affermazione della parte popolare, né dalla definitiva entrata di Firenze nello schieramento guelfo.
Erano divampate lotte fra il partito dei Bianchi (filoghibellino e capeggiato dalla famiglia dei Cerchi) e il partito dei Neri (gruppo mercantile e finanziario collegato alla Chiesa e capeggiato dai Donati). Prevalsero i Neri, grazie all’appoggio di Carlo di Valois. Nel 1325 il regime guelfo e popolare riuscì a consolidare la sua presa sulla città con l’istituzione dei due consigli del popolo e del comune e avviò una nuova fase di espansione verso la Toscana.
Il tumulto dei ciompi

Episodio clamoroso e significativo fu il tumulto dei ciompi del 1378. I ciompi erano i lavoratori salariati della lana, presenti in parecchie migliaia ma privi del titolo di artigiani. Non potevano perciò iscriversi a nessuna arte, né costituirsi in leghe. I ciompi si sollevarono e ottennero che fosse conferita a un loro rappresentante, Michele di Lando, la carica di gonfaloniere di giustizia (capo del governo civile della città). Ottennero inoltre che alle sette arti maggiori e alle quattordici minori si affiancassero tre nuove arti, dette “del popolo minuto” (tintori, farsettai e ciompi), con diritto a un terzo dei posti nella magistratura. La disunione dei ciompi e la reazione delle altre arti posero ben presto fine al nuovo regime.
La reazione che seguì la sconfitta dei ciompi segnò, dopo il 1382, l’avvio di un regime oligarchico e l’evoluzione verso regimi politici chiusi, attraverso l’affermazione di un gruppo ristretto di esponenti delle grandi famiglie patrizie. Per qualche tempo, l’egemonia fu del gruppo degli Albizzi, poi, dopo il 1434, si affermarono i Medici, nelle forme di una sorta di signoria, seppur formalmente rispettosa delle istituzioni repubblicane.
Dallo stato cittadino allo stato regionale
I comuni cittadini e le varie aggregazioni sociali e politiche risultarono inseriti fin dal XII secolo in sistemi di rapporti che andavano largamente al di là dell’ambito municipale. Questi rapporti si infittirono nel corso del XIII secolo quando i partiti giunsero a comprendere le fazioni di più città e si stabilirono accordi fra diversi comuni in un sistema di alleanze e di espansione territoriale.
I Visconti
Più durature furono le signorie pluricittadine che si costituirono attorno a grandi comuni o a signori più forti. Nell’Italia del XIV secolo i Visconti si distinsero per l’ampiezza dei risultati raggiunti. Con Gian Galeazzo (1385-1402) il progressivo allargamento dei loro domini parve poter portare all’unificazione dell’Italia centro-settentrionale. Egli cercò inoltre di espandersi verso il centro, nonostante la forte opposizione di Firenze. Questo tentativo animò tutta una serie di leghe tra Stati italiani contro il tiranno visconteo.
La lotta assunse anche il significato di uno scontro tra il modello di governo monarchico, che prometteva la pacificazione sotto la sua autorità, e l’indipendenza dei liberi comuni. Gian Galeazzo aveva ottenuto nel 1395 il titolo ducale ma l’espansione della dinastia non proseguì per la sua morte improvvisa, ma anche per la forte resistenza alla costituzione di un principato troppo potente.
Le repubbliche marinare
Le città marinare di Pisa, Genova e Venezia si proiettarono verso un’espansione esterna, impegnandosi a disputare rotte e aree commerciali piuttosto che territoriali. Aspri furono i contrasti tra Genova e Pisa per il controllo del commercio tirrenico e di territori in Corsica e Sardegna. La potenza genovese prevalse alla fine del XIII secolo con il grande successo navale della Meloria (1284). Più lungo e logorante fu il contrasto che vide contrapposte Genova e Venezia, soprattutto per il ricchissimo commercio con il Levante. Dopo una fase di preminenza veneziana, Genova trovò l’occasione di rifarsi con la restaurazione di una dinastia greca, i Paleologhi (1261) che le riconobbero tutta una serie di privilegi a Costantinopoli e nell’impero latino d’oriente.
Il conflitto si riaccese dopo la metà del XIV secolo con la guerra di Chioggia. Genova, forte di una vasta coalizione antiveneziana, giunse a occupare Chioggia e Grado. Ma la pace di Torino del 1381 se impose a Venezia alcune gravi rinunce (soprattutto Trieste e la Dalmazia), non spense le energie della città che anzi, sostenuta da una costituzione politica più forte della rivale, nel corso del Quattrocento recuperò mercati e territori perduti e ampliando le sue attività. Genova, invece, vide diminuire i suoi traffici e la sua presenza politica.
Lo Stato della Chiesa e Cola di Rienzo

I domini temporali del papato costituivano già da molti secoli un organismo statale con organi di governo. Tuttavia, la sovranità del pontefice aveva frenato lo sviluppo e l’autonomia di istituzioni politiche locali e continuavano nella stessa Roma i disordini tra fazioni e potenti famiglie. La possibilità per il papato di esercitare un’effettiva autorità sui suoi domini diminuì nel Trecento, in conseguenza del trasferimento della sede pontificia ad Avignone. Fra i numerosi episodi di ribellione ebbe eco particolare l’insurrezione popolare scoppiata a Roma nel 1347, capeggiata da Cola di Rienzo che volle instaurare una repubblica romana, di cui si proclamò “tribuno”. L’iniziativa di cola ebbe successo per i suoi programmi di pacificazione, non solo della città , ma dell’intera penisola. Essi sembravano rispondere alla diffusa esigenza di un nuovo ordine politico.
Tuttavia, gli mancavano effettive capacità di governo e forze reali che lo appoggiassero. Cola di Rienzo cadde pochi anni dopo, ucciso nel corso una sommossa nel 1354. Ai dilaganti episodi di ribellione nei suoi domini, il papato rispose con l’invio di legati provvisti di ampi poteri. Fra essi si distinse il cardinale spagnolo Egidio di Albornoz che riuscì per qualche tempo a ristabilire l’autorità pontificia. Nel 1357 egli emanò una raccolta di norme (Costituzioni egidiane) che miravano a definire le linee fondamentali dell’assetto politico dello Stato, ribadendo le prerogative pontificie, ma riconoscendo anche, entro certi limiti, le autonomie dei comuni e dei signori. I risultati furono tuttavia effimeri nel lungo periodo.
I regni di Sicilia e di Napoli
Il regno di Sicilia, già da tempo costituito in un ampio Stato unitario esteso a tutta l’Italia meridionale, era passato dagli Svevi agli Angioini nel 1266. Il dominio angioino, tuttavia, incontrò forti opposizioni a causa soprattutto del gravoso fiscalismo. Nel 1282, con la guerra del Vespro, così detta perché iniziata a Palermo al vespro del lunedì di Pasqua, la Sicilia si ribellò, fidando nell’appoggio di Pietro III, sovrano del regno spagnolo di Aragona. La guerra durò venti anni e si concluse con la pace di Caltabellotta del 1302 con il riconoscimento dell’isola a Federico d’Aragona, figlio di Pietro, che si intitolò re. Si aprirono così nuovi spazi all’espansionismo mediterraneo dei catalani e degli aragonesi, cui Bonifacio VIII aveva concesso anche l’investitura della Sardegna e della Corsica. Risultarono dimensionati invece i progetti degli Angioini.
I regni meridionali
Il sud della penisola risultava così diviso in due tronconi. Il Mezzogiorno continentale e la Sicilia che si sarebbero ricongiunti solo nel 1442. La complessiva debolezza dell’Italia meridionale si evidenziò nei secoli XIV e XV. Essa non derivava da questa divisione ma piuttosto dalla mancanza di un’economia sviluppata, di centri cittadini fiorenti, di forti centri urbani. La sua economia rimase subalterna a quella settentrionale. Il Sud fu semmai esportatore di derrate alimentari. Dalla fragilità di quel mondo urbano derivò anche la fragilità della monarchia, incapace di fronteggiare il potere di una fortissima nobiltà.
Il regno Angioino
In particolare in Sicilia fu forte il potere dei baroni. Questi erano schierati in fazioni ostili fra loro, anche se concordi nella difesa dei loro interessi contro i sovrani. Per tutto il Trecento il potere fu nelle mani delle grandi famiglie feudali. Solo verso la fine del secolo, l’autorità regia poté affermarsi nuovamente con Martino il Giovane (1392-1409), figlio del re d’Aragona. La Sicilia si ricongiunse formalmente all’Aragona come viceregno nel 1412. Il regno di Sicilia, o regno di Napoli come si chiamò in seguito, conobbe un periodo di splendore con Roberto d’Angiò (1309-43). Capo incontrastato del guelfismo italiano, egli esercitò una notevole influenza sulla politica italiana.
Dopo di lui si aprì una crisi dinastica, ma la situazione si risollevò con Ladislao di Durazzo (1386-1414), che tentò di avviare una politica di espansione nell’Italia centrale. Ma la sua morte e la successione della sorella, Giovanna II (1414-35), anche essa priva di eredi legittimi, innescarono una nuova fase di scontri. Si fronteggiarono gli Angioini e gli Aragonesi nella persona di Alfonso, già re di Aragona e di Sicilia. Egli riuscì a prevalere nel 1442 ricostituendo l’antica unità del regno con il titolo di re delle due Sicilie.
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