Cos’è l’umanesimo italiano e perché ha cambiato la cultura europea

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L’umanesimo italiano rappresenta uno dei momenti di svolta più significativi nella storia culturale dell’Europa occidentale. Nato tra la fine del XIV e il XV secolo in alcune delle principali città della penisola italiana, esso segnò un profondo mutamento nel modo di concepire il sapere, l’uomo e il rapporto con il passato. Al centro di questa nuova visione si collocò la riscoperta critica dell’antichità classica, non come semplice modello da imitare, ma come patrimonio intellettuale da studiare, interpretare e integrare nella realtà contemporanea. Lo sviluppo cittadino, l’esperienza dei comuni, l’affermarsi di una classe dirigente e intellettuale laica sollecitarono una più ampia domanda di istruzione.

L’umanesimo italiano e la cultura classica

Giuristi, avvocati, notai, medici, maestri, spesso impiegati come funzionari delle amministrazioni cittadine o principesche, iniziarono a interessarsi di discipline come la grammatica, la retorica, la logica, il diritto. Essi furono promotori di un nuovo atteggiamento verso le humanae litterae, cioè gli studi filosofico-letterari e la ripresa degli studi classici, che nella cultura italiana ebbe la sua prima affermazione con l’opera di Francesco Petrarca. Dalla seconda metà del XIV secolo aumentò sensibilmente la circolazione dei manoscritti e si allargò la conoscenza dei testi antichi, anche grazie ai rinnovati contatti con l’oriente. Non si trattò solo di un cambiamento quantitativo ma cambiò l’atteggiamento verso i classici, nell’idea che la sapienza antica aiutasse a rispondere ai nuovi bisogni di conoscenza e a dare forma a una nuova visione della realtà.

Ambiente cittadino e ritorno alla classicità furono i due poli attorno a cui si sviluppò la ricerca umanistica, il grande moto di rinascita culturale, da cui il termine Rinascimento, che ebbe il suo centro nell’Italia del Quattrocento. Infatti, la frammentazione e il pluralismo degli Stati, agendo come fattori di stimolo e di reciproca differenziazione, moltiplicarono le occasioni di indagine e di confronto, dando vita a un movimento ricco e composito, anche se con caratteristiche comuni di fondo. Un ruolo preminente ebbe Firenze, dove l’umanesimo ebbe inizio verso la fine del XIV secolo. La “libertà fiorentina” costituì lo sfondo ideale dell’originaria riflessione umanistica, il modello di società in cui gli uomini potevano esprimersi liberamente.

La centralità dell’uomo e l’interesse pedagogico

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La centralità dell’uomo è il grande tema dell’umanesimo italiano, che punta lo sguardo sui problemi umani e della società nella loro dimensione concreta. Così acquistarono valore preminente gli studia humanitatis, filosofico-letterari, che concorrono a una migliore conoscenza della natura umana e perciò al suo perfezionamento e all’affermazione della ragione come strumento di indagine. Ne deriva una concezione attiva e operosa della vita che richiama alle virtù politiche, all’impegno per il bene comune, al lavoro quotidiano.

La felicità individuale appare sempre più come il frutto non casuale delle azioni umane, dell’intelligenza e del merito personale. La dignità dell’uomo si fonda sulla libertà caratteristica dell’essere umano, che può scegliere liberamente ciò che vuole essere, come afferma Pico della Mirandola. Il processo di formazione dell’individuo assume particolare importanza. Si guarda con rinnovato interesse alla pedagogia per trovare nuovi programmi educativi che abbiano come fine non l’erudizione ma l’intelligenza, lo spirito critico, la moralità e il carattere. Entrano nelle scuole la ricerca, il dialogo, la discussione e il confronto.

L’attenzione verso la realtà cittadina

Un’attenzione particolare è rivolta alla città, luogo di elaborazione del pensiero umanistico e insieme interlocutrice e destinataria del nuovo sapere. Gli umanisti concepirono la città come un’unità organizzata e razionale, una comunità di uomini plasmata attraverso l’architettura, le arti, l’equilibrata distribuzione degli spazi. L’attenzione per la realtà cittadina si manifesta nella cura della vita politico-amministrativa e del buon governo, nella funzionalità e nel decoro delle strutture urbane. Esempio emblematico ne era Firenze. Espressione perfetta ne fu il dipinto “La città ideale” attribuito a Francesco di Giorgio Martini (1500).

"La città ideale" di Francesco di Giorgio Martini
“La città ideale” di Francesco di Giorgio Martini

Il ritorno agli antichi

La riscoperta del mondo antico non significò solo attenzione ai libri, ma a tutte le testimonianze della civiltà classica: i monumenti, le opere d’arte, i manufatti. L’interesse per l’archeologia e per gli scavi coinvolsero via via sempre più studiosi e appassionati. Alcuni artisti iniziarono a collezionare antichità classiche, a copiarle su schizzi e disegni, a studiarle sistematicamente.

Nel ritorno agli antichi, tuttavia, l’interesse per i testi scritti fu preminente. Alcuni studiosi iniziarono a ricercare nelle biblioteche dei monasteri antichi codici con l’intento di scoprire testi sconosciuti, di riportare alla luce opere disperse, di ristabilire la correttezza originaria degli scritti. I codici venivano trascritti per un’immediata divulgazione, come fece Poggio Bracciolini (1380-1459), umanista fiorentino. Il fervore delle ricerche tendeva a rendere nuovamente attuale un tipo di umanità che il mondo antico aveva fatto vivere. Infatti, i libri antichi potevano stimolare la riflessione, dare utili insegnamenti, aiutare a capire il mondo contemporaneo, le forme di governo. Il ritorno alla classicità serviva per trovare risposte al presente.

Il Medioevo e la nuova filologia

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Riappropriarsi dei classici significò dar loro nuova voce dopo il lungo silenzio del Medioevo, giudicato negativamente come età che, pur non ignorando i classici, li aveva letti senza consapevolezza critica, senza la volontà di penetrarne il senso. Anzi, caricandoli, attraverso glosse e commenti, di valori estranei. L’umanesimo italiano si distanzia da quella che definisce “barbarie” medievale proprio perché guarda al passato con occhio critico e non contemplativo. Riconosce la distanza tra sé e i classici e stabilisce una prospettiva storica entro cui le antiche testimonianze vengono collocate con la loro autonomia. In questo contesto nasce la definizione di Medioevo rispetto a quello correlato di Rinascimento, di rinascita culturale. Anche l’uso del latino, ora significa recupero del latino classico.

Da ciò nasce una nuova filologia che si propone di restituire i testi alla loro forma originaria, al loro tempo, al loro ambiente, restaurandone la letteralità ed eliminando gli errori di trascrizione. In questo senso, la nuova filologia non si presenta come semplice studio erudito, ma come esercizio di comprensione storica, conoscenza di sé e riflessione sul passato. Una delle testimonianze più altre della filologia dell’umanesimo italiano è la celebre dissertazione con cui nel 1440 Lorenzo Valla dimostrò la falsità del documento della “donazione di Costantino”, con cui l’imperatore avrebbe inteso costituire un dominio temporale a vantaggio della Chiesa.

Oltre la religiosità medievale

L’umanesimo italiano non manifestò nel suo complesso atteggiamenti antireligiosi ma guardò alla religiosità puntando lo sguardo non più su Dio ma sugli uomini e il mondo. Si afferma un’immagine laica della società, cioè una visione della realtà che si basa sul valore autonomo delle attività umane, in primo luogo politiche ed economiche, in quanto utili agli uomini. Il significato della vita ultraterrena non viene messo in discussione, ma accanto a esso si afferma quello della vita terrena, non più subordinata. Ciò significò una radicale rottura con la tradizione medievale.

Anche l’accostamento ai testi sacri fu più libero e spregiudicato. La filologia critica si applicò pure alla Bibbia. Questo testo, attraverso successive traduzioni e copiature, era stato appesantito dall’inserimento di elementi estranei all’originale (interpolazioni).

La religiosità nell’Italia del Quattrocento

restaurazione romana del quattrocento

All’analisi filologica-critica fu affidato il compito di far rivivere l’originario spirito del messaggio cristiano contenuto nei testi e che la tradizione ecclesiastica aveva via via alterato, spesso sotto la spinta di interessi temporalistici. L’umanesimo italiano cercò di conciliare gli ideali religiosi con quelli culturali. La presunta opposizione tra classicità pagana e cristianesimo si dissolse nella convinzione che la sapienza antica e quella cristiana convergessero e si illuminassero reciprocamente.

Ciò si intrecciò con la speranza di rigenerazione religiosa, molto sentita a quel tempo. Il concilio di Costanza, di Ferrara e di Firenze rappresentarono momenti significativi per gli intellettuali umanisti. Nel clima di intenso dibattito che ne seguì all’interno dei circoli umanistici, Giovanni Pico della Mirandola e Marsilio Ficino avanzarono il progetto di una comunità ideale che abbracciasse l’umanità, conciliando il cristianesimo, l’ebraismo, l’islamismo realizzando la pace tra i popoli.

Gli artisti-scienziati dell’umanesimo

Santa Maria Novella, Firenze, Leon Battista Alberti
Santa Maria Novella, Firenze, Leon Battista Alberti

La nuova cultura fu aperta ai problemi della scienza. Le grandi opere degli scienziati antichi, che furono riportate alla luce e criticamente acquisite, contribuirono alla ripresa degli studi e posero le premesse della grande rivoluzione scientifica dei secoli successivi. Inoltre, la fiducia nella ragione umana come strumento autonomo di indagine stimolò interessi e curiosità nel campo delle scienze naturali. Si affermò una concezione matematico-geometrica del mondo secondo la quale vi è una perfetta corrispondenza, espressa dalla matematica, tra mente umana e realtà. Soprattutto il legame tra cultura umanistica e mentalità scientifica si manifestò nel campo artistico e architettonico, che ebbe un grandioso sviluppo nell’umanesimo italiano. Nell’Italia del Quattrocento le arti, l’architettura, l’urbanistica furono largamente caratterizzate dall’aspetto laico e cittadino della nuova cultura e dal suo legame con la classicità.

Grandi architetti come Filippo Brunelleschi e Leon Battista Alberti furono costruttori di chiese e opere religiose ma anche di edifici civili, palazzi, ville, strutture pubbliche. Allo stesso tempo, una schiera di geniali architetti militari elaborava nuovi criteri per la costruzione di fortezze e per la fortificazione delle città. Sono artisti-scienziati i pittori e gli scultori che approfondiscono scientificamente l’osservazione e l’analisi della realtà da rappresentare, inserendo nuovi concetti geometrici fondamentali come la prospettiva. Piero della Francesca teorizzò la regolarità delle forme geometriche e la perfetta proporzione dei rapporti matematici che sottostanno alla rappresentazione pittorica.

L’architetto, la nuova figura di artista scienziato

Il nuovo tipo di artista-scienziato trovava piena espressione nella figura dell’architetto, cultore delle arti libere e insieme di quelle meccaniche che il pensiero medievale aveva posto ai margini del sapere. L’architetto definisce i principi della progettazione architettonica a partire dallo studio dell’architettura classica. Esso individua inoltre le molteplici implicazioni connesse all’uso degli spazi e all’inserimento di grandi opere nel preesistente tessuto urbano. E progetta città perfette, razionali e funzionali.

Ma non solo. L’architetto doveva essere costruttore di edifici ma anche di macchine, congegni, manufatti, inventore di tecniche che potenziassero il controllo umano sulle risorse naturali, in vista dell’utilità pubblica e privata, in risposta ai bisogni della vita pratica. Questa figura di artista-scienziato ebbe una delle più alte realizzazioni in Leonardo da Vinci (1452-1519) che fu nello stesso tempo pittore, architetto, scienziato, tecnico, ingegnere, costruttore.

Cenacoli, accademie e i loro limiti

La scuola di Atene, Raffaello
La scuola di Atene, Raffaello

La diffusione delle nuove idee dell’umanesimo italiano avvenne, oltre che tramite l’insegnamento, grazie alla mobilità degli uomini e alla fitta rete di rapporti personali ed epistolari che si intrecciarono di città in città, rinsaldando i legami tra i diversi gruppi intellettuali. Oltre a ciò, si formarono circoli e cenacoli umanistici, riunioni informali di uomini colti, accomunati dal desiderio di discutere per fare cultura. Nacquero poi le prime accademie, adunanze di dotti presso una corte, una scuola, un’università, una casa prestigiosa, una bottega libraria. Uno dei circoli più attivi e famosi fu l’Accademia platonica fondata a Firenze da Cosimo il Vecchio dei Medici e animata dal filosofo Marsilio Ficino. Egli fu al centro di un cenacolo di intellettuali, uniti nel nome di Platone, e si dedicò alla traduzione in latino dei dialoghi platonici. Ebbe un’incredibile influenza sulla cultura fiorentina del quattrocento.

Nonostante tutto, non bisogna dimenticare che gli umanisti erano portatori di una cultura che rimase d’élite. Cenacoli e accademie raccoglievano gruppi ristretti di intellettuali che si riconoscevano in un’ideale di umanità caratterizzato dal possesso della cultura classica e dall’uso del latino. La humanitas, che pure era proclamata come qualcosa che appartiene a tutti gli uomini, rimase, di fatto, un privilegio di pochi. Perdurò nella cultura umanistica il pregiudizio, ripreso dalla cultura classica, del volgo come soggetto irrazionale e passionale.

Corti e mecenati

Ottavio Vannini Michelangelo che mostra a Lorenzo il Magnifico la testa di un fauno
Ottavio Vannini “Michelangelo che mostra a Lorenzo il Magnifico la testa di un fauno”

Gli umanisti non furono però chiusi rispetto al mondo, come prova la loro presenza come funzionari presso le amministrazioni cittadine e le corti signorili. Le corti principesche, soprattutto a partire dalla seconda metà del Quattrocento, operarono per attrarre nella loro orbita e condizionare intellettuali singoli e le accademie. Questa politica era orientata da una parte a educare e formare il nuovo personale politico-amministrativo necessario alla corte; dall’altra a creare un’immagine di magnificenza e prestigio intorno al signore, grazie allo splendore delle arti, alle iniziative culturali, alle innovazioni tecnico-scientifiche. Nacque così una politica di mecenatismo per acquisire all’interno il consenso dei sudditi e a mantenere alta la fama della corte all’esterno.

Ma nel rapporto di reciproco scambio fra i signori che offrivano protezione e appoggi materiali e gli uomini di cultura che prestavano servizio a corte, questi ultimi videro restringersi gli spazi di autonomia intellettuale. I detentori del potere esercitavano anche una forte influenza sulla cultura, così che gradualmente nell’ambito cortigiano l’elogio dell’impegno civile e della vita attiva lasciò il posto all’elogio del principe-signore. Anche a Firenze, dove gli intellettuali godevano di maggiore libertà, Lorenzo il Magnifico utilizzò artisti e letterati per il progetto politico-ideologico del governo della città. Tale progetto prese forma nella nascita del mito mediceo, ovvero nella costruzione di una figura ideale di principe magnanimo e saggio, di governatore letterato e colto.

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Dai manoscritti ai libri a stampa

Bibbia di Gutenberg, Fondazione Martin Bodmer, Svizzera, 1454
Bibbia di Gutenberg, Fondazione Martin Bodmer, Svizzera, 1454

Un grandioso cambiamento nel sistema della comunicazione scritte ebbe origine nel XV secolo con l’invenzione della stampa, che tuttavia fu preceduta da novità significative nel campo dei testi manoscritti. La specifica richiesta di istruzione da parte della borghesia cittadina e il progressivo diffondersi della scrittura ebbero come conseguenza una grande crescita della produzione e circolazione di manoscritti, soprattutto in volgare. La domanda e l’offerta più ampia portarono alla nascita di una vera industria libraria. Dal XII secolo i monasteri non furono più i luoghi esclusivi della produzione di manoscritti. Nelle città si diffusero botteghe artigiane in cui i copisti trascrivevano i libri. Presso le università aprirono le botteghe degli stazionari che si occupavano della scrittura dei testi necessari per l’attività didattica.

La nascita dell’industri libraria portò anche una trasformazione nella scrittura in uso. La vecchia gotica, pesante e spigolosa, fu semplificata e resa più funzionale. Nell’ambito dell’umanesimo italiano la riforma della scrittura, avviata con Francesco Petrarca con l’adozione di caratteri semplici, armoniosi e di forma tondeggiante, proseguì con Giovanni Boccaccio e fu portata a termine da Coluccio Salutati e da Poggio Bracciolini.

La stampa a caratteri mobili. Aldo Manuzio

Ma un vero e proprio salto di qualità nella circolazione libraria  si ebbe con la stampa a caratteri mobili. L’artigiano del settore Johann Gutenberg, intorno alla metà del XV secolo, pubblicò i primi volumi a stampa, ottenuti mediante caratteri mobili di legno. In seguito, l’invenzione fu perfezionata con caratteri metallici. Questo sistema consentì la produzione di molte copie in serie, con conseguente abbassamento dei tempi e dei costi. La disponibilità di testi aumentò vertiginosamente. Libri diversi rispondevano all’aumentato bisogno di lettura e di studio che veniva da un pubblico variegato.

Alcune tipografie, come quella di Aldo Manuzio, si segnalarono per edizioni di testi italiani, latini e greci, realizzate sulla base di un accurato controllo filologico-critico. Attraverso i nuovi sviluppi della tecnica veniva così amplificato e diffuso l’insegnamento umanistico.

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