Alla fine del Medioevo l’Europa attraversò una fase di profonde trasformazioni che segnarono in modo decisivo l’evoluzione dell’economia e degli assetti sociali. Le grandi calamità, come la peste nera, misero a dura prova le strutture demografiche e produttive, ma allo stesso tempo favorirono mutamenti nei rapporti di lavoro, nella gestione delle risorse e nell’organizzazione degli spazi urbani e rurali. Le città assunsero un ruolo sempre più centrale, divenendo nodi vitali di scambi, attività artigiane e iniziative mercantili. La rinascita dei traffici, l’espansione delle rotte commerciali e l’evoluzione delle tecniche contabili e finanziarie contribuirono alla nascita di nuove figure professionali e alla definizione di pratiche economiche destinate a consolidarsi nei secoli successivi. Al tempo stesso, il rafforzamento delle corporazioni, l’emergere di una borghesia sempre più influente e il progressivo indebolimento dei vincoli feudali ridisegnarono la gerarchia sociale, aprendo la strada a equilibri più mobili e articolati.
La crisi demografica del Trecento
Dopo oltre tre secoli di continuo aumento, la popolazione agli inizi del XIV secolo cominciò a diminuire. Registrò un vero e proprio tracollo alla metà del secolo in conseguenza a una terribile pestilenza. I primi segnali di una crisi demografica si ebbero nel secondo decennio del XIV secolo per una serie di carestie che provocarono un calo della popolazione. Il ripetersi di questi fenomeni fa pensare a una crisi generale dovuta alla grande sproporzione che si era venuta a creare tra risorse alimentari disponibili e una popolazione eccessivamente in crescita.
Di fatto, non soltanto si era esaurita la possibilità di ricorrere a terre nuove. I rendimenti di quelle messe a coltura, non sempre fertili e impoverite dalle coltivazioni troppo intense, risultavano scarsi e anzi decrescenti. Da qui il frequente ripetersi di carestie e il rinnovarsi di crisi di mortalità e di diminuzione delle nascite.
La “morte nera”

In questa situazione si inserì il flagello della peste o “morte nera”, come fu chiamata. Fu l’evento più violento e traumatico della crisi demografica del Trecento. Scomparsa in Occidente verso la metà dell’VIII secolo, la peste vi fece ritorno provenendo dalle regioni dell’India e dell’Asia centrale, portata lungo le strade commerciali. Il bacillo della peste giunse in Italia probabilmente alla fine del 1347 tramite navi genovesi provenienti dal mar Nero e da Costantinopoli. Per ondate successive si diffuse in tutta Europa. A metà del 1348 la peste aveva già colpito l’Italia e gran parte della Francia; l’anno successivo fu la volta della penisola iberica, Germania e Inghilterra meridionale.
Il morbo si diffondeva rapidamente in forme epidemiche con punte altissime di mortalità, soprattutto nei centri urbani, provocando anche fenomeni di panico collettivo. Essa parve un flagello divino. Numerosi furono coloro che si diedero a pratiche di penitenza collettiva. Ricomparvero le compagnie dei flagellanti e persecuzioni si scatenarono contro gli ebrei, indicati come causa della morte nera.
La diminuzione della popolazione
All’impatto delle carestie e delle ondate di peste si aggiungevano le guerre, numerose e con effetti assai più distruttivi rispetto al passato. La diminuzione della popolazione, in conseguenza di tutte queste cause, fu molto forte in tutta Europa. In particolare, vuoti enormi provocò la peste del 1347-51, soprattutto nelle città per le condizioni di vita che favorivano il contagio. Ad esempio, a Firenze la popolazione si dimezzò. Ma grave fu la situazione anche nelle campagne.
I dati testimoniano il prolungarsi della crisi anche oltre gli anni cruciali dell’epidemia, sia per il ripetersi delle ondate, sia per il rinnovarsi delle carestie. Un fenomeno importante e diffuso in tutta Europa tra il Tre e Quattrocento fu l’abbandono dei villaggi, soprattutto quelli di recente fondazione.
Economia: tra crisi e ristrutturazione
La crisi demografica fu quindi in parte dovuta a cause economiche, cioè alla difficoltà di produrre beni alimentari in quantità sufficienti. La crisi demografica ebbe conseguenze assai negative perché provocò una diminuzione della manodopera disponibile per la coltivazione dei campi e per le lavorazioni manifatturiere. L’effetto fu l’aumento dei costi di produzione. Contemporaneamente, il calo della popolazione provocò un calo della domanda di prodotti agricoli e dei beni artigianali. Si ebbero così fenomeni diffusi di stagnazione e recessione.
Tuttavia, la nuova situazione, nel lungo periodo, ebbe anche risvolti non del tutto negativi. La crisi demografica rese possibile una maggiore disponibilità di risorse per la popolazione rimanente, attenuando così il pericolo di nuove carestie. Alcuni storici economici hanno sottolineato una certa tendenza verso un aumento del reddito medio pro capite, capace di innescare una nuova spirale di crescita.
Le difficoltà dell’agricoltura

Il duplice processo di crisi e di ristrutturazione si manifestò molto bene nell’agricoltura. A una fase di calo produttivo e di degrado delle terre seguirono sviluppi di segno positivo. Nel Trecento il calo della produzione fu assai sensibile, registrando carestie e abbandono delle terre. Vistoso fu il fenomeno dell’abbandono delle terre coltivate meno fertili. Inoltre, la rinuncia a opere e manutenzioni idrauliche impegnative e costose provocò scompensi come la desertificazione delle terre un tempo fertilissime, erosioni e soprattutto impaludamenti.
Caratteri della ripresa
Nel lungo periodo, tuttavia, si delineò un aumento della produttività, anche perché ormai a essere coltivate erano solo le terre più fertili. Di conseguenza, si richiedevano meno lavoro e investimenti per ottenere la stessa quantità di prodotto. Inoltre, la diminuita richiesta di cereali fu un’occasione per sperimentare produzioni diversificate. Si determinò ad esempio in molti paesi lo sviluppo dell’allevamento, bovino e soprattutto ovino. Questo fu forse il fatto più caratteristico dei secoli XIV e XV, soprattutto in quelle terre non più coltivate, sotto la spinta di una maggiore domanda di carne, cuoio, lana e formaggi.
Una straordinaria crescita dell’allevamento si ebbe in Spagna grazie all’introduzione della nuova razza ovina dei merinos. Gli allevatori, che si erano unito nella potente associazione della Mesta, spesso in conflitto con i contadini, organizzavano le transumanze di enormi greggi, influenzando l’economia di intere regioni. Grande incremento ebbero anche le coltivazioni specializzate. Nei paesi mediterranei si diffusero quelle dell’olivo e del riso. Ma anche la viticoltura, le coltivazioni dello zafferano e del gelso per il baco da seta. Si accentuò la specializzazione agricola di diverse regioni in funzione di un commercio internazionale via via sempre più articolato.
Manifattura, commerci e finanze
Le difficoltà del settore delle manifatture provocarono una calo della produzione che in alcuni casi fu impressionante. Ad esempio a Firenze per il settore della lana. Il calo produttivo si rifletteva immediatamente sul volume dei traffici, con una forte diminuzione degli scambi. Intorno al 1400, Genova registrò un calo del 65% rispetto al secolo precedente. La crisi di questi volumi globali, del resto proporzionati a una popolazione diminuita, trovava tuttavia compensazione nello svilupparsi di una produzione più diversificata delle merci. Si trattava di merci di pregio, soprattutto seta, ma anche oggetti di uso comune. Si ebbe un massiccio aumento della produzione mineraria. Non devono essere dimenticate, inoltre, le innovazioni tecnologiche di molti settori: dall’invenzione della stampa alla polvere da sparo.
Una nuova organizzazione produttiva
L’organizzazione del lavoro conobbe un’evoluzione che ne aumentò la produttività. Ciò avvenne grazie alla diffusione del sistema del lavoro a domicilio e alla sviluppo delle manifatture rurali nelle campagne. Sempre più frequentemente l’imprenditore o il mercante affidava la lana o i semilavorati per alcune fasi della lavorazione a piccoli artigiani. Ma anche a contadini e donne che lavoravano a casa loro e consegnavano poi il prodotto finito.
Inoltre, molte attività manifatturiere cominciarono a spostarsi dalle città alle campagne dove si lavorava a costi più bassi. Ciò perché la manodopera era più abbondante e si accontentava di salari modesti. Si trattò di un fenomeno generale, diffuso in tutta Europa, soprattutto per la produzione tessile. Venivano così prodotti tessuti di minor pregio, ma il prezzo più basso consentiva maggiori possibilità di vendita.
Aspetti nuovi del commercio e della finanza

Anche l’attività commerciale mostrò segni di ripresa nel corso del Quattrocento. Non solo per l’aumento dei traffici ma anche per i caratteri nuovi che presentava. Accanto alle grandi fiere si sviluppò un commercio “sedentario”, a opera delle compagnie mercantili presenti con i propri rappresentanti nei principali centri di scambio. L’organizzazione di queste compagnie divenne più agile grazie all’articolazione in filiali diverse nei vari centri, fornite di capitali propri e di autonomia. Si perfezionarono anche tecniche come la contabilità a partita doppia e la lettera di cambio. Lo sviluppo di sistemi assicurativi garantì una maggiore sicurezza degli investimenti. Continuarono a migliorare i sistemi di trasporto, soprattutto marittimo.
Significativo fu anche lo sviluppo di assi commerciali nuovi. Ad esempio, aumentarono i traffici sulle coste atlantiche con scali che collegavano gli empori baltici e mediterranei verso nuove rotte, in particolare africane. Il credito continuava a essere praticato da grandi compagnie mercantili, o in scala più ridotta, dai “cambiatori”. Su tutte queste attività si costruì la fortuna di alcune prestigiose case italiane ed europee nel Quattrocento come i Medici e gli Strozzi.
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Una società che cambia
Anche la società risentì della crisi del Trecento. Conseguenza immediata delle difficoltà economiche fu un forte disagio sociale che si manifestò in una acuta tensione nei rapporti di lavoro. La scarsità di manodopera offriva tanto ai contadini quanto ai lavoratori nelle manifatture l’opportunità di richiedere salari più alti. A tali richieste cercavano di resistere i datori di lavoro, già danneggiati dalla diminuzione dei prezzi e della domanda. Indicativi di questo inasprito conflitto furono, da un lato, i provvedimenti che miravano a calmierare i salari. Dall’altro tutta una serie di rivolte e sommosse dei lavoratori volte a ottenere migliori condizioni di lavoro. Assieme ci furono trasformazioni delle vecchie forme di proprietà, di organizzazione produttiva e, di conseguenza, degli assetti sociali.
Nelle campagne continuò la crisi della grande proprietà signorile che veniva sempre più perdendo il ruolo di struttura primaria di organizzazione sociale e politica e che rispondeva sempre meno alle nuove esigenze. Ricomparvero figure come affittuari agiati e contadini proprietari. Mutavano le forme di proprietà, di concessione e di affitto che miravano a uno sfruttamento economico della terra e non più, come in passato, al potere politico.
Cambiò profondamente la condizione dei contadini. In positivo per coloro che seppero cogliere le opportunità di queste trasformazioni, in negativo per coloro che ne rimasero fuori. Anche nella società urbana le nuove forme della produttività portarono a una divaricazione crescente. Da un lato il grande imprenditore, per lo più mercante, che aveva a disposizione grandi capitali da investire in materie prime; dall’altro, l’artigiano che tendeva a divenire salariato o, ai livelli più bassi, proletario.
Le classi rurali e le rivolte contadine

Le difficoltà accelerarono la fine della grande signoria fondiaria, ancora legata a vecchie forme di conduzione diretta. Vaste proprietà signorili vennero date in concessione o affitto ma in forme diverse. Non si ricorreva più a contratti a lungo termine e con oneri lievi, che riconoscevano ai concessionari ampi diritti. Ciò sia per l’allentarsi dei rapporti di dipendenza signorile, sia per il valore prevalentemente economico ora riconosciuto alla terra che ne presupponeva anche una piena disponibilità e che appariva mal conciliabile con una pluralità di diritti di possesso. I nuovi contratti mirarono a definire criteri di gestione economica della terra più che diritti di possesso. Si costituirono cioè nuove forme di piccola proprietà contadina.
Nuovi rapporti di lavoro
All’interno di queste nuove forme di proprietà fondiaria si affermò la tendenza dei padroni a introdurre nuovi contratti che prevedevano il pagamento di canoni più alti oppure il versamento di maggiori quote di prodotto, con un più stretto controllo sui coltivatori. Ai contratti che prevedevano una ripartizione del prodotto fra proprietario e coltivatore (contratti parziari) appartiene la mezzadria, che conobbe larga diffusione nel contado dell’Italia centro-settentrionale.
Ciò provocò spesso un peggioramento della condizione dei contadini dipendenti, che non giungevano a beneficiare dei vantaggi della commercializzazione dei prodotti agricoli. Il tutto si tradusse in un aumento dell’indebitamento e della povertà nelle campagne. La situazione per i contadini peggiorò anche per la diminuzione delle proprietà comuni e dei diritti di uso comune di pascoli e boschi. Quei diritti ora tendevano a passare nelle mani dei proprietari privati, un altro aspetto dell’affermazione della proprietà privata.
Le rivolte contadine
In questa situazione maturarono sommosse contadine in numerosi paesi europei. La novità, rispetto ai secoli precedenti, fu la violenza e la loro diffusione capillare. Furono in parte conseguenza dei disagi causati dalla crisi del Trecento ma anche una reazione a quel processo di rafforzamento dell’autorità dello Stato che comportava una maggiore pressione fiscale e meccanismi di controllo più oppressivi. Ma le sommosse furono soprattutto una reazione a quelle trasformazioni della società rurale che abbiamo appena visto. I fenomeni più rilevanti furono la jacquerie francese del 1358 e la rivolta del 1381 in Inghilterra. In quest’ultimo caso si trattò di una rivolta contro le limitazioni dei salari e contro la poll-tax, un’imposta che si pagava un tanto a testa, indipendentemente dalla ricchezza.
Episodi analoghi si ebbero un po’ ovunque in Europa e che si prolungarono per tutto il XV secolo fino alle “grandi guerre contadine” di inizio Cinquecento. Scarse furono le sommesso contadine in Italia, probabilmente per il forte controllo che i ceti urbani attraverso il governo dei comuni esercitavano sul contado. Se non ottennero gli obiettivi che si proponevano, queste rivolte esercitarono un’importante funzione di resistenza e contribuirono a frenare la “reazione signorile”, cioè il tentativo di nobili e signori di restaurare la loro autorità.
La società urbana

La crisi del Trecento non risparmiò le città e ne ridusse la popolazione. Tuttavia, non intaccò il loro rilievo né l’influenza del mondo urbano nel complesso della società e neppure quella del ceto dei “borghesi”. Non venne meno il loro ruolo di spinta economica e la capacità di concentrare entro le mura cittadine redditi e capitali. Tuttavia, all’interno delle città si determinarono nuove differenziazioni in gruppi sociali via via più distinti. Ciò avvenne per l’articolazione crescente delle attività produttive e dei diversi livelli di ricchezza prodotta.
Si venne distinguendo in particolare un forte ceto di grandi mercanti che erano spesso contemporaneamente anche grandi imprenditori e cittadini influenti, simili agli antichi patrizi artefici dei comuni. All’altra estremità della scala sociale aumentava il numero dei semplici lavoranti, garzoni, salariati che formavano una sorta di proletariato. In mezzo restava il ceto degli artigiani, commercianti, notai. Gli abitanti della città, e in particolare questo ceto mediano, erano raggruppati in un gran numero di organizzazioni artigianali e di mestiere, dette arti o corporazioni (gilde nel mondo germanico).
Le corporazioni
Le corporazioni o arti erano sorte per tutelare e disciplinare il lavoro artigiano e i mestieri. Ne facevano parte i maestri (proprietari e capi delle botteghe), che avevano un’influenza preponderante nel governo delle corporazioni; poi, in posizione subordinata, i soci, i collaboratori, gli apprendisti. Non avevano diritto di entrare nella corporazione i salariati e i giornalieri. Le corporazioni regolamentavano le condizioni di lavoro e i salari.
Attraverso i loro tribunali, riconosciuti dal comune o dal signore, erano competenti per le questioni che riguardassero i loro membri. Disciplinavano la qualità e la quantità della produzione, svolgevano funzione di assistenza e potevano costituire confraternite o enti di beneficenza. La crescita numerica e l’aumentata consistenza economica e sociale dei ceti artigianali assegnarono alle arti un crescente ruolo politico nel mondo urbano.
Il patriziato
Il termine patriziato indicava il ceto più alto, socialmente e politicamente, delle città europee tra la fine del Medioevo e l’inizio dell’età moderna. Ne facevano parte le famiglie di più antica fortuna e da più tempo alla guida del comune. Ma vi erano anche famiglie di ricchi artigiani e soprattutto di grandi mercanti, spesso anche proprietarie di terre e di diritti signorili. Oppure anche famiglie di più prestigiosa nobiltà non urbana ma integratesi nella vita cittadina e i casati emergenti. Gli esponenti di questo ceto avevano ampia influenza sulla vita urbana, ma esercitarono un ruolo di crescente importanza anche in ambito non locale, come i Medici, gli Strozzi, i Fugger.
Verso la fine del Medioevo, gli abitanti delle città mostrarono una crescente propensione per gli investimenti fondiari. Tali tendenze finirono per modificare in parte la fisionomia dei centri urbani. La città non fu più solo il luogo delle botteghe artigiane e dei fondachi dei mercanti ma anche la dimora dei proprietari fondiari e di redditieri.
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I poveri e le insurrezioni urbane
Al livello più basso dell’attività produttiva e della società vi era il ceto dei garzoni, apprendisti e salariati che erano diventati sempre più numerosi. Le loro condizioni di vita erano misere e in una permanente situazione di precarietà. Venivano reclutati spesso a giornata, senza garanzie di un’occupazione stabile, senza il sostegno che un tempo era assicurato dal sistema delle piccole botteghe artigiane o, in campagna, dalle proprietà signorili. Si trattava di situazioni nuove, conseguenza delle nuove forme di organizzazione del lavoro.
Da questo nuovo pauperismo derivò il fenomeno delle rivolte urbane che si manifestarono in numerose città europee. Queste rivolte erano spesso alimentate anche da rivendicazioni politiche o da conflitti tra i ceti più ricchi e acquistarono spesso il carattere di violenta protesta sociale. In Italia si ebbero sommosse di piccoli artigiani e soprattutto a Firenze nel 1378 si verificò la rivolta dei ciompi, i lavoratori più poveri dell’arte della lana.
Al pauperismo si cerò di rispondere con opere di assistenza e di beneficenza, sia da parte dei privati sia da parte dei comuni come programma politico per riassorbire gli elementi di disgregazione del sistema sociale. Si ebbero fondazioni di enti caritativi, ospedali per l’assistenza dei più poveri, elemosine e iniziative per fanciulli abbandonati. Grandissimo impulso in ciò venne dai francescani con la fondazione dei Monti di Pietà che concedevano ai poveri piccoli prestiti su pegno a interessi contenuti.
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