Tra il XII e il XIII secolo, mentre il papato andava sviluppando le sue dottrine teocratiche, l’impero non rinunciava a rivendicare la sua funzione di guida politica del popolo cristiano. Rimaneva assai forte l’idea che l’intera società cristiana costituisse un unico corpo politico, da governare unitariamente. Tuttavia, l’impero aveva perduto prestigio durante la lotta delle investiture e la sua autorità si era indebolita. Oltre che verso il papato, la debolezza dell’autorità imperiale si manifestò anche di fronte ad altre forze politiche in Germania e in Italia.
Guelfi e ghibellini in Germania
In Germania, il conflitto tra autorità imperiale e grandi poteri territoriali contribuì a strutturare contrapposizioni politiche durature, spesso sintetizzate nelle etichette di guelfi e ghibellini. Gli antagonisti del governo imperiale erano i membri della grande aristocrazia che esercitavano poteri signorili su vasti territori, come i principi che erano a capo di forti ducati di Sassonia, Baviera, Franconia, Svevia. Ai principi tedeschi competeva inoltre la designazione degli imperatori in base a un principio elettivo. Questo meccanismo rendeva più complessa la continuità dinastica e aumentava il peso negoziale dei principi, che potevano condizionare l’azione del sovrano in cambio del loro sostegno. Così, al posto del successore che Enrico V aveva designato all’interno della casata sveva degli Hohenstaufer, fu scelto Lotario di Supplimburgo (1125-37). Quando morì Lotario, al posto di suo genero, il potentissimo Enrico di Baviera, venne scelto un membro degli Hohenstaufen, Corrado III (1138-52).
I duchi di Svevia e i duchi di Baviera, le casate più potenti dell’impero, si trovarono così a capeggiare i due grandi partiti in cui si era divisa la Germania. Da un lato il partito ghibellino (dal castello di Weiblingen, in Svevia) e dall’altro il partito guelfo (dal nome Welf, il capostipite della casa di Baviera). Al di là dell’origine dei nomi, la contrapposizione rifletteva interessi territoriali e dinastici che limitavano la possibilità di una direzione imperiale unitaria. Le loro lotte rendevano ancor più difficile l’esercizio del governo imperiale, che, tra l’altro, poteva sempre meno contare sul sostegno dei vescovi. Il controllo sulle sedi episcopali era infatti un elemento decisivo del governo, perché univa autorità religiosa, risorse e influenza politica sul territorio.
La situazione in Italia

In Italia la situazione era particolare perché, accanto ai grandi signori e feudatari imperiali, si erano sviluppati con forza i comuni che avevano acquistato sempre più autorità nelle città. Essi raccoglievano attorno a sé anche la feudalità laica ed ecclesiastica minore. Nonostante i contrasti interni e la rivalità fra città, i comuni urbani esercitavano i diritti pubblici, cioè funzioni di giustizia, fiscalità e ordine pubblico, controllavano le vie di comunicazione ed erano organizzati politicamente. Questa capacità di autogoverno rese i comuni interlocutori inevitabili e, spesso, concorrenti dell’autorità imperiale.
Era stato proprio nei decenni tra la fine dell’XI e la metà del XII secolo che si erano costituiti i principali comuni italiani. Nei decenni successivi al concordato di Worms gli spazi di azione dell’impero in Italia erano ancor più diminuiti. In pratica, il potere imperiale risultava intermittente: forte nelle rivendicazioni, ma discontinuo nell’amministrazione quotidiana.
L’elezione di Federico Barbarossa

Una svolta fu rappresentata dall’elezione di Federico I di Hohenstaufen, detto Barbarossa. Discendente della casata di Svevia e, da parte di madre, da quella di Baviera, la sua elezione nel 1152 permise la riconciliazione fra i due partiti rivali. E Federico, in Germania, perseguì una politica che mirava all’accordo con l’aristocrazia di Baviera, pur senza rinunciare a esercitare l’autorità imperiale. Accanto ai legami di tipo feudale, stretti con l’alta aristocrazia, egli seppe aggiungere l’opera dei ministeriales, funzionari e servitori armati legati direttamente alla corona, per amministrare i vasti possedimenti del sovrano e per ridurre la dipendenza politica dell’imperatore dai grandi principi.
Sfruttando interamente i diritti conferiti dal concordato di Worms e intervenendo direttamente nell’elezione dei vescovi, Federico I riuscì a ottenere un certo controllo sul clero, anche come strumento di stabilizzazione del potere in Germania, e a porre uomini di sua fiducia a capo delle principali diocesi di Germania. Stabilì inoltre un rapporto diretto tra la corona e le città imperiali, dove pose funzionari di nomina regia.
La politica italiana
Diversa fu invece la politica di Federico Barbarossa verso l’Italia. Egli considerava l’Italia una terra in cui la presenza di un’aristocrazia meno compatta rispetto ad altre aree europee avrebbe dovuto consentirgli di affermare più facilmente il suo potere. Una terra che pareva possibile ordinare secondo un sistema di governo dipendente dall’imperatore. Una terra in cui i prosperi comuni avrebbero potuto assicurargli una solida posizione di forza.
Alla base di questa idea di Federico I circa l’Italia vi era una concezione assai forte del potere imperiale che derivava in parte dalla tradizione del diritto romano che forniva un linguaggio giuridico utile a presentare le regalie come espressione naturale della sovranità. Questa concezione attribuiva all’imperatore la facoltà di esercitare con pienezza i poteri dell’autorità sovrana.
La lotta con i comuni e il papato

Per affermare questi poteri, Federico I scese in Italia una prima volta nel 1154-55, a seguito di un accordo con papa Eugenio III. In base a esso, il papato avrebbe sostenuto l’imperatore in cambio dell’appoggio imperiale contro il movimento comunale sviluppatosi a Roma a partire dal 1143 e che aveva costretto il papa a lasciare la città. Questo movimento era guidato dalla predicazione di Arnaldo da Brescia e si opponeva al papa in virtù di un’antica tradizione di libertà repubblicana del popolo romano. Federico I sconfisse in breve i seguaci di Arnaldo, quindi ricevette la corona imperiale dal nuovo papa Adriano IV (1155). Tuttavia, rinunciò alla spedizione che aveva progettato contro i Normanni dell’Italia meridionale e non riuscì a ottenere il riconoscimento della propria autorità perché i comuni erano ormai strutture politiche autonome, difficili da ricondurre a un controllo esterno senza un apparato amministrativo stabile e capillare.
Più positiva fu la seconda discesa del 1158-62 in cui Federico I ottenne la sottomissione dei comuni, soprattutto della città di Milano. Riunì una dieta a Roncaglia in cui emanò la Definitio o Constitutio Regalium con cui rivendicò all’impero i poteri sovrani, il diritto di battere moneta, di imporre tributi, di nominare i magistrati. L’obiettivo era trasformare in norme e procedure ciò che, per i comuni, era già diventato esercizio pratico di sovranità cittadina. Furono proibiti i patti giurati nelle città, le leghe e le guerre private. Federico nominò funzionari incaricati di controllare i comuni italiani e tentò di controllare il clero. Ciò scatenò una vasta opposizione da parte dei comuni e del papa Alessandro III (1159-81) che temeva l’eccessiva forza dell’impero. Federico reagì facendo eleggere un antipapa, Vittore IV. Alessandro III allora scomunicò l’imperatore ma fu costretto a fuggire in Francia. Milano, a capo della resistenza contro l’impero, fu assediata per due anni e costretta alla resa nel 1162.
La vittoria dei comuni

La coalizione antimperiale si allargò perché la politica di Federico Barbarossa era troppo limitativa per le fiorenti energie comunali. Il papa Alessandro III riuscì a stringere alleanze con la Francia, la Spagna, l’Inghilterra, l’imperatore bizantino, i Normanni dell’Italia meridionale, tutti timorosi dell’eccessiva potenza dell’imperatore. Energica fu l’opposizione dei comuni. Si costituì una coalizione di città venete, la Lega Veronese (1164), seguita dall’alleanza delle città dell’area lombarda, la Lega Cremonese. Nel 1167 le due leghe si fusero, sancendo con il giuramento di Pontida la nascita della Lega lombarda, capeggiata da Milano. L’impero era in difficoltà e l’imperatore Federico Barbarossa scese in Italia una quarta volta.
Si delineò infine un’alleanza da papa Alessandro III e la Lega Lombarda, a seguito della quale, nel 1174, Federico organizzò la quinta discesa in Italia per ristabilire la sua autorità. La campagna d’Italia si protrasse fino al 1177 ma si concluse in una sconfitta dell’impero. Sulla via del ritorno, l’esercito imperiale fu assalito dalle forze della Lega lombarda e disastrosamente disfatto a Legnano nella primavera del 1176. La sconfitta mostrò i limiti di una restaurazione imperiale fondata soprattutto sulla forza militare, senza un compromesso istituzionale con le autonomie urbane.
La pace di Costanza

Federico I allora tentò la via diplomatica, cercando di dividere il papa e la Lega lombarda. Raggiunse l’obiettivo in cambio del riconoscimento di papa Alessandro III contro l’antipapa. Nel 1177, a Venezia, grazie alla mediazione pontificia, venne stabilita una tregua di sei anni fra comuni e impero e di quindici anni tra impero e Normanni. Sei anni dopo fu infine conclusa la pace di Costanza (1183) con la quale l’impero riconosceva ai comuni numerose regalie. In questo modo veniva formalizzata una situazione già consolidata: i comuni conservavano ampie funzioni di governo, mentre l’impero manteneva un’autorità superiore più simbolica e negoziale.
Tra queste il diritto di costituire leghe, di costruire fortificazioni e di eleggere i propri consoli. L’imperatore si riservò forme di sovranità assai meno dirette e costrittive, ossia la riscossione di un tributo e il diritto di conferma dei consoli dei comuni che avrebbero dovuto prestargli giuramento di fedeltà. Dunque, la forma della pace fu quella della concessione.
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La morte di Federico Barbarossa
Intanto l’imperatore aveva preso forza anche in Germania dove aveva sconfitto il suo principale avversario, Enrico il Leone, dividendone i possedimenti fra i signori laici ed ecclesiastici alle sue dipendenze. Federico ebbe un’ulteriore possibilità di rafforzare la sua posizione in Italia grazie al matrimonio tra suo figlio primogenito Enrico e Costanza d’Altavilla, zia del re normanno Guglielmo II di Sicilia e probabile erede di quel regno.
Questo matrimonio avrebbe consentito alla casata di Svevia la creazione di un vasto dominio, dalla Sicilia fino alla Germania. Intanto, Federico Barbarossa prese parte alla terza crociata, iniziata in seguito alla conquista dei luoghi santi da parte del Saladino. L’imperatore trovò la morte in crociata. Annegò in Anatolia nel 1190. L’improvvisa morte del Barbarossa, tuttavia, non causò l’indebolimento degli Hohenstaufen.
Il breve regno di Enrico VI

Il figlio Enrico VI raccolse la sua eredità e fu incoronato imperatore a Roma l’anno successivo. Nel 1194, a seguito della morte dell’ultimo discendente dei Normanni, in virtù del suo matrimonio, poté cingere la corona di Sicilia. Con Enrico si ebbe la ripresa della politica imperiale nell’area mediterranea. Essa fu diretta sia verso l’Africa settentrionale e la Spagna, dove i regni musulmani divennero suoi tributari, sia verso oriente, dove egli ottenne l’omaggio feudale dei sovrani di Cipro e Gerusalemme.
Tuttavia, restava forte l’opposizione dei principi tedeschi che stentavano a riconoscere l’ereditarietà del titolo imperiale e a impegnarsi in azioni in aree così lontane dalla Germania. Continuava anche l’opposizione del papa e dei comuni. La politica di Enrico VI fu stroncata dalla sua improvvisa morte, avvenuta a soli 32 anni nel 1197. Per la casata di Svevia si aprì un periodo di crisi, aggravata dalla tenere età del successore di Enrico, il figlio Federico di soli tre anni. Alla morte della madre Costanza, avvenuta nel 1198, la sua tutela fu assunta da papa Innocenzo III.
La supremazia di papa Innocenzo III
La crisi degli Hohenstaufen permise agli altri poteri di riprendere vigore. Tra questi emerse con particolare forza il papato di Innocenzo III (1198-1216). La sua azione fu sostenuta da una concezione altissima dell’autorità pontificia, rivendicando pienamente il ruolo di guida della cristianità anche nelle questioni terrene. Il papa si definiva “vicario di Cristo” e non “vicario di Pietro”, a sottolineare la preminenza del pontefice sopra ogni altro potere terreno e la natura sacrale di un’investitura che derivava direttamente da Dio. Questa formula mirava a presentare l’autorità pontificia come superiore anche nelle controversie politiche, legittimando interventi diretti nella scelta dei sovrani e negli equilibri internazionali.

Il papato e la politica europea
La chiesa si sentì così giustificata a ingerirsi nelle vicende temporali. Innocenzo III, approfittando delle difficoltà dell’impero, si inserì nella politica europea, giungendo a diventare arbitro e regolatore della stessa. Fu grazie al suo appoggio che nel 1201, dopo la morte di Enrico VI, il guelfo Ottone di Brunswick riuscì a diventare imperatore contro Filippo di Svevia, fratello del defunto Enrico VI, che era avversato dal papa anche per i diritti che la sua casata deteneva sulla corona di Sicilia.
Verso questo regno, infatti, papa Innocenzo III aveva rivendicato i diritti di superiorità feudale che gli derivavano dal vecchio accordo di Melfi del 1059 e per questo aveva esercitato la tutela sul futuro Federico II. Egli riuscì anche a far riconoscere la sua alta sovranità da parte di molti regni in Europa. Nel frattempo, a causa di dissapori sorti con Ottone, il papa rivolse il suo favore a Federico II di Svevia che nel 1212 veniva incoronato imperatore.
Le crociate sotto Innocenzo III
Il papa si fece promotore anche di altre importanti iniziative. Si ebbe così una ripresa del movimento crociato in Oriente con la quarta crociata nel 1202 e poi la quinta del 1217, ma entrambe concluse senza successo. Invece nella penisola iberica, la Reconquista, che aveva subito una battuta di arresto nella seconda metà del XII secolo, riprese vigorosamente. I cristiani vinsero sugli arabi nel 1212 a Las Navas de Tolosa.
Una particolare crociata fu avviata nel 1208 contro i catari albigesi, considerati cristiani eretici e diffusi nella città di Albi, in Francia, dove avevano trovato protezione. Dopo l’uccisione di un legato papale, Innocenzo III invocò l’uso delle armi e i cavalieri risposero, assalendo le città della contea di Tolosa e della Linguadoca. Gli albigesi furono sterminati. Innocenzo III creò un micidiale strumento di lotta alle eresie.
La morte di Innocenzo III
La misura dell’autorità e della grandezza della Chiesa e del papato si rivelarono nel IV concilio lateranense del 1215. Era presente uno straordinario numero di rappresentanti della chiesa, dei sovrani e dei principi. Nel corso dell’assemblea ecumenica furono prese straordinarie misure contro le eresie e largo spazio fu dedicato anche ai rapporti con le Chiese cristiane di oriente e alla regolamentazione della vita degli ecclesiastici.
Innocenzo III morì a Perugia nel 1216. I successori dimostrarono una minor forza politica, soprattutto di fronte alle nascenti monarchie nazionali. Inoltre, grazie all’affermarsi della straordinaria figura di Federico II, l’impero tornò a esercitare un prestigioso ruolo di primo piano nella politica europea.
Federico II e l’impero

Nel 1214 Federico II si liberò definitivamente di Ottone di Brunswick, sconfitto nella battaglia di Bouvines assieme al re inglese Giovanni Senza Terra. Papa Innocenzo III, nel tentativo di mantenere divisi i possedimenti tedeschi da quelli siciliani, lo aveva costretto ad affidare il trono di Sicilia al figlio Enrico di pochi anni, ma Federico mostrò l’intenzione di riunire la corona di Germania e di Sicilia.
Da un lato, con lo scopo di introdurre il principio di ereditarietà del titolo imperiale, fece eleggere Enrico re dei Romani, ponendo così il figlio alla candidatura della successione imperiale; dall’altro Federico si fece incoronare egli stesso imperatore nel 1220 per mantenere quel titolo di re di Sicilia che Innocenzo III lo aveva costretto a cedere. Il nuovo papa Onorio III consentì a Federico di conservare tale titolo, purché fosse chiaro che l’unione delle due corone risultasse una cosa straordinaria, non trasmissibile agli eredi. Si trattava di una soluzione di compromesso, pensata per evitare un blocco politico troppo potente tra Germania e Italia meridionale, che avrebbe potuto accerchiare i territori della Chiesa.
La politica di Federico in Italia
Una volta raggiunto l’accordo con il papato, Federico II si dedicò a una politica di consolidamento dei propri possedimenti. Ma la dispersione dei suoi domini in un’area tanto vasta (Germania, Italia settentrionale e Sicilia) non gli permise di esercitare la sua autorità in modo efficace. La distanza tra i centri di potere e la necessità di mediare con élite locali resero il governo inevitabilmente diseguale: più diretto nel regno meridionale, più fragile in Germania e nell’Italia comunale. Base della sua forza rimase il regno meridionale in cui svolse un’intensa attività, limitando il potere dei feudatari e delle città e dando luogo a un accentramento amministrativo.
Limitata fu invece la sua opera in Germania, dove l’assenza di Federico determinò l’impossibilità di affermazione del potere regio. Ma Federico incontrò anche enormi difficoltà a gestire i comuni dell’Italia settentrionale, da sempre riottosi a un’autorità superiore. Egli revocò allora quelle concessioni fatte con la pace di Costanza. In risposta si costituì una nuova Lega lombarda (1226), anche se non giunse subito a uno scontro aperto.
Il ruolo del papato

La situazione per Federico divenne ancor più difficile per la crescente opposizione della curia romana. Tale opposizione divenne implacabile sotto il nuovo pontefice Gregorio IX (1227-41). Risale a questo periodo il nuovo significato che assunsero i termini ghibellino e guelfo. In Italia, essi vennero via via a indicare il partito dell’imperatore (ghibellini) o del papa (guelfi). Nelle diverse città e comuni essi finirono per indicare gli schieramenti politici opposti, anche se solo indirettamente ormai si richiamavano all’impero e alla Chiesa.
Intanto, la crociata bandita da Gregorio IX veniva continuamente rinviata da Federico, fino a che il papa lo scomunicò. L’imperatore fu costretto a partire per la Terra Santa, anche se il papa non tolse la scomunica. Anzi, mentre Federico era lontano, Gregorio IX ottenne dal sultano d’Egitto la consegna di Gerusalemme, Betlemme e Nazareth (1229).
La pace di Ceprano
Inoltre, il papa Gregorio IX disconobbe la sua politica di intesa con i musulmani e proclamò addirittura una crociata contro il regno di Sicilia. Federico tornò in Italia tempestivamente e sconfisse i crociati. Con la pace di Ceprano (1230), Federico in cambio della concessione di immunità giudiziarie e fiscali agli ecclesiastici del regno di Sicilia e della rinuncia al controllo delle elezioni vescovili, ottenne dal papa la revoca della scomunica.
Ciò gli consentì di dedicarsi al rafforzamento del regno e alla lotta contro i comuni. Nel 1237, grazie anche all’appoggio di alcuni grandi signori ghibellini come Ezzelino da Romano e Oberto Pallavicino, Federico ottenne l’importante vittoria di Cortenuova. Nell’Italia settentrionale vi erano ormai due fronti contrapposti, divisi dalla fedeltà all’impero o al papato. Da un lato le città filoimperiali ed Ezzelino, dall’altro la Lega lombarda e il guelfo Azzo d’Este.
La fine di Federico e dell’impero
Gli anni successivi però segnarono il predominio dell’opposizione antimperiale dei comuni ai quali si unì anche il papato. La nuova potenza di Federico, infatti, mise in crisi il precario accordo raggiunto con il papa. Gregorio IX ritornò alla precedente intransigenza e scomunicò nuovamente l’imperatore nel 1239. Anche il successore, papa Innocenzo IV (1243-54) continuò a fronteggiare duramente l’imperatore. Nel 1245, in un concilio a Lione, ne proclamò la deposizione, sciogliendo i suoi sudditi dal giuramento di fedeltà.
La reazione di Federico fu estremamente dura, assumendo posizioni intransigenti e polemiche anche in materia religiosa. Egli e i suoi seguaci furono dichiarati eretici. Sul piano politico, il papato sostenne efficacemente l’opposizione dei comuni all’imperatore. La posizione di Federico II era inoltre indebolita dall’incerta fedeltà del regno di Sicilia, dai focolai di rivolta in Germania, dalle ribellioni dell’Italia settentrionale. Dopo una serie di umilianti sconfitte, Federico II morì nel 1250 e con lui tramontò definitivamente la possibilità di un forte potere imperiale.
FAQ – Impero e Papato tra XII e XIII secolo
Perché nel XII e XIII secolo impero e papato entrarono in conflitto?
Entrambe le istituzioni rivendicavano una funzione universale di guida della cristianità: il papato sviluppava dottrine teocratiche mentre l’impero continuava a considerarsi autorità politica suprema, generando una competizione diretta per la legittimità del potere.
Chi erano guelfi e ghibellini?
Erano i due schieramenti politici nati dal contrasto tra le grandi casate tedesche e poi diffusi in Italia: i guelfi sostenevano il papato, i ghibellini l’imperatore, trasformandosi progressivamente in fazioni cittadine contrapposte.
Quale ruolo ebbero i comuni italiani nello scontro tra impero e papato?
I comuni, ormai fortemente autonomi e organizzati politicamente, esercitavano poteri pubblici e difendevano la propria indipendenza, opponendosi ai tentativi imperiali di controllo e contribuendo alla formazione di alleanze come la Lega lombarda.
Perché la pace di Costanza fu così importante?
Con questo accordo l’impero riconobbe ai comuni diversi diritti politici e amministrativi, limitando la propria autorità diretta e sancendo un equilibrio tra autonomia cittadina e sovranità imperiale.
Quale fu il progetto politico di Federico II?
Federico II cercò di consolidare un potere imperiale forte, soprattutto nel Regno di Sicilia, introducendo forme di accentramento amministrativo; tuttavia l’opposizione dei comuni, dei principi tedeschi e del papato impedì la piena riuscita del suo disegno.
Mappa concettuale Impero e Papato tra il XII e il XIII secolo

Il tramonto dell’ideale imperiale universale
Il confronto tra gli Svevi e il papato mostrò i limiti del progetto medievale di un’autorità unica sulla cristianità. Le resistenze dei comuni, l’autonomia dei principi territoriali e la crescente forza delle monarchie europee trasformarono l’equilibrio politico, rendendo sempre più difficile la ricostruzione di un potere imperiale universale. Con la morte di Federico II si chiuse infatti la possibilità di restaurare una guida politica unitaria dell’Europa, aprendo la strada a un sistema fondato su pluralità di Stati e poteri distinti.





