Con la nascita dei Comuni italiani cambia anche il modo di produrre e diffondere cultura. Accanto alla Chiesa emergono scuole laiche, università e nuovi intellettuali legati alla vita cittadina e alla borghesia mercantile.
Centri di diffusione e produzione della cultura
Nell’alto Medio Evo e nella società cortese e cavalleresca centri di cultura erano il monastero e la corte feudale. Nella società urbana la Chiesa conserva ancora nel campo della produzione e della diffusione della cultura un ruolo di primaria importanza. Nonostante i germi di coscienza laica che si originano naturalmente dalla nuova organizzazione economica e sociale, la base della visione del mondo comune è ancora religiosa: la Chiesa conserva il compito di dirigere le coscienze, di dettare le norme morali e di comportamento, di regolare tutti i riti fondamentali della vita associata. La funzione culturale della Chiesa si esercita innanzitutto attraverso la predicazione che, nel Duecento e Trecento, viene svolta da due nuovi ordini mendicanti, quello francescano e quello domenicano. Lo scopo era combattere la diffusione di eresie.
Con l’affermarsi della cultura volgare la Chiesa è anche un centro di produzione di testi scritti, che hanno come fine l’edificazione e l’insegnamento religioso e che sono redatti da chierici non più in latino, ma nella lingua di uso quotidiano, cioè il volgare, perché sono indirizzati a un pubblico comune che non conosce il latino. Il modello della letteratura religiosa sono le vite dei santi, raccolte di prediche e di esempi edificanti. Uno dei filoni più cospicui della letteratura del Due e Trecento è proprio quello della letteratura religiosa.
La scuola

La grande novità della civiltà urbana è il sorgere di centri di cultura laici, non legati direttamente alle finalità della Chiesa. Il ceto mercantile emergente ha assoluto bisogno di istruzione e cultura. In primo luogo per esigenze strettamente pratiche: saper leggere, scrivere e fare di conto per svolgere il lavoro. Ma a queste esigenze poi si aggiunsero quelle di status: l’affermazione economica e l’accresciuto peso politico spingono i cittadini a elevarsi anche culturalmente, per sostenere il loro prestigio. Infine, l’ascesa sociale porta ad acquisire stili di vita più raffinati e crea la curiosità di conoscere le norme della cortesia. Tutto ciò determina il bisogno di un’istruzione scolastica. Esistono già in ambito cittadino scuole tenute da religiosi.
Ma le famiglie borghesi più facoltose cominciano ad assumere maestri privati per l’educazione dei figli. Più avanti si formano vere e proprie scuole laiche, anche a cura degli stessi Comuni. Nasce così un fatto totalmente nuovo, l’istruzione laica. Ciò non vuol dire che la dimensione religiosa ne sia esclusa, nè che i maestri non possano essere chierici. Ma la finalità dell’insegnamento è diversa. Si tratta di una istruzione tesa a formare i cittadini e il corpo sociale in generale, rispondendo alle sue esigenze.
L’università

Un’istituzione scolastica nuova che sorge tra l’XI e il XII secolo è l’università. Anche essa ha una fisionomia laica. Originariamente è un’associazione privata e spontanea di maestri e allievi, una corporazione. Universitas è il termine che designa l’associazione che raggruppa la totalità dei docenti e degli alunni. Queste associazioni nascono quando un celebre e dotto maestro richiama nella propria città studenti di vari paesi europei. Ciò avviene a Bologna dove insegna un grande giurista come Irnerio. Più tardi queste associazioni ricevono il riconoscimento ufficiale che può provenire dal Vescovo, dal Comune o dal sovrano. Le università furono sempre molto gelose della propria autonomia istituzionale e giuridica rispetto a vescovi e comuni e la loro attività era minuziosamente regolata da statuti.
Le università impartivano un’istruzione di livello superiore che si organizzava in quattro facoltà: arti, diritto, teologia e medicina. La prima forniva la preparazione di base, fondata sullo studio del latino e delle materie del Trivio, ed era propedeutica alle successive. Il corso di studi durava parecchi anni e terminava con la laurea. L’insegnamento era impartito in latino così non vi erano barriere linguistiche per gli studenti. Questi ultimi erano detti goliardi e conducevano una vita libera e gaudente. Le università ebbero una importanza incalcolabile nell’elaborazione della cultura del basso Medioevo. In essa si consolida l’organizzazione enciclopedica della conoscenza, ordinandola in un sistema gerarchico, che ha come centro la teologia. Nelle grandi università, specie a Parigi, si forma il pensiero filosofico fondato sull’aristotelismo, che è chiamato Scolastica. A Parigi insegnarono i grandi filosofi del Medioevo, il francescano Buonaventura da Bagnoregio e il domenicano Tommaso d’Aquino.
La corte

A questi centri occorre aggiungere la corte. Nel quadro della cultura duecentesca, un caso a parte e unico nel suo genere è la corte dell’imperatore Federico II di Svevia in Sicilia. Si tratta di una corte ben diversa da quelle feudali della società cortese, poiché si raccoglie attorno a un grande sovrano che tenta di costruire uno Stato accentrato. Oltre che promuovere gli studi filosofici e scientifici, intorno all’imperatore si formò tra il 1230 e il 1250 una scuola poetica, costituita dai funzionari della stessa corte, la scuola siciliana.
La scuola siciliana riprende nel volgare locale i temi dell’amor cortese della poesia provenzale ed è il primo centro in Italia in cui si forma un gruppo organico di intellettuali. Da qui origina la tradizione della lirica illustre italiana. Con l’affermarsi delle signorie nelle varie città italiane all’inizio del Trecento nasce ancora un altro tipo di corte, con caratteristiche cittadine. I signori amano circondarsi di uomini di cultura e letterati per ricavarne prestigio e lustro e affidando a essi varie mansioni come ambascerie e redazione di epistole. Sono gli intellettuali cortigiani, Ne sono esempi Dante e Petrarca.
La vita cittadina e la cultura orale
Sinora abbiamo preso in considerazione i centri della cultura scritta. Ma non dobbiamo dimenticare che, nonostante il diffondersi dell’alfabetizzazione, il canale ancora predominante, quantitativamente, nella diffusione della cultura è quello orale. Centro di cultura in tale prospettiva è la città stessa, nella sua interezza, come sede di rapporti sociali. Centro di cultura sono anche la strada, la piazza, il mercato. Qui giullari e canterini intrattengono il pubblico popolare con spettacoli e recitazione di cantari cavallereschi. Anche qui operano spesso i predicatori, che raccolgono grandi folle, perché la predica diventa come uno spettacolo vero e proprio e il predicatore usa mezzi non dissimili da quelli dei giullari. Se nella città, dove l’istruzione è ormai diffusa, ha un peso notevole la cultura scritta, nelle campagne la cultura resta quasi esclusivamente orale, affidata appunto ai canterini girovaghi, ai giullari e ai predicatori.
Ma anche nel caso in cui il testo letterario sia affidato alla scrittura spesso non viene meno il rapporto con l’oralità. Nel Medioevo (e ancora nei secoli successivi) la lettura era un fatto eminentemente pubblico: il testo veniva letto ad alta voce in un circolo di persone, gli appartenenti ad una corte, un gruppo di dame, una brigata elegante, in famiglia. La lettura ad alta voce, che per noi è ormai un fatto raro (salvo in ambienti particolari, come la scuola) era allora comunissimo. Essa riguardava soprattutto i generi destinati all’intrattenimento, il romanzo, la novella. Ma anche la poesia lirica era spesso accompagnata dalla musica, quindi veniva eseguita da un cantore dinanzi ad un pubblico. Ciò si è visto per i trovatori provenzali, ma vale anche per la produzione lirica della civiltà urbana in Italia.
La figura e la collocazione dell’intellettuale

Nell’alto Medioevo gli intellettuali erano esclusivamente chierici. Nel culmine dell’età feudale compaiono poi figure di intellettuali laici, giullari e trovatori, che affrontano temi profani e si rivolgono ad un pubblico anch’esso laico, usando le lingue volgari. Essi rappresentano un tipo di intellettuale professionale, che ricava il sostentamento dalla propria attività. Nella società urbana due e trecentesca i chierici conservano ancora un ruolo importante. Sono essi ad elaborare e a trasmettere la cultura di ispirazione religiosa, che ha un posto di grandissimo rilievo nella produzione del periodo. I grandi maestri delle università, i teologi e i filosofi, usano ancora il latino, poiché si rivolgono ad un pubblico di specialisti. Ma gli altri chierici ormai ricorrono al volgare per diffondere la cultura religiosa tra cerchie ben più vaste della popolazione, attraverso la predicazione, la compilazione di opere didattiche o di edificazione. Essi provengono principalmente dalle file dei nuovi ordini mendicanti, i Francescani e i Domenicani.
Tuttavia la figura più tipica di questa fase è quella dell’intellettuale laico. Il primo gruppo omogeneo ed organizzato di intellettuali laici in Italia è quello della corte siciliana dell’imperatore Federico II. Essi compongono poesie in volgare su modelli ricavati dalla poesia amorosa provenzale. Ma i poeti della scuola siciliana non hanno più nulla a che vedere col trovatore o col giullare. La corte presso cui operano è quella di un sovrano che mira a creare uno Stato assoluto e accentrato, essi sono dei funzionari dell’amministrazione statale. Non fanno più dell’attività poetica la loro professione, ma sono burocrati. Per essi l’attività poetica è un “di più”, quasi una forma di evasione o un ornamento nobilitante.
Ancora diversa è la figura dell’intellettuale che si afferma poco più tardi nei Comuni centro-settentrionali: qui prevale la figura dell’intellettuale-cittadino, che partecipa attivamente alla vita politica del suo Comune e ricopre cariche pubbliche. Anche questi intellettuali non vivono della loro attività di scrittori, ma la affiancano all’esercizio di altre professioni. Spesso sono uomini di legge, giudici e notai. In altri casi sono insegnanti, taluni esercitano attività mercantili.
La produzione degli intellettuali cittadini
La produzione di questo tipo di intellettuali cittadini è costituita da opere sia in prosa sia in versi, prevalentemente indirizzate a diffondere cognizioni, cioè ad “educare” la coscienza dei concittadini, a diffondere quegli strumenti culturali che erano indispensabili all’ascesa dei nuovi ceti urbani che stavano conquistando l’egemonia economica e politica. Si tratta di opere di retorica, per offrire al cittadino i mezzi per parlare e convincere nelle sedi della vita politica; raccolte di esempi, raccolte di aneddoti per dare esempi di comportamento e diffondere della cortesia e del “bel parlare” gentile. E ancora cronache cittadine per esaltare i grandi e i meriti della propria città e stimolare nei cittadini l’amore per la patria. Anche le opere destinate all’intrattenimento e al divertimento, come i romanzi cavallereschi e le novelle, sono spesso dense di materia didascalica.
La divulgazione e l’ammaestramento sono l’abito mentale dominante nella letteratura di questo periodo. Accanto all’intento didattico, l’intellettuale comunale porta poi nella sua produzione la sua passione politica, il suo attaccamento al Comune, la difesa di certi princìpi tipicamente comunali come la libertà o la “masserizia”. Talora invece, come nel caso della poesia lirica di ispirazione amorosa, si tratta di una produzione altamente aristocratica rivolta ad un’élite chiusa ed esclusiva. E tuttavia anche questa produzione risente dell’impegno intellettuale che è proprio dell’atmosfera culturale urbana. Esempi sono Guittone d’Arezzo e Guido Guinizelli.
L’intellettuale cortigiano

Con l’affermarsi delle signorie, nel corso del Trecento compare un tipo nuovo di intellettuale: il cortigiano, che si pone al servizio di un signore, dando lustro alla sua corte con la propria presenza, o utilizzando le proprie competenze per redigere documenti ufficiali o per operare come ambasciatore. La funzione sociale dell’intellettuale muta così radicalmente rispetto a quella dell’intellettuale-cittadino della fase comunale. Viene meno la partecipazione politica alla vita cittadina, e con questo viene a cadere il carattere “impegnato” della
produzione letteraria. Alla partecipazione politica si sostituisce l’ideale dell’otium letterario, il distacco dalla realtà per immergersi nello studio e nella meditazione, al fine di elevare spiritualmente se stessi.
I destinatari della produzione culturale tornano a identificarsi con una cerchia ristretta di letterati o di gentiluomini di corte. Si riafferma l’uso del latino, e il volgare diviene una raffinata lingua letteraria, carica dell’eredità classica. Mentre l’intellettuale cittadino è fortemente legato all’ambiente municipale, ai suoi valori come ai suoi conflitti, l’intellettuale cortigiano non è più legato ad un ambiente particolare e può porsi al servizio di vari signori. Il rappresentante più tipico di questa figura è Petrarca che fu al servizio di diversi signori, sia ecclesiastici che laici.
Il pubblico e la circolazione della cultura

Nell’alto Medioevo la cultura scritta aveva una circolazione chiusa: i dotti scrivevano per altri dotti. Ciò perché solo i chierici erano in grado di leggere e scrivere, gli altri, i “laici”, erano per la massima parte analfabeti, anche i sovrani e i grandi signori. Un fattore di esclusione era costituito dalla lingua, il latino, conosciuto solo dai chierici. Anche la letteratura cortese si rivolgeva ad un ambito chiuso, sia pur più largo, poiché l’uso del volgare consentiva l’accesso ad un numero più elevato di persone. Nella società urbana il pubblico dei lettori si allarga decisamente. La circolazione non è più limitata a cerchie esclusive e molti sono ormai coloro che possono accedere al libro scritto. Ciò è dovuto al diffondersi delle scuole e dell’alfabetizzazione. Volendo delineare una stratificazione del pubblico dei lettori, troviamo in primo luogo i chierici e i dotti laici, i rappresentanti delle professioni, giudici, notai, medici, speziali; gli studenti universitari. È questo un pubblico bilingue, che è in grado di leggere in latino come in volgare. Ma i lettori appartengono ormai anche al ceto mercantile, sono persone per cui la lettura non è legata alla professione.
Il mercante dedicava parte del suo tempo alla lettura. Lettura che, come apprendiamo da varie testimonianze, avveniva preferibilmente nell’ambito della famiglia: il padre leggeva ad alta voce a moglie e figli, per svago o per edificazione morale. Il mercante poteva poi divenire anche scrittore, redigendo libri familiari in cui raccoglieva le memorie di famiglia, riflessioni e massime dettate dalla sua esperienza. Di questo pubblico di lettori non professionali facevano parte anche le donne. A metà del Trecento, Boccaccio dedica il suo Decameron alle donne, indicando in esse il pubblico a cui l’opera è in primo luogo destinata. Si tratta ormai di un pubblico borghese, di quella «aristocrazia» borghese che si è formata nelle città italiane.
Produzione e diffusione del libro

La diffusione della cultura ha uno strumento essenziale, il libro. L’estendersi dell’alfabetizzazione e il formarsi di un pubblico di lettori in ambito cittadino fa sì che la circolazione del libro diventi più vasta. Nel Medioevo, i luoghi di produzione del libro erano gli scriptoria delle abbazie, dove i monaci amanuensi erano impegnati a copiare libri. I libri erano diffusi nella cerchia delle abbazie stesse. Nella civiltà urbana si formano invece delle vere e proprie botteghe di copisti professionali, che producono libri dietro pagamento. La produzione è più organizzata, più rapida e più abbondante. Il materiale, che è sempre la pergamena, continua ad essere molto costoso. Solo lentamente comincia ad affacciarsi l’uso della carta, ricavata dagli stracci, che è meno cara. Spesso poi i libri sono ancora impreziositi da miniature colorate. Il libro resta perciò un oggetto di lusso che pochi possono permettersi. Una circolazione più diffusa è quella dei testi universitari. Vi erano delle botteghe legate alle università che producevano delle dispense, dette pecia, che venivano vendute a fascicoli.
Ma spesso il lettore provvedeva egli stesso a copiare il libro, per poterlo possedere. Non esiste nulla in questo periodo che sia paragonabile alle biblioteche pubbliche moderne. Grandi centri di raccolta e conservazione dei libri restano i monasteri o le biblioteche vescovili. Qui, nel Quattrocento, gli umanisti andranno in cerca di quei testi antichi che il Medio Evo non aveva più letto, e di cui si era perduta la traccia. Ma, accanto alle biblioteche ecclesiastiche, si vanno formando quelle delle università, dei grandi signori o dei grandi intellettuali come Petrarca, abbastanza ricchi da potersi permettere di accumulare libri.
La lingua nell’età comunale

Quali sono i fattori che inducono a usare il volgare come lingua di espressione culturale, dopo secoli in cui la cultura aveva impiegato esclusivamente il latino? In Francia, un secolo prima, e in un contesto feudale, ciò era avvenuto per rispondere ai bisogni culturali di un nuovo pubblico laico signorile. In Italia una svolta di tale portata è il prodotto di un diverso contesto: il risultato di una grandiosa spinta sociale, l’ascesa di una classe nuova all’interno delle città, quella borghese-mercantile. Poiché tale processo coinvolge anche i più vasti strati di coloro che non sono letterati e non conoscono il latino, è necessario impiegare la lingua d’uso comune, quotidiano, quella che sino allora era stata relegata alla comunicazione orale oppure, nello scritto, ad usi eminentemente pratici e occasionali, libri di conti, atti notarili, testamenti, atti giudiziari e amministrativi.
Un fenomeno a parte è però costituito dalla scuola poetica siciliana. Qui il volgare non risponde alle esigenze di diffusione della cultura a strati più ampi, ma al contrario all’espressione di una cerchia chiusa e raffinatissima. Il fatto straordinario è che questi poeti, per riprendere i modelli provenzali dell’amor cortese, non impiegano la lingua d’oc, ma ricorrono al loro stesso volgare. In questa scelta gioca un ruolo importante sia l’orgoglio della cerchia esclusiva. Questi poeti non ricorrono però al volgare siciliano parlato, rifiutano i modi bassi e le espressioni colloquiali, che non sarebbero adatte alla preziosa tematica da essi prediletta. Essi elaborano una lingua letteraria raffinatissima, selezionando rigorosamente i vocaboli, regolarizzando certe forme, impiegando largamente termini ricalcati sul linguaggio amoroso trobadorico, senza contare i calchi sul latino. Si tratta quindi di un siciliano illustre.
Il volgare dell’Italia centro-settentrionale
Nel Centro-Nord della penisola la promozione del volgare a lingua letteraria avviene su uno sfondo ben diverso. Non la corte imperiale, ma il Comune. Il panorama dell’Italia comunale è caratterizzato dalla pluralità di centri della vita associata e al policentrismo politico corrisponde un analogo policentrismo linguistico. Dante, nel De vulgari eloquentia, individua ben quattordici aree linguistiche, in cui si usano volgari distinti e anche molto diversi fra di loro. Ma la situazione reale risulta ancora più frammentaria. All’interno di queste aree principali, esistono altre infinite varietà linguistiche, fra città e città, fra la città e il contado. Di conseguenza nel Duecento, agli inizi dell’uso del volgare come lingua letteraria, non esiste una lingua letteraria unica e comune. Ogni centro si esprime nel proprio volgare.
Nella produzione sia poetica, sia in prosa la Toscana acquista sempre più una posizione di prestigio e progressivamente si impone il toscano. Nel secolo successivo i tre grandi modelli di Dante, Petrarca e Boccaccio consacrano poi il fiorentino come lingua letteraria per eccellenza, la lingua di tutti gli intellettuali, al di là dei particolarismi locali. Bisogna però subito precisare che l’unificazione linguistica rimase limitata al solo campo letterario. Nella vita comune si continuò ad usare la miriade di parlate locali di cui l’Italia era ricca. La lingua italiana era impiegata solo dalla cerchia ristretta dei colti, e per usi scritti.





