La Chiesa dalla cattività avignonese alla restaurazione romana. Lo scisma d’occidente

Chiesa dalla cattività avignonese alla restaurazione romana

Tra la fine del XIII secolo e la seconda metà del XIV, la Chiesa latina attraversò una delle fasi più delicate e controverse della propria storia istituzionale. Il trasferimento della sede pontificia da Roma ad Avignone, avvenuto nel 1309, segnò una frattura profonda nell’autorità papale. Quella che la storiografia ha definito “cattività avignonese” aprì un lungo periodo di tensioni tra il papato, le monarchie europee e le città italiane, mettendo in discussione il ruolo universale del pontefice e il rapporto tra potere spirituale e potere temporale. Il successivo ritorno della Curia a Roma, sancito nel 1377, non rappresentò una semplice inversione di rotta, ma l’esito di un complesso processo di crisi, riforme parziali e conflitti interni, che avrebbe condotto di lì a poco allo scisma d’Occidente.

Il papato avignonese

La sconfitta di Bonifacio VIII nello scontro con Filippo il Bello lasciò campo libero a una notevole influenza della corona francese sul papato. Ciò causò, nel 1305, l’elezione di un papa francese, Clemente V, che evitò di recarsi a Roma e nel 1309 stabilì la sede pontificia ad Avignone. Nella città francese, sotto la tutela della corona, i papi rimasero per circa settant’anni e furono tutti di nazionalità francese.

Era questo il segno clamoroso dell’influenza delle grandi monarchie europee sul papato che, dal canto suo, cercò di porre rimedio a questa situazione promuovendo un processo di centralizzazione nel governo della Chiesa. Questo fu l’aspetto più caratteristico del periodo avignonese, sia per contrastare l’ingerenza dei poteri politici sia per esercitare sulla Chiesa un controllo più diretto.

Le nuove esigenze del papato

nuovo ruolo del Papato
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Significativa fu in particolare l’affermazione dell’autorità pontificia sulla nomina di vescovi, arcivescovi e titolari di benefici minori. Questo era in contrasto con un’antica tradizione che li voleva assegnati da autorità ecclesiastiche locali oppure da “patroni” laici. Si moltiplicarono gli interventi in materia disciplinare, in questioni giurisdizionali (con la creazione del tribunale della Rota), aumentò l’attività della cancelleria. Inoltre, acquistò una nuova importanza la Camera apostolica, organismo preposto alle finanze della Chiesa e incaricato di reperire grandi quantità di denaro, necessarie per la grande crescita dell’apparato amministrativo e del personale della curia.

Alle nuove esigenze finanziarie si provvide in parte con le entrate dello Stato pontificio (che diminuivano tuttavia per i disordini politici e per la lontananza del papa), in parte con le tasse che si percepivano con la concessione di benefici. In parte ancora con l’imposizione di tributi agli ecclesiastici di tutto il mondo cristiano, generando forti contrasti con essi. In tal modo, il papato avignonese divenne la quarta potenza finanziaria nell’Europa dell’epoca.

Il malcontento contro la curia

Questo processo di accentramento e l’aumento del peso della fiscalità suscitò aspre reazioni. Si moltiplicarono le accuse contro la volontà di potere del papato, contro la sua avarizia e ingordigia personale di molti ecclesiastici. Queste accuse furono mosse soprattutto da coloro che volevano che al papato fosse riservata la funzione di guida spirituale. A Dante e a Petrarca, la corte avignonese apparve come luogo di corruzione e mondanità. Le chiese locali si sentivano private degli antichi diritti e gravate da crescenti carichi fiscali. A questo malcontento se ne aggiungeva un altro, di tipo politico, soprattutto da parte degli Stati che vedevano con sempre più sospetto le ingerenze della curia papale negli affari civili e nella vita dei sudditi.

Le forme di vita religiosa tra Tre e Quattrocento

Impero degli Svevi e Papato tra il XII e il XIII secolo
AI

Il disagio e il disorientamento erano molto diffusi tra i fedeli e si manifestavano in forti esigenze di una spiritualità più intima e rigorosa. Queste esigenze erano vive nell’ordine francescano, in particolare nell’ala degli “spirituali”. Nel 1322 un capitolo generale tenutosi a Perugia aveva fatte proprie le posizioni ispirate da un pauperismo radicale. Ma queste posizioni erano state condannate come eretiche, l’anno successivo, da papa Giovanni XXII. Il contrasto fu aspro e si intrecciò con lo scontro politico in atto tra papato e impero. Lo scontro culminò con la deposizione di Giovanni XXII da parte dell’imperatore Ludovico il Bavaro nel 1328. Anche dopo la condanna papale, nell’ordine francescano si manifestarono episodi di disobbedienza per tutto il Tre e il Quattrocento. Le conseguenze videro condanne e persecuzioni, soprattutto verso coloro che denunciavano la degenerazione della Chiesa rispetto all’ideale evangelico.

Si diffusero anche orientamenti mistici che ricercavano la via di una perfezione religiosa tutta interiore. Grande suggestione esercitò la figura di Caterina da Siena (1347-80). Notevoli sviluppi ebbe la mistica in Germania e nei Paesi Bassi per l’influenza del domenicano maestro Eckart. Questi orientamenti erano l’espressione dell’esigenza di forme di religiosità più individuale e interiore, all’insegna di una spiritualità profonda.

Fra Dolcino e i lollardi

In alcuni casi, l’aspirazione a un rinnovamento della vita religiosa sfociò in contestazione aperta delle istituzioni ecclesiastiche, raggiungendo i caratteri di movimento popolare. Fu il caso, nell’Italia settentrionale, della vicenda degli apostolici, gruppi che sostenevano una sorta di proprietà comune dei beni e rifiutavano la gerarchia ecclesiastica. Il movimento ebbe numerosi proseliti, soprattutto grazie all’opera di fra Dolcino, contro cui fu bandita una crociata. Dolcino e i suoi seguaci, rifugiatisi in Valsesia, furono presi nel 1307.

Assai maggiore diffusione ebbero, alcuni decenni più tardi, movimenti che si ispiravano all’ideale pauperistico, soprattutto in Inghilterra. Essi si rifacevano agli insegnamenti di John Wycliffe (1320-84), studioso di diritto canonico e teologia all’Università di Oxford. Egli fu dapprima sostenuto  dalle autorità politiche nei suoi attacchi alla Chiesa ma la sua dottrina fu poi condannata per le teorie che apparivano troppo pericolose dal punto di vista sociale. Tuttavia, il suo messaggio, diffuso dalle schiere di predicatori detti lollardi, ebbe grandissima eco. L’insurrezione inglese del 1381 si richiamò in parte al suo insegnamento. Ebbero allora origine vaste persecuzioni, anche se il lollardismo si mantenne vivo fino a tutto il XV secolo.

Il ritorno del papato a Roma e lo scisma d’occidente

scisma d'occidente

Durante l’età avignonese si delinearono i contrasti tra il papato, chiese locali e autorità politiche. Questi contrasti si manifestarono in modo lacerante soprattutto dopo il ritorno dei pontefici a Roma, quando cioè il papato si trovò privo della forza e della compattezza necessarie a far fronte ai dissensi interni e alle pressioni esterne. Il rientro a Roma avvenne con Gregorio XI nel gennaio 1377. Il ritorno del pontefice era considerato un passo necessario per sottrarre la massima autorità della cristianità alle tutele esercitate dai potentati laici e per riaffermare una più intensa azione spirituale e la riforma della Chiesa. Le speranze furono ben presto deluse. Gregorio XI morì l’anno successivo.

Il conclave elesse Urbano VII (aprile 1378). Ma poco dopo, i cardinali francesi, che erano in maggioranza, denunciarono pressioni che avrebbero compromesso la regolarità dell’elezione. A Urbano contrapposero il cardinale Roberto di Ginevra, che prese il nome di Clemente VII. Era l’inizio del cosiddetto scisma d’occidente. Clemente si trasferì nuovamente ad Avignone, forte dell’appoggio del re di Francia. Poco dopo fu riconosciuto anche dalla Lorena, dalla Scozia, dai regni spagnoli di Aragona, Castiglia e Navarra. A favore del papa romano si schierarono la maggior parte degli Stati italiani, l’Inghilterra, l’Impero e gli Stati scandinavi. Entrambi i papi ebbero dei successori e il mondo cristiano si trovò diviso per lunghi anni in due schieramenti contrapposti, che diedero origine anche ad azioni di guerra.

I papi avevano bisogno del sostegno e del riconoscimento del maggior numero di forze politiche e dovettero quindi moltiplicare le concessioni e i privilegi, aggravando così la crisi dell’autorità e il prestigio del papato. A Clemente VII, nella sede avignonese, succedette nel 1394 Benedetto XIII. A Urbano VI, nella sede romana, Bonifacio IX (1389), Innocenzo VII (1404) e Gregorio XII (1406). Nel 1409 venne eletto Alessandro V, ma gli altri due rifiutarono di abdicare e si ebbero addirittura tre papi contemporaneamente.

I concili di Costanza e di Basilea

L’inconciliabilità delle posizioni fece sì che prendesse progressivamente forza l’idea di un concilio ecumenico come unica via di soluzione dello scisma. Vari dottori e canonisti sostennero la superiorità dello strumento dei concili rispetto al papato in materia di dottrina e di fede, in quanto espressione dell’universalità della Chiesa. Ma ora il concilio si proponeva in termini nuovi, ossia come iniziativa della Chiesa universale che si assumesse l’onere e l’autorità di riportare la concordia tra i pastori e i fedeli. Al di là del problema gravissimo del superamento dello scisma, il ricorso al concilio sembrava a molti opportuno anche per contenere la spinta alla centralizzazione nel governo della Chiesa e per riaffermare il ruolo delle Chiese locali.

Marsilio da Padova nel Defensor pacis del 1324 aveva scritto che la sorgente della sovranità era nel popolo e che essa si sarebbe potuta esprimere attraverso il concilio. Guglielmo d’Occam aveva sostenuto che il papa era sottoposto alla vera Chiesa che era costituita dalla totalità dei fedeli. Ora, con il perdurare del sisma, di fronte alla chiara incapacità dei papi a rappresentare la Chiesa universale e a esercitare il governo, si diffuse l’idea che solo una grande assemblea ecumenica avrebbe potuto riportare ordine e stabilità. Il concilio avrebbe anche dovuto essere l’avvio di quella riforma della Chiesa che tutta la cristianità reclamava.

Il concilio di Costanza

concilio di Costanza

Le aspirazioni del movimento conciliarista sembrarono realizzarsi con il concilio di Costanza. Principale artefice della sua convocazione fu Sigismondo, re di Germania e futuro imperatore. Egli indusse Giovanni XXIII a convocare l’assemblea ecumenica il 5 novembre 1414. L’azione del concilio, nonostante i contrasti, sembrò essere fruttuosa. Nel marzo 1415 Giovanni XXIII, timoroso dei risultati di un movimento così vasto, fuggì da Costanza pretendendo di convocare un nuovo concilio altrove. Ma i padri adottarono il famoso decreto Haec Sancta in cui si affermava che il concilio, in quanto espressione della Chiesa universale, derivava la sua autorità direttamente da Cristo e anche il papa ne era sottoposto. Giovanni XXIII fu deposto.

Abdicò anche il papa romano Gregorio XII. Non accettò di abdicare il papa avignonese Benedetto XIII che tuttavia fu abbandonato dai suoi seguaci e deposto nel 1417. Si era così nella condizione di dover eleggere un nuovo pontefice da parte del concilio. Ma i padri di Costanza vollero prima votare una serie di decreti che miravano a concretizzare la riforma della Chiesa. Si potè allora procedere con l’elezione di Martino V l’11 novembre 1417, il primo papa ecumenico dopo quarant’anni.

Il concilio di Basilea

Coninuavano tuttavia gravi difficoltà a realizzare concretamente un governo della Chiesa in cui l’autorità del papa si trovasse sottoposto alla sanzione del concilio. Martino V si dedicò attivamente a rafforzare il potere spirituale del papato sulla Chiesa e quello temporale nello Stato pontificio. Con prudenza, mirò a non scontrarsi con il movimento conciliarista e a rispettare i decreti di Costanza. Nel 1431 fu convocato il concilio di Basilea, in coincidenza con l’elezione di papa Eugenio IV. Fu questo invece un momento di duro scontro. Il nuovo papa, sottovalutando la forza del concilio, deliberò di scioglierlo. Ciò diede nuova energia al movimento conciliarista, ormai aspramente polemico verso il papato, anche quando nel 1433 Eugenio ne riconobbe nuovamente la legittimità.

Le tesi del conciliarismo trovava vasta adesione anche per la decisione dell’assemblea di ammettere fra i padri conciliari tutti i chierici. Le prerogative pontificie furono gravemente limitate in materia di benefici e di fiscalità, fu ridotta l’autorità della curia e del collegio cardinalizio. Il concilio pretese di esercitare esso stesso il governo della Chiesa con propri organi, paralleli e contrapposti, a quelli pontifici. Il conflitto con il papato divenne inevitabile. Quando il papa decretò il trasferimento del concilio a Ferrara, la maggioranza dei padri conciliari rifiutò di lasciare Basilea, sottopose Eugenio a processo e lo depose. Nel novembre 1439 nominarono Amedeo VIII duca di Savoia che assunse il titolo di papa Felice V.

Le forze politiche e il concilio

Il movimento conciliarista aveva avuto successo grazie anche a un largo appoggio dei sovrani e dei principi d’Europa. Le resistenze all’accentramento del governo della Chiesa erano infatti sostenute e condivise anche dalle forze laiche. Esse mal sopportavano le crescenti imposizioni fiscali sul clero dei loro Stati e le ingerenze dei tribunali pontifici. Viceversa, vedevano in un indebolimento dell’autorità e dell’influenza del papa sulle Chiese locali la possibilità di maggiori spazi per il controllo politico e civile delle istituzioni ecclesiastiche. Durante il periodo dello scisma la debolezza del governo della Chiesa diede maggior forza alle rivendicazioni dei principi.

Essi cercarono di strappare varie concessioni e prerogative che riguardavano vari aspetti come la possibilità di imporre tributi sui beni ecclesiastici e di limitare invece la tassazione papale. Negli ultimi decenni del Trecento e all’inizio del Quattrocento il processo di formazione di Chiese nazionali o addirittura regionali e di rottura dell’antica unità cristiana accelerò sensibilmente.

La chiesa inglese, francese e il gallicanesimo

gallicanesimo in Francia

La Chiesa inglese consolidò l’autonomia nei confronti di Roma, già affermata da tempo. Le imposte versate al pontefice furono drasticamente ridotte e si affermò la prassi che alle sedi vescovili fossero eletti i candidati designati dal sovrano. Inoltre, l’autorità dei vescovi inglesi si allargò su tutte le istituzioni ecclesiastiche del regno. Più contrastati furono i rapporti con gli Stati dove più forte e diretta era stata in passato l’autorità della Chiesa romana. In Francia, durante gli anni dello scisma, prese piede un diffuso movimento che sosteneva l’autonomia della Chiesa francese nei confronti di Roma, il gallicanesimo, che fu apertamente sostenuto dalla corona.

La Chiesa francese e il sovrano dichiararono di volersi sottrarre all’obbedienza del papa avignonese, che pure riconoscevano contro quello romano. Nel 1438 fu emanata la Prammatica sanzione di Bourges, un importante documento reale che faceva proprie e rendeva esecutive le deliberazioni di un’assemblea generale del clero francese. Si proclamava il principio elettivo per i vescovadi e le abbazie, senza ammettere l’intervento papale. Si affermava la competenza dei tribunali civili in materia ecclesiastica e si riduceva drasticamente la possibilità di tassazione del clero francese da parte del papato.

Il radicalismo del concilio e il distacco delle forze civili

Analoghe affermazioni di autonomia e larghe possibilità di intervento si ebbero in quasi tutti gli Stati italiani, dove i rapporti con il papato erano ancor più strettamente intrecciati. In Germania nel 1439 fu votato dalla dieta di Magonza un documento detto “Atto di accettazione“, che può essere considerato l’equivalente tedesco della Prammatica sanzione. L’insofferenza verso un controllo troppo stretto da parte del papato e l’aspirazione alla costituzione di chiese su cui i fedeli, le comunità e i principi potessero esercitare la propria influenza erano molto vive e produssero situazioni di effettiva autonomia nei confronti dell’autorità pontificia.

Tuttavia, il consenso dei principi al movimento conciliarista si raffreddò di fronte a quelle tendenze più radicali che si manifestarono negli ultimi anni del concilio di Basilea. Ciò a causa del modello di Chiesa che si stava proponendo, difficilmente controllabile non solo dall’autorità religiosa, ma anche da quella civile.

La riforma popolare hussita e la sollevazione della Boemia

movimento hussita e la sollevazione della Boemia

Vasti timori aveva provocato in Germania e in Europa orientale il movimento hussita. Questo, sviluppatosi in Boemia agli inizi del Quattrocento e così chiamato dal teologo Jan Hus (1369-1415), si riconnetteva al movimento di Wycliffe e dei lollardi. Dal punto di vista dottrinario, era assai meno eversivo e radicale ma contestava ugualmente la mondanizzazione della Chiesa e l’influenza dell’alto clero che era tedesco e sostenuto da forze politiche tedesche. Il movimento ebbe quindi una forte connotazione nazionalista boema, antigermanica e antiromana e per questo ebbe vasta diffusione. Recatosi a Costanza, Hus fu arrestato, condannato come eretico e arso vivo nel 1415. Questo scatenò una violenta reazione nazionale in tutta la Boemia in chiave antimperialistica e antitedesca. Gli insorti ottennero importanti successi.

Nel 1420 i cosiddetti “articoli di Praga” definivano alcuni principi comuni di tutto il movimento, insistendo in particolare sulla libertà di predicazione e sulla povertà del clero. Tuttavia, il fronte hussita si indebolì per i contrasti interni tra due tendenze. Un’ala più radicale costituita dai taboriti, soprattutto contadini, abitanti delle città dei ceti più umili, basso clero che erano sostenitori di un programma di profondo rinnovamento religioso e sociale contro l’oppressione dell’aristocrazia terriera. Dall’altra un’ala più moderata, costituita da borghesi e nobili, favorevole a una Chiesa rinnovata ma contraria al radicalismo dei taboriti. I moderati trovarono un compromesso con il concilio di Basilea (1433) e parteciparono alla lotta contro i connazionali “eretici” che furono sconfitti nel 1434 nella battaglia di Lipany. Il movimento taborita fu disperso e le divisioni della nazione boema contribuirono a indebolirne la resistenza di fronte alla Germania e agli Asburgo.

Il papato romano nella seconda metà del Quattrocento

restaurazione romana del quattrocento

Intanto la disunione profonda che ormai regnava tra i padri del concilio di Basilea aprì la strada verso un accordo con il papato, anche da parte di quelle forze politiche che avevano sostenuto il conciliarismo. Al papato si sarebbe dovuta assicurare l’autorità sufficiente a riportare ordine e pace nella Chiesa e di avviare la riforma. Nello stesso tempo, però, ai principi dovevano essere garantite quelle prerogative fiscali e giurisdizionali anche in campo ecclesiastico.

Il papato stava inoltre superando quella grave crisi di autorità subita negli anni di maggior successo del concilio di Basilea. Giovò al suo prestigio il ristabilimento, seppur temporaneo, dell’unità fra Chiesa d’oriente e Chiesa d’occidente, proclamata a Firenze nel 1439. Il progressivo rafforzamento del governo pontificio nell’Italia centrale e il consolidamento dello Stato della Chiesa contribuirono al ripristino dell’autorità del papato, confermando nell’obbedienza romana gli Stati italiani. I pochi padri rimasti a Basilea si trasferirono allora a Losanna ma poi si sciolsero definitivamente. Nel 1449 abdicò l’antipapa di Basilea Felice V.

Il tramonto del conciliarismo

Si concludeva così una delle più gravi crisi che la Chiesa romana avesse mai vissuto nella sua storia millenaria. La vittoria del papato fu consolidata nella seconda metà del Quattrocento. Il movimento conciliarista non fu più un grave pericolo per l’autorità del papa. Anche se continuarono a esservi dei seguaci e non mancarono le critiche alla Chiesa per la sua mondanità, nel secondo Quattrocento vennero meno le condizioni affinché la convocazione di un concilio diventasse realistica e concreta. E viceversa, si rafforzarono le teorie che insistevano sull’importanza di un governo monarchico e unitario della Chiesa. La pubblicazione da parte di Pio II della bolla Execrabilis (1460), che di fatto escludeva l’idea del concilio come organo permanente e superiore della cristianità, non incontrò opposizioni rilevanti.

La crescita dell’autorità pontificia

Invece poterono riprendersi e consolidarsi le tendenze alla centralizzazione del governo della Chiesa. Il collegio dei cardinali non riuscì ad assumere il ruolo di organo di rappresentanza delle Chiese locali. Divenne semmai luogo di rappresentanza degli interessi temporali delle monarchie europee e delle grandi famiglie principesche italiane. Crebbe l’autorità del pontefice e del ristretto ambiente che lo circondava, anche attraverso il diffondersi e l’istituzionalizzarsi di pratiche nepotistiche. Aumentò l’importanza degli uffici della curia in materia di giurisdizione e di assegnazione di benefici.

L’opposizione dei principi e delle autorità secolari perse asprezza. L’esperienza dello scisma e dei concili avevano mostrato il reciproco vantaggio di una linea di accordo tra principi e Chiesa romana nel comune obiettivo di esercitare un controllo più stretto sulle Chiese locali e di contenere le spinte autonomistiche. Si stipularono vari concordati che, da un lato, riconoscevano alle autorità civili forme di controllo sull’assegnazione di benefici, sull’imposizione di tasse ecclesiastiche e sulle competenze dei tribunali della Chiesa. Dall’altra, salvaguardavano la superiore autorità del papa, escludendo la possibilità di un sostegno politico a movimenti conciliaristi e di carattere radicalmente antiromano.

Il consolidamento del potere temporale del papato

Anche la restaurazione dell’autorità politica del papato sulle terre dello Stato della Chiesa e il consolidamento del suo potere temporale contribuirono a rafforzarne l’immagine di capo della Chiesa universale. Lo Stato pontificio, pur rimanendo generalmente debole, costituiva tuttavia un organismo politico abbastanza forte per evitare pressioni e interferenze sul papa. Le entrate fiscali dello Stato contribuirono poi ad aumentare le disponibilità finanziarie della Sede apostolica che si erano gravemente ridotte durante il periodo dello scisma. Fu in questo periodo che la città di Roma si avviò ad acquisire le sembianze della splendida capitale della Chiesa universale. Il Vaticano divenne la dimora abituale dei pontefici. Una residenza sfarzosa che fu via via abbellita con le opere d’arte dei principali geni dell’epoca.

Alla fine del Quattrocento, il papato poteva vantare una restaurata autorità su tutto il mondo cristiano, un rafforzamento delle sue strutture di governo ecclesiastico, un rinsaldato dominio sullo Stato pontificio. Rimaneva tuttavia precario l’equilibrio raggiunto fra le esigenze di centralizzazione e di pieno governo della Sede apostolica e le rivendicazioni di autonomia delle Chiese nazionali e dei principi. Soprattutto rimaneva il diffuso disagio dei fedeli di fronte all’inerzia romana verso il problema della riforma religiosa. La Chiesa appariva incapace di rispondere alle esigenze di un rinnovamento globale. Anzi, si moltiplicarono nell’alto clero i casi di mondanità, corruzione, concubinaggio, cumulo dei benefici, subappalto e vendita di indulgenze.

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