L’età cortese: il contesto storico, la società e i suoi valori

età cortese

Con l’espressione età cortese si indica una fase centrale del Medioevo europeo in cui la vita di corte divenne il principale centro culturale, politico e simbolico delle élite aristocratiche. Tra l’XI e il XIII secolo, in un’Europa segnata dalla frammentazione del potere feudale e dalla progressiva stabilizzazione dei regni, le corti signorili si affermarono come spazi privilegiati di rappresentazione del potere, di elaborazione dei modelli sociali e di produzione culturale. In questo contesto prese forma un sistema di valori condivisi che influenzò profondamente i comportamenti, le relazioni e l’immaginario dell’aristocrazia laica.

L’età cortese fu sì un fenomeno letterario o estetico, ma anche una vera e propria struttura sociale e mentale, fondata su ideali come l’onore, la lealtà, la misura, la generosità e la raffinatezza dei costumi. Il rapporto tra signore e vassallo, la ritualità della vita di corte, la centralità del codice cavalleresco e la nascita di una nuova concezione dell’amore contribuirono a definire un modello di comportamento che si propose come ideale normativo per la nobiltà. Attraverso la poesia, la musica, le cerimonie e le pratiche quotidiane, questi valori si diffusero ben oltre i confini delle corti, lasciando un’impronta duratura sulla cultura europea.

Il contesto sociale dell’età cortese: la cavalleria

In L’idea della letteratura, le forme letterarie, la questione della lingua nel Medioevo abbiamo visto come almeno fino all’XI secolo la cultura era monopolio della Chiesa con la lingua esclusivo del latino. Il resto della società utilizzava altre lingue, i volgari, nati dapprima per uso orale per le pratiche quotidiane, frantumati in una pluralità di varianti locali, regionali e poi nazionali. Perché si passi a usare il volgare anche per scopi culturali e letterari occorrono due condizioni. Che un gruppo sociale di laici, abbastanza forte e fornito di una chiara coscienza di sé, senta il bisogno di esprimere la propria visione del mondo e i propri valori. E che ci sia un pubblico laico, di lingua esclusivamente volgare, che proponga una domanda di cultura. Ciò, nei paesi dell’area linguistica romanza, si verificò per la prima volta in territorio francese verso la fine dell’XI secolo.

In Francia era particolarmente sviluppata la società feudale. Il ceto dominante era un’aristocrazia di origine guerriera. Con il passare del tempo, le genti in armi divennero insufficienti e si rese necessario il ricorso a nuove milizie, soprattutto di soldati a cavallo. Questa nuova classe militare, che venne a integrare il vecchi ceto feudale, fu la cavalleria. Ne facevano parte i figli cadetti dell’antica classe nobiliare, gli appartenenti degli strati inferiori della nobiltà e gente nuova proveniente dal rango dei ministeriales. Questi compagni d’arme del feudatario potevano essere ricompensati solo con le terre superflue e, per questo motivo, i ministerial furono elevati al rango nobiliare. Però, alla fine del XII secolo, il nuovo ceto cavalleresco comincia a diventare un ceto chiuso. Possono diventar cavalieri solo i figli dei cavalieri.

L’ideale cavalleresco

le crociate
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E’ per opera di questo ceto che si forma l’ideale cavalleresco. Sono i cavalieri a diventare gli interpreti più consapevoli della visione della vita e dell’etica feudale. Nasce per opera della cavalleria un’autorappresentazione idealizzata ed eroica della nobiltà feudale. L’ideale fondamentale è la prodezza, il valore nell’esercizio delle armi, il coraggio e lo sprezzo del pericolo. Poi la sete di gloria e il senso di onore da tutelare con ogni mezzo. Ancora la lealtà, il rispetto dell’avversario e del codice minuzioso che regola il combattimento, la generosità verso i vinti, la fedeltà al signore o sovrano. La vera nobiltà è quella intima, dell’animo, non quella esteriore, della nascita e del tenore di vita. E’ un principio tipico di chi è entrato in un ceto elevato provenendo dal basso e che tende a esaltare le doti della persona anziché quelle ereditarie.

Questa serie di valori guerrieri ha un valore fortemente laico nel quadro della visione della vita medievale che era invece fortemente religiosa. Ma la Chiesa non rinuncia a esercitare un influsso anche su questi ideali, operando una mediazione tra concezione guerresca e religiosa. Gli originali valori guerreschi ne escono così mitigati e ingentiliti. Il cavaliere deve mettere la sua prodezza al servizio dei deboli e degli oppressi, in particolare delle donne. La guerra deve essere indirizzata alla difesa della vera fede contro le eresie. Nasce il concetto di “guerra santa” contro gli infedeli, identificati soprattutto con i musulmani. Non a caso questa visione della vita si afferma in contemporanea con le crociate. Esse segnano il massimo grado dell’apogeo della nobiltà feudale e della casta militare della cavalleria. Ed è proprio questo il momento in cui l’aristocrazia feudale sente il bisogno di esprimere se stessa autocelebrandosi. Nascono così in Francia le prime opere letterarie in volgare, le canzoni di gesta.

La società cortese

società cortese

Le canzoni di gesta riflettono forme di vita feudali ancora semplici  e fortemente caratterizzate dallo spirito della casta militaresca. Ma con il passare dei decenni, nel corso del XII secolo, si ha un sensibile ingentilimento dei costumi, con forme più raffinate ed eleganti. I centri della vita associata di queste élites aristocratiche sono le corti dei grandi signori feudali del Sud e del Nord della Francia. Le idealità cavalleresche della classe feudale trapassano nell’ideale cortese (da corte) che ne è lo sviluppo e il compimento e ne rappresenta la visione più matura. Alle virtù tipicamente militaresche si aggiungono altre virtù, di tipo civile. In primo luogo la larghezza e la liberalità, il disprezzo del denaro e di ogni attaccamento agli interessi materiali, la generosità disinteressata. La magnanimità, la capacità di compiere gesti sublimi di generosità, di rinuncia e di sacrificio.

Vi è poi il culto della misura, del sapiente dominio di sé che non scade mai in eccessi ritenuti volgari. Poi il culto delle belle cose, del lusso, delle maniere gentili, del bel parlare e della conversazione raffinata con persone “gentili”. L’ideale della cortesia è un ideale per pochi, di un’élite gelosamente chiusa che respinge tutti coloro che non sono all’altezza di quello spirito e di quello stile di vita. Costoro sono sprezzantemente definiti “villani”. Infatti, la “villa” è la campagna abitata dai contadini che lavorano, ritenuta il luogo della rozzezza barbara. L’antitesi cortesia-villania è uno dei fondamenti della società cortese.

Il ruolo della donna

Le canzoni di gesta e la poesia cortese
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In questa concezione acquista un ruolo di primo piano la donna, che diventa simbolo della cortesia e della gentilezza, il soggetto attorno a cui ruota tutto questo sistema di virtù. Anzi essa è ritenuta la fonte stessa cui esse si originano perché capace di ingentilire tutti coloro che entrano in contatto con lei. Se nell’ideale cavalleresco della prima ora la donna non aveva spazio, ora la donna aristocratica acquista un nuovo spazio e un importante ruolo nella corte feudale.

La donna, pur essendo priva di potere reale, che resta in mano all’uomo, diventa il centro ideale della vita associata delle élites, soprattutto quando il signore è assente per lunghi periodi, impegnato in guerra e nelle crociate. E il culto della donna diviene il tema dominante della visione e della letteratura di questo periodo e si traduce in una particolare forma d’amore, l’amore cortese.

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