Nel Medioevo la letteratura non è concepita come espressione individuale o come creazione autonoma dell’autore, ma come parte integrante di un sistema culturale, religioso e sociale profondamente strutturato. Scrivere significa inserirsi in una tradizione, riprendere modelli autorevoli, trasmettere un sapere già dato e riconosciuto come vero. L’opera letteraria non nasce per affermare l’originalità di chi scrive, ma per partecipare a un ordine più ampio, nel quale la parola ha una funzione educativa, morale e spesso religiosa.
L’idea stessa di letteratura è dunque inseparabile dalla visione medievale del mondo: una visione fondata sull’autorità, sulla gerarchia dei saperi e sulla centralità della tradizione. I testi si organizzano secondo forme codificate e generi ben riconoscibili, ciascuno con scopi precisi e destinatari definiti. La distinzione moderna tra letteratura, filosofia, teologia e scienza è ancora incerta, e molte opere medievali uniscono elementi narrativi, allegorici, dottrinali e morali.
La retorica e le artes dictandi

Il Medioevo non aveva l’idea, che è propria dell’età moderna, della specificità e dell’autonomia della letteratura. Non era chiaro il confine che separava la letteratura dalle altre forme culturali scritte e ad essa erano affidati compiti strumentali come l’edificazione religiosa, la precettistica morale, per cui le opere erano dense di contenuti dottrinali. Ciò non vuol dire, però, che la concezione della letteratura fosse solo contenutistica. Anzi, il Medioevo dimostrava una grande attenzione per gli aspetti prettamente formali e tendeva a codificarli in regole rigide e minuziose. In questo agiva ancora l’esempio della retorica classica che era appunto la disciplina che codificava l’arte dello scrivere.
Dalla retorica classica, per quanto riguarda la poesia, la retorica medievale trae in primo luogo il principio della separazione degli stili. Ne troviamo una prima definizione agli inizi dell’epoca medievale nel proemio che Cassiodoro, vissuto nel VI secolo alla corte del re ostrogoto Teodorico, premette alle Variae, una raccolta di lettere ufficiali che risentono del modello ciceroniano. Lo stile deve corrispondere alla materia trattata. In base a questo principio si distinguono tre livelli. Quello sublime, destinato agli argomenti elevati; il livello medio e infine quello basso, destinato ad argomenti quotidiani e comuni. A questa tradizione si collegherà ancora Dante che parlerà di uno stile “tragico” o “sublime”, di uno stile “comico” o “mezzano” e di quello “umile” o “elegiaco”.
La prosa e il cursus

Anche per la prosa latina si sviluppò una teoria degli stili. Ne abbiamo quattro. Lo stile romano, che trae il nome dalla Curia romana, era seguito soprattutto dai monaci benedettini di Montecassino. Il tulliano che prendeva spunto da Cicerone e dalle sue opere retoriche. Lo stile ilariano, così chiamato da Ilario di Poitiers che scrisse commenti ai Vangeli e ai Salmi diventando un modello. Lo stile isidoriano, da Isidoro di Siviglia che scrisse opere storiche, di esegesi allegorica e le Etimologiae, una sorta di enciclopedia che trattava tutto il sapere relativo alle etimologie delle parole. La prosa latina del Medioevo mirava sempre a un’altissima dignità stilistica, elaborata in modo estremamente artificioso. Erano teorizzate e applicate delle clausole ritmiche che rendevano il discorso della prosa simile ai versi della poesia.
Queste clausole avevano regole precise che, raggruppate insieme, prendevano il nome di cursus che fissava i vari tipi di cadenze ritmiche dei periodi, in base al gioco degli accenti delle parole. I tipi di cursus medievali sono quattro: planus, velox, tardus, trispondaicus. La prosa era poi impreziosita da varie figure retoriche. Tutte queste caratteristiche saranno ereditate dalla prosa in volgare. La codificazione della prosa era propria delle artes dictandi. Il centro più prestigioso degli studi di retorica era Bologna dove, alla fine del XII secolo, insegnarono maestri come Boncompagno da Signa e Guido Faba. Ma insegne rappresentante di quest’arte fu anche Pier delle Vigne, cancelliere di Federico II di Svevia, re di Sicilia.
I generi letterari del Medioevo

Nel Medioevo non esiste una precisa codificazione dei generi letterari, che sarà fissata nel corso dell’Umanesimo e del Rinascimento. Data la visione religiosa che permea tutta la vita e la spiritualità del Medioevo, gran parte delle forme letterarie erano collegate alle esigenze di culto. Il genere più tipico è forse l’agiografia, cioè il racconto delle vite dei santi, in cui ha larga parte il sovrannaturale miracolistico, che spesso sfuma in clima fiabesco e leggendario. Tipico è anche l’exemplum, un racconto di vicende esemplari che ha finalità morali ed edificanti. Esso fu una delle componenti principali che contribuirono a formare il genere della novella profana, destinata a svilupparsi in volgare. Vi erano poi “visioni”, cioè descrizioni dei regni dell’oltretomba, delle pene infernali e delle gioie del paradiso, inni liturgici, opere teologiche come il De contemptu mundi di Lotario di Segni, un’apocalittica condanna della vanità del mondo e dei beni terreni.
Anche le opere di argomento profano erano permeate dello stesso spirito religioso come i bestiari, i lapidari e gli erbari. La visione religiosa è alla base della storiografia che vede lo svolgersi dei fatti umani come rispondente al piano provvidenziale voluto da Dio e che spesso introduce nel racconto la dimensione soprannaturale. Si possono ricordare la Storia dei Franchi di Gregorio vescovo di Tours e la Storia dei Longobardi di Paolo Diacono, vissuto nel IX secolo alla corte di Carlo Magno.
Altri esempi
Di ispirazione religiosa sono anche le grandi costruzioni filosofiche del tempo, le summae, caratterizzate da un’estrema sottigliezza di ragionamento e da un’impalcatura concettuale articolata. Massimo rappresentante ne fu Tommaso d’Aquino. Invece, le opere della corrente mistica, come quelle di Bonaventura da Bagnoregio, sono scritte in uno stile pieno di fervore e di slancio. Una figura a sé è quella della monaca tedesca Rosvita di Gandersheim, autrice in latino di un poema celebrativo dell’imperatore Ottone I di Sassonia, di leggende agiografiche e di sei drammi dal fine morale ed edificante. Se si pensa che le donne erano escluse dall’istruzione e dalla conoscenza del latino, il caso di Rosvita offre una significativa eccezione.
Non bisogna, infine, dimenticare la poesia goliardica che è invece di carattere profano e spesso in violenta contrapposizione polemica e parodica con la letteratura religiosa. Questo genere canta le gioie fisiche, il vino, l’amore sessuale, la vita gaudente e sregolata, ricollegandosi al filone popolare della cultura carnevalesca.
La lingua: latino e volgare

Nei primi secoli del Medioevo la lingua della cultura era il latino, una lingua impiegata da una ristretta cerchia di intellettuali, mentre il resto della popolazione la ignorava e usava per le necessità della vita quotidiana altri idiomi detti volgari. Già nel corso della civiltà classica occorre distinguere un latino letterario, usato dai grandi scrittori e nei documenti ufficiali, e un latino parlato correntemente. La lingua parlata è sempre molto diversa da quella scritta e colta. E’ più libera, meno regolare, ricca di parole e modi di dire banditi dalla lingua letteraria. Durante i secoli dell’Impero romano questo latino parlato, o sermo vulgaris, si era ulteriormente differenziato in una miriade di varianti locali. Questo perché tali linguaggi sentivano l’influenza delle parlate precedenti alla conquista romana che avevano lasciato molti residui. Inoltre, ogni comunità tendeva ad apportare modificazioni e a introdurre modi di dire che avevano significato solo in quell’ambito. Comunque, la fitta rete di scambi che avveniva tra le regioni dell’Impero e la presenza capillare dell’amministrazione romana e di istituzioni impedivano una totale separazione linguistica e consentiva la permanenza di una base comune per la comprensione.
La situazione cambiò con la fine dell’Impero. La frantumazione politica, la disgregazione amministrativa, la difficoltà delle comunicazioni e la quasi scomparsa di scambi fecero sì che ogni regione restasse praticamente isolata. Ne derivò un’estrema frammentazione linguistica che non poteva più essere contrastata con l’uso del latino ufficiale. I linguaggi delle comunità dell’ex Impero romano andarono sempre più distanziandosi tra loro e dalla originaria matrice latina. A ciò si aggiunsero gli apporti della lingua dei popoli invasori, germani e arabi, che lasciarono tracce considerevoli. Così, attraverso un lento processo, si formarono delle lingue nuove rispetto al latino.
Il quadro dei volgari neolatini e l’uso del volgare
Un’indicazione importante di questo processo è il Concilio di Tours dell’813 che prescriveva la predicazione “in lingua romana rustica”, cioè in volgare. Ne deduciamo che, a quella data, la popolazione non comprendeva più il latino. Al contrario, il latino usato dai colti, pur subendo anche esso modificazioni, rimase molto più vicino a quello classico, conservando quasi intatte le strutture di fondo. La lingua colta e scritta è, per sua natura, molto conservatrice. I nuovi linguaggi si svilupparono in tutta l’area in cui si era anticamente parlato il latino, quella a cui, già in tarda età Imperiale, si dava il nome di Romània, cioè l’Italia, la Francia (comprendente Belgio e Svizzera), la penisola iberica, la Romania. Queste parlate diedero origine alle attuali lingue romanze, così dette perché appunto parlate in Romània (italiano, francese, provenzale, catalano, spagnolo, portoghese, rumeno).
Parallelamente nei territori della Germania, Svizzera, Austria, Inghilterra, Scandinavia e Islanda si parlavano volgari di ceppo germanico. Nella penisola balcanica e nell’Europa orientale si diffusero le parlate dei popoli slavi. Tutti questi linguaggi, volgari, romanzi (o neolatini), germanici, slavi, erano all’inizio lingue d’uso esclusivamente orale ed erano usati per tutte le necessità quotidiane. La lingua scritta, usata per la cultura e i documenti ufficiali, restava ovunque il latino. A parlare le lingue volgari non era solo la popolazione più bassa, ma tutti, aristocrazia compresa e talvolta anche i chierici. Una vera rivoluzione culturale si ebbe quando si cominciò a usare queste lingue per comporre opere letterarie, da cui la nascita delle letterature moderne d’Europa.
Primi documenti scritti nei volgari romanzi

Poiché all’inizio le lingue volgari erano solo orali, rarissimi sono i documenti che ci sono rimasti sulla loro formazione. Le prime opere letterarie, che comparvero dopo l’anno Mille, rispecchiano uno stadio già molto avanzato della lingua. Tuttavia, possediamo un antico documento che riguarda il francese, i cosiddetti “giuramenti di Strasburgo”. Il 14 febbraio dell’842 due successori di Carlo Magno, Carlo il Calvo, sovrano della parte occidentale dell’Impero, e Ludovico il Germanico, sovrano della parte orientale, strinsero un’alleanza pronunciando una formula di giuramento dinanzi ai loro eserciti. Il giuramento venne fatto dai due re dapprima nelle loro rispettive lingue, in francese per Carlo e in tedesco per Ludovico, in modo da farsi capire dai loro soldati. Poi essi scambiarono le lingue per impegnarsi ciascuno anche dinanzi all’esercito dell’altro. Carlo giurò in tedesco e Ludovico in francese. Di questo giuramento ci è giunto il testo scritto.
Per il volgare italiano il documento più antico è l’Indovinello veronese. Nel 1924 in un codice della Biblioteca Capitolare di Verona fu scoperto il testo di un indovinello risalente alla fine dell’VIII o ai primi del IX secolo. “Se pareva boves, alba pratalia araba, et albo versorio teneba; et negro semen seminaba. Gratias tibi agimus omnipotens sempiterne Deus.” L’indovinello riguarda l’attività dello scrivere. Dal punto di vista linguistico risulta evidente la differenza dell’ultima riga, che contiene una formula di ringraziamento a Dio in latino puro, e le quattro precedenti che sono scritte in volgare. L’Indovinello veronese ci dà l’immagine di una fase di transizione di una lingua che non è più il latino, ma non è ancora l’italiano vero e proprio.
Altri documenti del volgare italiano

Un documento più recente è il famoso Placito capuano. Nel 960, a Capua, il giudice Arechisi deve decidere su una causa tentata dall’abate del monastero di Montecassino ad un tal Rodelgrimo di Aquino, accusato di aver occupato alcune terre dell’abbazia. Nel verbale del processo (placito), redatto naturalmente in latino, il giudice riporta la dichiarazione di un testimone. La trascrive testualmente nella lingua in cui è stata pronunciata, in volgare. “Sao ko kelle terre, per kelle fini que ki contene, trenta anni le possette parte Sancti Benedicti.” “So che quelle terre, entro quei confini che qui si descrivono, trenta anni le ha tenute in possesso l’amministrazione patrimoniale di San Benedetto”. Dunque il volgare sembra affacciarsi alla scrittura dapprima in documenti giuridici, in cui è necessario riportare le testimonianze fedelmente. Si tratta ormai di un volgare italiano nettamente distinto dal latino.
Su una carta notarile si trova anche la cosiddetta Postilla amiatina del 1087, un commento scherzoso di un notaio toscano che ha registrato la donazione dei beni di due coniugi al monastero di San Salvatore, sul Monte Amiata.
«Ista cartula est de caput coctu
ille adiuvet de illu rebottu
qui mal consiliu li mise in corpu»
«Questa carta è di Capocotto, lo aiuti da quel ribaldo che gli mise in corpo un cattivo consiglio». Si notino le persistenze grafiche del latino che probabilmente venivano pronunciate secondo la nuova inflessione volgare (est –> è). Vivace e popolaresca è, infine, l’iscrizione della fine del secolo XI che si legge in uno degli affreschi della basilica sotterranea di San Clemente in Roma. Un patrizio romano, Sisinnio, ordina ai suoi servi di condurre il santo al martirio, ma miracolosamente, al posto del corpo, questi si trovano a trascinare un’inerte colonna. Il commento di San Clemente è in latino: “Duritiam cordis vestris saxa traere meruistis“. “Per la durezza del vostro cuore avete meritato di trascinare dei sassi”. In volgare romanesco, con una spiccata coloritura plebea, è invece l’ordine impartito da Sisinnio:
“Fili de pute, traite!
Gosmari, Albertel, traite!
Fàlite dereto co lo palo, Carvoncelle!“





