Medioevo: mentalità e visioni del mondo

Medioevo mentalità e visioni del mondo

Il Medioevo costituisce una delle fasi più lunghe e complesse della storia europea. Non può essere compreso solo attraverso date, eventi e dinastie, ma richiede un’attenzione particolare al modo in cui gli uomini di quel tempo pensavano, interpretavano la realtà e davano senso alla propria esistenza. Ogni società, infatti, si fonda su una visione del mondo, su un sistema di valori e di credenze che orienta il comportamento individuale e collettivo.

Nel Medioevo la percezione della vita era profondamente segnata dalla religione, dalla tradizione e dall’idea di un ordine stabilito da Dio. Il mondo visibile era considerato il riflesso di una realtà superiore e invisibile, e ogni evento, naturale o umano, veniva letto come parte di un disegno provvidenziale. Il tempo, la natura, la malattia, la morte e il potere non erano mai fenomeni puramente materiali, ma assumevano sempre un significato morale e spirituale.

La visione statica del reale

Nel Medioevo la struttura sociale gerarchica e statica e l’economia chiusa trovarono una evidente corrispondenza in una visione statica della realtà. Tale visione è profondamente permeata dalla religiosità cristiana. L’ordine del creato, in quanto provvidenziale e voluto da Dio, è ritenuto perfetto e immutabile. Almeno fino all’anno Mille, non vi è l’impulso a rinnovare, a trasformare istituzioni, rapporti sociali, modi di produzione che caratterizza l’età moderna. Non che nel Medioevo non vi fossero trasformazioni e sviluppi, ma semplicemente la mentalità comune non era formata a pensare la trasformazione. Di conseguenza, non vi era neppure la curiosità a esplorare l’ignoto. Si riteneva che la verità fosse data una volta per tutte, così come rivelata nelle sacre scritture e dall’auctoritas dei grandi pensatori.

Questa accettazione esime da ogni verifica diretta. Vero non è ciò che si può constatare, ma ciò che ha trasmesso la tradizione e l’auctoritas. Si riteneva dunque che le possibilità della conoscenza umana avessero dei limiti ben precisi. Spingere lo sguardo oltre quei limiti era considerato superbia e follia. Lo vediamo bene nell’episodio di Ulisse dell’Inferno di Dante. L’impresa di Ulisse, che ha osato varcare le colonne d’Ercole ed è giunto fino a scorgere il monte del Purgatorio, è considerata un folle volo, destinata alla sconfitta e alla morte, come Dio vuole. L’idea poi che l’auctoritas possa essere sottoposta a critica non rientra neppure nell’orizzonte mentale della cultura medievale. Per questo occorrerà aspettare l’Umanesimo.

L’universalismo

L’idea dell’universalità dell’ordine voluto da Dio si trasferisce nelle concezioni universalistiche dell’ordine terreno. I due massimi poteri della Chiesa e dell’Impero derivano la loro autorità da Dio. Quindi non possono che essere universali. Anche i compiti delle due istituzioni universali rispondono a un unico disegno provvidenziale che prevede per esse finalità specifiche e distinte.

Compito dell’Impero è condurre l’uomo alla beatitudine di questa vita, compito della Chiesa è condurlo alla beatitudine della vita eterna. Per questo motivo, l’Impero è sacro perché voluto da Dio per i suoi scopi provvidenziali. In realtà, questa visione universalistica dei due massimi poteri contrastava con la realtà effettiva della civiltà medievale, caratterizzata dal particolarismo più esasperato, soprattutto in alcune aree come l’Italia centro-settentrionale.

L’enciclopedismo e la Scolastica

L'enciclopedismo e la Scolastica

L’idea di un ordine unitario del mondo è alla base di un altro aspetto fondamentale della visione del mondo del Medioevo, l’enciclopedismo. Se la molteplicità e la varietà delle forme del reale è riconducibile a un ordine divino che la riduce a perfetta unità, anche la conoscenza di quelle forme non può che tendere a un sistema unitario. Il sapere deve comprendere tutta la realtà e deve essere sistemato in un ordine che rispecchi quello oggettivo del mondo. E siccome il centro da cui procede tutto è Dio, tutti i settori del sapere devono essere subordinati alla scienza di Dio, la teologia. Questo modello enciclopedico è alla base della formazione dell’intellettuale medievale. L’uomo dotto non è uno specialista in un campo particolare ma deve possedere tutto lo scibile. Una cultura enciclopedica di questo tipo è quella di Dante. Il carattere enciclopedico è proprio di molte opere medievali, come la Divina Commedia, e in particolare delle grandi summae filosofiche.

Il più grande tentativo di sistemare tutto il reale negli schemi di un sapere unitario, sulla base della teologia, è quello compiuto dalla Scolastica. Si trattò di una scuola di pensiero, nata nei monasteri e affermatasi poi tra il XII e il XIII secolo nelle università, che mirò a costruire un pensiero coerente in cui la fede cristiana si basasse sui fondamenti della ragione. Partendo dalla filosofia di Aristotele, i successivi filosofi arabi che lo interpretarono, Avicenna e Averroè, separarono nettamente l’ambito della fede da quello della ragione. Il domenicano Tommaso d’Aquino (1225-1274), massimo pensatore dell Scolastica, invece, cercò un equilibrio tra i due termini. Tutto il sistema di pensiero di Tommaso si basava sulla filosofia di Aristotele interpretata e adattata cristianamente. Nelle sue summae, la Summa theologiae e la Summa contra gentiles, sistemò tutto il sapere.

Ascetismo e misticismo

Ascetismo e misticismo medievale

La sistemazione di Tommaso incontrò l’opposizione di un’altra corrente di pensiero che si rifaceva ad Agostino e a Platone. Ne furono esponenti pensatori provenienti dall’ordine francescano come Bonaventura da Bagnoregio (1221-1274). Essi si opponevano alla soluzione di fondare la fede sulla ragione perché la fede era primaria e con la ragione non aveva nulla a che fare. Queste posizioni culminarono nell’altra grande tendenza di questo periodo, il misticismo. Se il centro dell’ordine divino dell’universo è Dio, ciò non significa che esso debba essere identificato con il mondo, perché Dio si colloca al di là, in una dimensione che lo trascende. Se solo Dio è suprema perfezione e verità, allora tutto ciò che è vero e perfetto è al di là del mondo visibile. Il mondo è solo un’apparenza imperfetta e temporanea. Tutto ciò implica una svalutazione della vita terrena. Il fine della vita umana non è su questa terra, ma è il raggiungimento della salvezza eterna.

Per salvarsi è perciò necessario distaccarsi dalle vane apparenze, dai falsi beni, rinunciare ai piaceri, mortificare la carne, da cui deriva la tentazione, con il digiuno, la punizione, la preghiera. Questo è l’atteggiamento ascetico, uno degli aspetti più tipici e diffusi della spiritualità del Medioevo. La visione ascetica porta al disprezzo del mondo e della vita terrena, vista come un accumulo di miserie, brutture e sofferenze. E’ un atteggiamento che si trova in molte opere di ispirazione religiosa, prima fra tutti il De contemptu mundi di Lotario di Segni, il futuro papa Innocenzo III.

Le tendenze di segno opposto

Se tanta parte della spiritualità del Medioevo è ascetica e mistica, non bisogna però credere che sia l’unica. Si è appena vista la tendenza razionalistica della Scolastica e di Tommaso d’Aquino che, pur fondandosi sull’idea della trascendenza di Dio, dà basi razionali alla fede. Su questa scia si arriverà più tardi ad affermare l’autonomia totale della logica dalla fede e a vedervi lo strumento per la conoscenza della natura. Ciò avverrà soprattutto con Guglielmo d’Ockam (1280-1349). Si pensi poi alla regola di San Benedetto “ora et labora” che vede la partecipazione attiva del cristiano alla vita produttiva terrena. La visione francescana non disprezza affatto la bellezza del mondo e abbraccia fraternamente tutte le creature come opera di Dio, così come espresso nel Cantico di Frate Sole. Le creature terrene non sono amate in sé e per sé ma in quanto simbolo di Dio e della realtà sovrannaturale.

Sul finire del Medioevo compariranno anche tendenze naturalistiche. Ad esempio, nell’allegoria del Romanzo della Rosa (1270) di Jean de Meung comparirà una difesa della natura e il contrasto ad ogni mortificazione che le impedisce di espandersi nella sua bellezza. Ma ancora, nel pieno Medioevo si vedrà comparire tendenze che, in un polemico rovesciamento di quelle ufficiali, esaltano la vita gaudente e i piaceri corporali e insistono sugli aspetti materiali della vita. Un esempio è la poesia goliardica, che si collega al filone popolare della cultura del Carnevale. Poi il corposo realismo dei fabliaux e lo spirito giocoso della poesia giullaresca.

Cristianesimo medievale e classicità

L’opera di assimilazione e adattamento compiuta dalla Scolastica sul pensiero di un filosofo così antico come Aristotele porta a riflettere sui rapporti tra cristianesimo e civiltà classica nel Medioevo. Già i primi pensatori cristiani tra il II e il IV secolo dovettero affrontare il problema dei rapporti con la grande tradizione della cultura greco-latina che si fondava su valori opposti a quelli del cristianesimo. Gli atteggiamenti degli intellettuali cristiani furono diversi. All’inizio, come nel caso di Tertulliano (160-222 circa), prevalse un atteggiamento di condanna della cultura precedente, considerata fonte di deviazioni ed errori. Invece, Sant’Agostino non condannò indiscriminatamente la cultura classica ma distinse criticamente al suo interno ciò che era buono e ciò che era contrario alla fede cristiana.

Nel Medioevo si affermò un nuovo modo di leggere i classici che mirava a cogliere, dietro la superficie del significato letterario, dei sensi riposti che concordavano con le verità rivelate. Ad esempio Fulgenzio (VI secolo) individò nelle lotte e nelle peregrinazioni di Enea un significato morale, la vicenda dell’anima che, attraverso prove e ostacoli, approda alla salvezza. Quindi, l’idea di un Medioevo barbaro e oscuro, ignaro della tradizione culturale del mondo antico, è falsa. Al contrario, il Medioevo ebbe vasti e profondi legami con la cultura classica ma semplicemente la interpretava secondo la propria visione del mondo e mentalità.

L’allegorismo medievale

allegorismo medievale

L’idea dell’unità del cosmo, racchiuso in un ordine perfetto voluto da Dio, in cui ogni elemento ha un senso e una collocazione è alla base di un altro aspetto che caratterizza la mentalità e la cultura del Medioevo, l’allegorismo. La visione medievale è prettamente simbolica. Ogni aspetto del mondo non vale solo per sé ma rimanda sempre ad altro, a qualche cosa di più in alto, in cui è inserito e gli dà significato: il disegno di Dio. L’uomo medievale è portato a leggere ogni aspetto della natura come un segno di questo misterioso disegno, ad avvertirlo come pregno di altri significati. Questo perché la verità ultima è solo di Dio e l’uomo su questa terra può solo avvicinarsi a essa ma mai coglierla interamente. Tale concezione si riflette in quelle opere tipicamente medievali che sono gli erbari, i bestiari, i lapidari, una sorta di enciclopedie dove si riportano i significati simbolici e morali delle piante, degli animali e delle pietre.

L’allegorismo si rivela anche nella lettura dei testi. Nel Medioevo si afferma l’uso di applicare quattro livelli di senso ai testi. Come riassumerà bene Dante nel Convivio, ogni testo può essere interpretato secondo quattro sensi di lettura. Un livello letterale che riguarda il significato di superficie immediatamente percepibile. Un livello allegorico in cui la parola rimanda ad altro significato, collegato al precedente da un rapporto di analogia. Il livello morale che dai fatti narrati e dal loro significato intende ricavare un modello di comportamento, basato sull’idea del bene e delle virtù. E infine il livello anagogico relativo ai più alti misteri della religione e della fede che risolve tutti i significati del testo alla luce della verità divina. Agostino da Dacia: “La lettera insegna i fatti, l’allegoria ciò a cui devi credere, il senso morale ciò che devi fare, l’anagogico ciò a cui devi tendere“. Un chiaro esempio è la Divina Commedia.

Natura, scienza e storia

Per la mentalità del Medioevo, poiché le presenze reali non contano in sé, ma solo in quanto segni di una realtà superiore, distinguere reale e immaginario non aveva senso. Come disse Umberto Eco “Un ippogrifo era reale come un leone“. L’effettiva esistenza materiale era insignificante, visto che l’unica esistenza che contava era quella simbolica. Da qui deriva il posto determinante che nella cultura medievale occupano il fantastico, il magico, il sacro, il sovrannaturale.

Un discorso analogo vale per la concezione della storia. Il Medioevo non aveva la concezione della profondità storica, della distanza dal passato  e della sua diversità rispetto al presente. Anche nella storia passata realtà e leggenda si mescolavano indistintamente e non si sentiva alcun bisogno di distinguerle. Inoltre, per l’uomo medievale la storia non era il prodotto di forze umane che si combinassero tra loro ma era il dispiegamento del piano sovrannaturale e provvidenziale di Dio.

La lettura allegorica era applicata anche alla storia secondo l’allegoria figurale. Mentre nell’allegoria vera e propria il primo termine della simbologia è fittizio e immaginario, nella visione figurale esso è un dato storico e reale. Un determinato fatto storico viene assunto a significare altri eventi successivi. Il primo è la figura, il secondo il compimento.

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