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La letteratura dell’età cortese rappresenta una delle espressioni più complesse e influenti della cultura medievale europea, poiché traduce in forme narrative e poetiche l’universo di valori, ideali e modelli di comportamento elaborati all’interno delle corti aristocratiche tra l’XI e il XIII secolo. All’interno di questo contesto si affermano tre grandi filoni letterari, diversi per forme e funzioni ma profondamente interconnessi. Le canzoni di gesta celebrano l’eroismo guerriero, la fedeltà feudale e l’identità collettiva, dando voce a un ideale cavalleresco ancora legato alla dimensione epica e militare. La poesia cortese, sviluppatasi soprattutto nell’ambiente delle corti signorili, introduce invece una nuova sensibilità, centrata sull’amore, sulla raffinatezza del linguaggio e sull’interiorità dell’individuo, trasformando l’esperienza sentimentale in un modello etico ed estetico. Il romanzo cortese-cavalleresco, infine, fonde avventura, amore e introspezione, aprendo la strada a una narrazione più articolata e complessa, in cui il cavaliere non è più soltanto un eroe guerriero, ma un personaggio in evoluzione, chiamato a confrontarsi con prove morali oltre che militari.
Le canzoni di gesta

In L’età cortese: il contesto storico, la società e i suoi valori abbiamo visto come l’aristocrazia feudale sente il bisogno di esprimere se stessa autocelebrandosi. Nascono così in Francia le prime opere letterarie in volgare, le chansons de geste, le canzoni di gesta. Si tratta di lunghi poemi epici in lingua d’oïl (la lingua parlata nel nord della Francia), pervenutici anonimi, che trattano delle imprese degli eroi del passato. Molte di queste canzoni si incentrano su Carlo Magno i conti palatini. La base della narrazione è dunque storica, ma senza pretese di fedeltà. Le vicende sono trasfigurate in una visione leggendaria e, soprattutto, sulla realtà dell’epoca di Carlo Magno (VIII-IX secolo) vengono proeittate mentalità e usanze del presente, cioè dell’XI-XII secolo. In particolare lo spirito della guerra santa contro gli infedeli, introducendo nella rappresentazione dei secoli passati lo spirito delle Crociate.
Questi poemi erano dunque l’autocelebrazione di una casta guerriera che mirava a presentarsi in una luce ideale ed eroica. Le canzoni di gesta rappresentabno l’espressione della visione della vita e dei valori della classe feudale e cavalleresca all’apogeo della sua potenza. La trasmissione di questi testi era orale, cantati da cantori su una semplice melodia, con accompagnamento di uno strumento musicale. Le canzoni di gesta erano in versi decasillabi raggruppati in strofe di lunghezza diseguale, dette lasse. I versi non avevano rime ma assonanze. Il carattere orale si riflette nella loro forma. E’ frequente il rivolgersi al pubblico, ricorrono costantemente formule stereotipate, sono continue le ripetizioni.
Il passaggio alla scrittura
Le canzoni di gesta furono anche fissate dalla scrittura e molte sono giunte sino a noi. In concomitanza con la diffusione di queste opere profane, in volgare, destinate a un pubblico laico, si afferma anche una nuova figura di intellettuale, che non è più un chierico ma il giullare. Si tratta di una figura complessa che poteva essere un semplice giocoliere o mimo ma anche un poeta fornito di cultura. La più famosa di queste canzoni di gesta è la Chanson de Roland (Canzone di Orlando), componsta attorno al 1100, che narra la morte dell’eroe e della retroguardia dell’esercito di Carlo Magno in un agguato teso dai Saraceni a Roncisvalle, nei Pirenei. I temi sono quelli tipici, la guerra contro gli infedeli, la fedeltà all’imperatore, la difesa dell’onore guerriero anche a costo della vita. Tipica è poi la netta contrapposizione tra Orlando, eroe positivo portatore di tutte le virtù cavalleresche, e il malvagio Gano, che tradisce la fede e il sovrano, consegnando l’eroe ai nemici.
Le canzoni di gesta tendevano a raggrupparsi in cicli intorno a un lignaggio, cioè una famiglia o discendenza nobiliare. Questo conferma come esse fossero l’espressione di una casta aristocratica che attraverso la loro diffusione voleva celebrare la propria posizione nella società. Più tardi le canzoni di gesta persero il loro austero carattere di poemi guerreschi e religiosi, con l’introduzione del motivo dell’amore, caro invece al romanzo cortese. Ebbero grandissima popolarità anche al di fuori della Francia. In Italia si diffusero soprattutto al Nord, dando origine a una serie di poemi in lingua ibrida franco-veneta.
La Chanson de Roland

La Canzone di Orlando si diffonde in Francia nel XII secolo. Di essa ci sono state tramandate diverse redazioni, la più antica delle quali è quella del manoscritto di Oxford, redatto a metà del XII secolo in anglo-normanno. Alcuni critici ritengono la canzone opera di un unico autore, per altri sarebbe il risultato di successive aggiunte alla diffusione orale del poema. Alla fine del manoscritto di Oxford compare il nome di Turoldo («Ci falt la geste que Turoldus declinet», qui termina la gesta scritta da Turoldo). Non è chiaro se Turoldo sia l’autore della canzone o semplicemente il copista del manoscritto. La canzone comprende circa 4000 decasillabi, in lasse assonanzate di diversa lunghezza. Narra principalmente le avventure di Orlando e degli altri undici paladini del re Carlo Magno in guerra contro i Musulmani di Spagna. Gli avvenimenti si basano su un nucleo di verità storica: nel 778 Carlo Magno, al ritorno in Francia da una spedizione in Spagna, viene assalito ai Pirenei da bande di predoni baschi che distruggono la retroguardia francese.
Gano, patrigno di Orlando, che vuole vendicarsi di un presunto torto ricevuto dal paladino, d’accordo con il re saraceno Marsilio, convince Carlo Magno ad affidare ad Orlando ed ai pari la retroguardia dell’esercito francese che sta rientrando in patria. A Roncisvalle, nelle gole dei Pirenei, Orlando ed i paladini cadono in un’imboscata. Potrebbero salvarsi, se Orlando suonasse l’olifante, il magico corno, per richiamare l’esercito di Carlo Magno. Ma, per orgoglio e per non mettere a repentaglio la salvezza del re, Orlando lo suona solo in punto di morte. Quando Carlo Magno giunge a Roncisvalle, Orlando è ormai morto insieme a tutta la retroguardia. A Carlo resta il compito di vendicare i suoi dodici pari. Fa strage di nemici. Dopo un processo Gano viene condannato a morte.
Temi e stile
Nella canzone compaiono essenzialmente due temi. La guerra dei cristiani contro gli infedeli e la celebrazione del rapporto di onore e fedeltà che lega i paladini al sovrano. Queste sono situazioni tipiche della società feudale francese del secolo, caratterizzata dal rapporto di vassallaggio tra il potere della Chiesa e quello dei grandi feudatari laici a capo delle zone periferiche dell’Impero. È chiaro allora come nel poema, ambientato nel VIII secolo, ci sia la trasposizione di situazioni, usanze, ideologie tipiche dell’inizio del XII secolo, quando l’opera fu composta.
Il primo canale di diffusione dell’opera fu quello orale, come testimoniano alcune delle caratteristiche formali. In primo luogo la scelta delle lasse assonanzate a due a due, tipiche della canzone carolingia. Poi la sintassi molto semplice, prevalentemente paratattica, che rivela la comprensione popolare del testo. La ripresa in ogni lassa di elementi della lassa precedente per favorire la memorizzazione della vicenda anche nell’ascoltatore distratto o appena giunto sul luogo del canto. E infine la ripetizione di formule tipiche della trasmissione orale.
L’amore cortese

L’amore cortese è una concezione che appare per la prima volta, nel corso del XII secolo, nella poesia lirica dei trovatori provenzali. Ma avrà poi lunga fortuna nella letteratura romanza in lingua d’oïl del Nord della Francia, nella tradizione della poesia lirica italiana, dalla scuola siciliana allo «stil novo», sino a Dante e Petrarca, e nella poesia d’amore germanica (il Minnesang). La concezione dell’amore che si trova espressa nella letteratura dell’età cortese è singolare e nuova rispetto a quella dominante nel mondo classico. La concezione dell’amore che troviamo nei poeti greci e latini si fonda sulla pariteticità dell’uomo e della donna nel rapporto amoroso, sulla reciprocità della passione e sulla realizzazione del desiderio.
Le caratteristiche dell’amor cortese
Gli elementi caratterizzanti l’amor cortese sono invece:
- il culto della donna, vista dall’amante come un essere sublime, irraggiungibile e quasi addirittura divino, che produce effetti miracolosi, ed è degno di venerazione.
- Per contro, una posizione di inferiorità dell’uomo rispetto alla donna amata. L’amante si presenta come suo umile servitore. La sua sottomissione e la sua obbedienza alla volontà della donna sono totali. La formula che comunemente definisce tale rapporto è il “servizio d’amore”.
- L’amante non chiede nulla in cambio dei suoi servigi. L’amore è perpetuamente non appagato. Non si tratta tuttavia di amore spirituale, platonico. Anzi, l’amore spesso ha note accentatamente sensuali. Ma il possesso della donna è irraggiungibile (in lingua d’oc, amor de lonh, o amor de lonh, “amore non corrisposto o di lontano”). Talora l’uomo può innamorarsi della donna senza mai averla vista, solo per fama, e adorarla di lontano.
- L’amore impossibile genera sofferenza, tormento perpetuo, ma anche gioia, una forma di ebbrezza ed esaltazione, di pienezza vitale.
- L’esercizio di devozione alla donna ingentilisce l’animo, lo nobilita, lo purifica di ogni viltà o rozzezza. Amare è un continuo esercizio di perfezionamento interiore.
- Amore si identifica con “cortesia”, solo chi ama secondo questa regola è veramente “cortese”. Ma a sua volta l’“amor fino” (fin’amor, in provenzale) rende cortesi. L’amore può esercitare la sua azione di raffinamento interiore proprio perché la tensione del desiderio è perpetuamente inappagata.
- Si tratta di un amore adultero che si svolge rigorosamente al di fuori del vincolo coniugale. Anzi, si teorizza che nel matrimonio non può esistere veramente amor “fino”. Ciò si spiega anche storicamente col fatto che, nelle classi alte, il matrimonio era un puro e semplice contratto, stipulato per ragioni dinastiche o economiche. Il carattere adultero dell’amore è quindi il segreto che tutela l’onore della donna. Per questo il suo nome non viene mai pronunciato dai poeti. Alla donna si può alludere solo attraverso un pseudonimo (senhal), per timore dei «malparleri» (lauzengiers), che possono spargere dicerie maligne.
- L’amore è una passione esclusiva, totale, esaltante, dinamica. Per questo si parla appunto di “culto della donna” (domnei) e di “religione dell’amore”.
Il conflitto con la religione
Nasce così un conflitto tra amore e religione, tra la donna e culto per Dio: la dedizione totale alla donna esclude qualunque altra dedizione. E la Chiesa condanna l’amor cortese, come fonte di peccato e perdizione. A sua volta l’amante cortese sente questo antagonismo insanabile con i principi religiosi e ne prova un senso di colpa. Il tema affiora talvolta nella poesia, già nei trovatori provenzali, ma poi soprattutto nei poeti italiani successivi. Anche l’amor cortese, come la guerra, è un valore laico, espressione della società profana. Ma in questo caso sono più difficili compromessi e mediazioni con la visione religiosa. Il conflitto verrà superato da Dante nella Vita nuova e nella Commedia, ma a prezzo dell’annullamento dell’amor cortese. Tornerà poi ancora, in forme diverse, in Petrarca.
Il romanzo cortese-cavalleresco

La concezione dell’amor cortese trovò espressione nel Nord della Francia in particolare nel romanzo cavalleresco, in lingua d’oïl. Nel Sud invece prese vita in forme liriche, nella poesia dei trovatori, in lingua d’oc. Anche il romanzo cortese, come le canzoni di gesta, ha al centro imprese cavalleresche, ma presenta aspetti profondamente diversi.
- La canzone era un genere austero, i cui temi erano la guerra e la religione. In essa non avevano posto motivi più frivoli come l’amore e la donna vi aveva un ruolo irrilevante. Nel romanzo invece, che si afferma più tardi, nella seconda metà del XII secolo, l’amore ha un ruolo preponderante e assume prevalentemente le forme dell’amor cortese, da cui deriva l’importanza centrale dei personaggi femminili.
- Le canzoni di gesta avevano delle basi storiche, per quanto esse fossero trasfigurate in un clima di leggenda. Il romanzo è invece privo di ogni referente storico e tratta materie puramente leggendarie.
- Melle canzoni è presente l’elemento sovrannaturale, ma nei termini delle concezioni cristiane. Nel romanzo domina invece un meraviglioso di tipo fantastico e fiabesco, che ha radici in antiche leggende celtiche precristiane (maghi, fate, incantesimi, mostri). Già di qui si può cogliere il carattere interamente profano di queste opere (se si eccettua il motivo mistico della ricerca del Graal).
- Nelle canzoni di gesta i cavalieri dimostravano il loro valore combattendo per fini precisi, determinati da codici e consuetudini rigide come la difesa della fede cristiana, la fedeltà al sovrano. Essi erano legati da forti vincoli al sovrano e alla religione. Si trattava quindi di un mondo regolato da forti tendenze centripete. Al contrario nel romanzo dominano tendenze centrifughe. Il cavaliere parte a caso in cerca di avventure che lo allontanano continuamente dal sovrano e lo spingono a peregrinare in luoghi remoti e fantastici. L’avventura serve al cavaliere solo per provare se stesso, il suo valore, la sua lealtà in scontri. E’ una prova squisitamente individuale, finalizzata al perfezionamento, all’autoaffermazione. Talora la pura ricerca casuale di avventura si precisa nel motivo della quête, la ricerca di una donna o di un oggetto, come appunto il Santo Graal.
- Queste tendenze centrifughe si riflettono nella forma. Le canzoni di gesta avevano una struttura chiusa e compatta, mentre il romanzo ha una struttura aperta, in cui le avventure possono susseguirsi all’infinito o addirittura intrecciandosi tra di loro. Alla lentezza solenne e austera delle canzoni si sostituisce uno sviluppo più rapido e dinamico, ricco di sorprese e colpi di scena.
- Anche il linguaggio e lo stile sono diversi. La canzone usa un verso ampio e solenne, il decasillabo, organizzato negli ampi raggruppamenti delle lasse assonanzate. Il romanzo usa invece l’ottonario a rima baciata, molto più agile e scorrevole. Lo stile è improntato a grazia e piacevolezza, non ha la rigidezza arcaica di quello delle canzoni.
Una letteratura di intrattenimento
Tutto ciò ci rivela come queste opere nascano in un diverso contesto e con finalità diverse. Non esprimono più la visione della vita di una rude casta guerriera, ma sono destinate al diletto, all’intrattenimento della raffinata società di corte che si è affermata nella seconda metà del XII secolo. Sono opere che esprimono la concezione della vita di quella società dominata dai valori della cortesia.
Gli autori dei romanzi cavallereschi sono chierici colti, che vivono nelle corti feudali sotto la protezione dei grandi signori. Essi scrivono per compiacere i gusti. A differenza delle canzoni di gesta, che erano destinate alla trasmissione orale, le loro opere nascono subito per la lettura. E questo ci dà il senso di una società più evoluta, in cui scrittura e lettura sono già realtà familiari. La lettura poteva essere anche pubblica, nell’ambito della corte, dinanzi ad un uditorio di dame e cavalieri, ma poteva essere soltanto “mentale”, silenziosa e solitaria. Un esempio del primo caso è offerto proprio da uno di questi romanzi, l’Ivano di Chrétien de Troyes, in cui viene appunto rappresentata una fanciulla che sta leggendo un romanzo ad un signore e ad una dama, i suoi genitori.
Il termine romanzo e le leggende bretoni

Il termine “romanzo” (roman, in antico francese) deriva da romanz, che in origine valeva a significare “ogni discorso in lingua volgare” (dal latino loqui romanice, parlare in lingua romanza). Nel XII secolo venne a indicare solo quel particolare tipo di discorso in volgare, la narrazione in versi di argomenti avventurosi ed amorosi. La materia del romanzo cavalleresco è tratta prevalentemente da antiche leggende bretoni, risalenti cioè al patrimonio folclorico delle popolazioni celtiche della Francia e dell’Inghilterra. Esse si incentravano sulla figura di un mitico re britannico, Artù, vissuto nel VI secolo.
Insieme col sovrano, intorno alla “tavola rotonda”, cioè su un piede di parità, si ritrovano vari cavalieri, Lancillotto, Ivano, Galvano, Perceval. Dalla corte arturiana essi partivano alla ricerca di avventure, per farvi ritorno periodicamente. Queste leggende erano state raccolte per la prima volta da un chierico, Goffredo di Monmouth, prima del 1140, in una Storia dei re di Britannia e in una Vita di Merlino in prosa latina. La materia era poi stata ripresa in volgare e in versi nel Roman de Brut (Romanzo di Bruto: si favoleggiava infatti che Bruto fosse stato il primo re di Britannia) dal normanno Robert Wace (1155).
Chrétien de Troyes

L’autore più significativo del genere del romanzo cavalleresco è Chrétien de Troyes, un chierico vissuto alla corte di Maria di Champagne. Egli, tra il 1160 e il 1180, compose una serie di romanzi dedicati ai cavalieri della tavola rotonda (Lancillotto, Ivano, Erec e Enide, Cligès, Perceval). Sono romanzi ricchi di avventure e di eventi magico-meravigliosi, in cui ha una parte importante l’amore. La protettrice di Chrétien, Maria di Champagne, era figlia di Eleonora d’Aquitania, proveniva cioè dalla corte del Sud, ed aveva importato nel Nord le tematiche dell’amore cortese.
Chrétien le riprende soprattutto nel Lancillotto. Ma in altri romanzi, come l’Ivano ed Erec e Enide, dà spazio anche all’amore coniugale. Nella sua ultima opera, il Perceval, accosta alle leggende arturiane altre leggende celtiche, di fondo cristiano, cioè la ricerca del Santo Graal. Si tratta della coppa in cui fu raccolto il sangue di Cristo, dotata di virtù miracolose: in tal modo un elemento mistico si introduce nell’atmosfera eminentemente laica del romanzo cavalleresco.
Tristano e Isotta e il “ciclo classico”
Sempre di origine bretone, è un’altra famosissima leggenda, quella di Tristano e Isotta. Essa narra una tragica vicenda di amore e morte. La passione invincibile che, dopo aver bevuto un filtro magico, lega indissolubilmente Tristano e Isotta si scontra con il “ruolo” del re Marco di Cornovaglia, affezionato ad entrambi. Tristano è un coraggioso e fedele cavaliere del sovrano, al quale ha condotto in sposa Isotta. Il conflitto fra lealtà e amore conferma le radici cortesi del racconto, ma giunge qui ad esiti più radicali: la forza travolgente dell’amore impossibile in vita si realizza attraverso la morte dei protagonisti che conclude il racconto. La vicenda suggella il mito della tematica amore-morte che avrà significative riprese, dallo “stil novo” al Romanticismo.
Della vicenda di Tristano e Isotta abbiamo diverse redazioni francesi, collocabili nella seconda metà del XII secolo. La leggenda ebbe enorme diffusione anche al di fuori della Francia. In Germania fu ripresa da Gottfried di Strasburgo, in Italia da anonimi romanzi in prosa, il Tristano Riccardiano e la Tavola Ritonda. Le leggende di re Artù erano destinate anch’esse a lunga fortuna. Se le leggende carolingie si diffusero in prevalenza presso i ceti popolari, quelle bretoni, per la loro elegante raffinatezza, piacquero più ai ceti elevati.
Accanto alla materia di Bretagna compare nel romanzo cavalleresco una materia classica. Vi è un Romanzo di Tebe (circa 1150), un Romanzo di Troia di Benoît de Sainte-Maure (1160), i Romanzi di Alessandro (1112). In questi romanzi i personaggi del mito o della storia classica sono trasformati in cavalieri cortesi. Ad essi sono attribuiti mentalità e comportamenti tipici dei cavalieri bretoni di re Artù. Si rivela ancora una volta in questa trasformazione la mancanza di percezione della profondità storica propria della visione medievale, che tende ad assimilare il passato al presente.
Altri generi: i lais e il Roman de la rose

Accanto all’epica e al romanzo cortese, si assiste a una fioritura di altri generi. L’individualismo del romanzo cortese e che ritroveremo, sempre più accentuato nella poesia provenzale, viene approfondito anche nei lais. Si tratta di componimenti narrativi in versi di limitata estensione, che si ispirano alle antiche leggende bretoni, inizialmente musicati. I risultati più originali sono ottenuti nei dodici lais di Maria di Francia, vissuta nella seconda metà del secolo XII alla corte di Enrico II d’Inghilterra e di Eleonora d’Aquitania. In questi poemetti è costante la presenza dell’elemento magico e meraviglioso (imprese soprannaturali, oggetti animati, animali parlanti). Ma il motivo dominante è costituito dall’espressione del sentimento e della sofferenza amorosa, in toni malinconici ed elegiaci.
Grande fortuna ebbe anche il romanzo di impianto allegorico. L’allegoria era originariamente di carattere religioso. Ma più tardi compare anche l’allegoria profana, che ha al centro il motivo prediletto dalla cultura cortese, l’amore. L’esempio più importante è il Roman de la rose (Romanzo della rosa). Una prima parte fu composta verso il 1230 dal chierico Guillaume de Lorris. La continuazione fu opera di un altro chierico, Jean de Meung, circa quaranta anni più tardi. È il racconto di un sogno, in cui l’amante entra nel giardino inaccessibile d’Amore per “cogliere la rosa”. È assistito nella sua impresa da un personaggio allegorico che si chiama Bell’Accoglienza e guidato dalla «signora Ragione». E’ ostacolato e respinto da Vergogna, Paura, Pericolo, Maldicenza, che custodiscono la rosa. La prima parte termina con i lamenti dell’amante. Questa prima parte è un’“arte d’amare” secondo il codice cortese.
La seconda parte comprende invece elementi didascalici, filosofici, satirici. Jean de Meung vi esprime le sue idee naturalistiche e l’esaltazione della Natura. Perciò non si tratta più di amore cortese ma di amore fisico, scopertamente sensuale. Il Roman de la rose è una delle opere più note e diffuse del Medio Evo. Divenne presto conosciuta anche in Italia: ne esiste infatti una traduzione parziale in volgare di fine Duecento, intitolata Il Fiore, da molti attribuita a Dante.
I fabliaux e il Roman de Renard
I generi finora analizzati sono generi “alti”, in quanto rappresentano i più nobili valori culturali e sociali della tradizione letteraria. Accanto a questa linea si può identificare una tendenza antagonistica che si propone di irridere e contestare le forme e i modi dell’ideologia ufficiale. Questa tendenza è rappresentata soprattutto dai fabliaux, componimenti in versi che raccontano vicende comiche e popolari, con un taglio ironico.
La materia è quella bassa della vita quotidiana, insistendo spesso su particolari volgari e plebei. Il linguaggio, libero e disinibito, si spinge fino all’aperta oscenità. Il mondo raffigurato è quindi atitetico a quello cortese e spesso il racconto va oltre la pura comicità. I fabliaux denunciano differenze e ingiustuizie sociali. Intenzioni satiriche e caricaturali, legate ai contenuti morali della tradizione favolistica, si ritrovano anche nei racconti degli animali parlanti che costituiscono il Roman de Renard.
La lirica provenzale

L’ideale cortese fu elaborato soprattutto nelle corti del Sud della Francia, dove si era sviluppata una società aristocratica estremamente elegante e raffinata. Qui la concezione cortese dell’amore trovò espressione, nel corso del XII secolo, nella forma della poesia lirica. Il genere lirico nel mondo classico aveva toccato vertici assoluti con poeti come Saffo, Alceo, Catullo, Orazio. Il termine che designava il genere derivava dalla lira, lo strumento con cui tradizionalmente il poeta accompagnava il suo canto. Se nella poesia epico-narrativa (l’Iliade, l’Odissea, l’Eneide) il poeta scompariva trattando delle vicende di personaggi diversi da lui, in quella lirica il poeta parlava eminentemente di sé, dei propri sentimenti ed esperienze.
La lirica provenzale si esprime nella lingua d’oc. Sin dal suo primo apparire si serve di una lingua già di alta dignità letteraria. Le poesie non sono scritte in dialetti diversi a seconda delle regioni, come avviene ad esempio per la letteratura in lingua d’oïl, ma impiegano il dialetto dei primi poeti, il limosino, che si impone come lingua comune di tutto il genere. È una poesia che viene cantata in pubblico, con accompagnamento di musica. Si tratta dunque di una produzione destinata ad una trasmissione orale. I poeti, che compongono sia i testi poetici sia la musica, sono detti trovatori (trobadors) dal verbo trobar, che significa “comporre musica”.
Talora sono gli stessi trovatori ad eseguire danze ad un uditorio e loro composizioni, talora invece l’esecuzione viene demandata a cantori professionisti, anch’essi non privi di cultura, i giullari. Nel secolo XIII poi la trasmissione viene affidata anche alla scrittura e alla lettura. Si compongono raccolte di liriche dei trovatori (canzonieri), in cui i testi sono accompagnati da biografie degli autori (vidas), largamente romanzate e ricche di elementi fantastici, e da commenti retorici (razos).
L’individualità degli autori
Della produzione lirica provenzale ci rimangono 2542 componimenti. Essi non sono pervenuti anonimi, come è per tanta letteratura volgare del Medio Evo: conosciamo i nomi di ben 460 trovatori. Ciò testimonia che l’autore ha ormai piena coscienza di sé, tanto da sentire il bisogno di tramandare il proprio nome insieme alla composizione. L’emergere dell’individualità dell’autore è il segnale di una grande trasformazione culturale, che si va producendo in questo periodo. Il primo dei trovatori secondo la tradizione fu Guglielmo IX di Aquitania (1071-1126), un grande signore feudale. Egli ci ha lasciato, insieme a canzoni di ispirazione lieta, capricciosa, o anche lasciva e irriverente realistica, anche canzoni d’amore secondo il codice cortese. Altri poeti successivi appartennero a varie condizioni sociali: vi sono ancora grandi signori feudali, esponenti della piccola nobiltà, non nobili, addirittura provenienti da umili origini. L’ambiente in cui si esercita l’attività dei trovatori ed in cui si trova il loro pubblico è la corte feudale, siano essi grandi signori o intellettuali di condizione subalterna.
Tra i poeti più noti segnaliamo Bertran de Born, ricordato in particolare per i suoi versi guerreschi. Jaufré Rudel, che canta le enigmatiche suggestioni dell’«amore lontano». Bernart de Ventadorn, considerato da molti il maggiore esponente della poesia sentimentale e amorosa, nella sua forma più scorrevole e musicale. Arnaut Daniel, poeta d’amore in forme sottili e preziose, particolarmente ricercate ed elaborate.
L’amore, il tema centrale

Il tema centrale della poesia trobadorica è l’amore, trattato secondo i canoni cortesi. Il poeta, seguendo tutto un rituale codificato ed un sistema di topoi letterari, esprime la sua adorazione e il suo omaggio alla dama, di cui si proclama umile servitore, senza pretendere nulla in cambio. Esprime il suo desiderio, spesso fortemente sensuale, ma anche il tormento di non poter ottenere il suo fine, perché la fedeltà della donna al marito è incrollabile. Indipendentemente dall’insoddisfazione del desiderio e dalla sofferenza che ne scaturisce, dall’amore deriva ugualmente un senso di felicità e pienezza, tema ricorrente nei trovatori, che si colloca generalmente sullo sfondo del rinascere rigoglioso della natura a primavera.
L’amore è proclamato fonte di ogni bontà, bellezza, gentilezza d’animo. Poiché si tratta di un amore adultero, vi è però sempre il timore che i “malparlieri” possano diffondere maligne indiscrezioni, attentando all’onore di madonna. Per questo il suo nome nella poesia non viene mai menzionato. Essa viene indicata attraverso un soprannome fittizio (senhal). Se la tematica amorosa è dominante, ed è quella che ha assicurato alla poesia provenzale la sua grandissima fama e la sua diffusione, essa non è però esclusiva. I trovatori toccano anche altri temi, politici, guerreschi, morali, satirici. Bertran de Born ad esempio canta la guerra, Guiraut de Bornelh temi morali. Ciò testimonia il profondo legame di questi poeti con la realtà storico-sociale.
I generi e gli stili della poesia provenzale
Il genere per eccellenza della lirica provenzale è la grande canzone d’amore, dal complesso schema metrico. Ancora più elaborata è la sestina, un vero tour de force metrico, poiché nei sei versi di ogni strofa tornano in rima sempre le stesse parole, in vario ordine (è una forma che verrà ancora ripresa da Dante e Petrarca). Altri generi di componimenti sono il sirventese (sirventes), lunga canzone di argomento morale, politico o polemico, collegata ad un fatto esterno e contemporaneo. Poi il compianto (planh), che è un sirventese dedicato a piangere la morte di un personaggio importante. La tenzone (tenso), una discussione in versi tra due o più poeti, in genere su un problema amoroso. La pastorella (pastourelle), in cui un cavaliere cerca di piegare all’amore una fanciulla di campagna, ma per lo più viene respinto. L’alba (aube), un lamento dell’amante o della donna, che si dolgono che il sorgere del sole li costringa a separarsi. Il plazer (piacere), che è un’enumerazione di cose piacevoli, il suo contrario, l’enueg (noia), elenco di cose sgradevoli.
All’interno della produzione trobadorica si delineano anche diverse tendenze di stile. Soprattutto il trobar clus (poetare chiuso), di cui l’esponente più significativo è Arnaut Daniel, che consiste in uno stile elaboratissimo, artificioso ed oscuro. Ed il trobar leu (poetare dolce, piano), di cui esponente principale è Bernart de Ventadorn, che è più limpido e aggraziato.
L’eredità della civiltà provenzale

All’inizio del secolo XIII la splendida civiltà cortese di Provenza subì una vera catastrofe politica. Il papa Innocenzo III, con l’appoggio del re di Francia, sotto il pretesto di una crociata contro la setta eretica degli Albigesi, o Catari, diffusa in Provenza, scatenò una vera e propria guerra, che distrusse la ricchezza e la potenza dei grandi signori meridionali. Le corti feudali perdettero la loro autonomia e la regione passò sotto il dominio della corona francese. La cultura dei trovatori declinò e si estinse, la stessa lingua d’oc perse a poco a poco il suo carattere di lingua letteraria illustre. Con l’affermarsi prepotente del francese come lingua nazionale, si ridusse al livello di dialetto locale. Ma l’eredità della civiltà provenzale sopravvisse altrove. Già le concezioni cortesi si erano diffuse nelle corti del Nord, grazie soprattutto a Maria di Champagne. I temi della cortesia e dell’amor cortese passarono così nel romanzo cavalleresco, come si è già visto. Nelle corti settentrionali si sviluppò poi una poesia lirica in lingua d’oïl affine a quella trobadorica, grazie ai trouvères (trovieri), che erano l’equivalente dei trovatori in lingua d’oc. I trovatori stessi, dopo la crociata degli Albigesi, si dispersero in paesi vicini, come la Spagna e l’Italia.
Presso le corti o nelle città italiane sono attestati la presenza o il passaggio di una cinquantina di poeti. Raimbaut de Vaqueiras, ad esempio, ci ha lasciato un componimento, sul genere della pastorella, in cui un trovatore cerca di sedurre una donna di Genova. In esso si alternano strofe in lingua d’oc e strofe in dialetto genovese. Il componimento, che si colloca tra fine del XII secolo e inizio del XIII, è di grande importanza storica, perché è il primo testo in cui un volgare italiano è usato per un’espressione letteraria di livello “alto”. Un altro trovatore, Uc di Saint Circ diffuse la conoscenza della poesia provenzale, scrivendo numerose biografie di trovatori, le vidas, e commenti (razos) alle loro poesie. Ma i trovatori si spinsero sino al Sud: Guglielmo di Figueira, ad esempio, fu alla corte dell’imperatore Federico II e scrisse per lui versi politici di polemica antipapale.
Gli imitatori italiani
Questi contatti stimolarono la comparsa di imitatori locali dei poeti provenzali. Ai primi del Duecento, nell’Italia del nord, alcuni poeti riprendono temi e forme della poesia trobadorica utilizzando la stessa lingua d’oc come Sordello da Goito, Lanfranco Cigala, Percivalle Doria a Genova. Ma in altre zone, altri poeti si collegano al modello provenzale ricorrendo al loro idioma locale. Alla corte di Federico II, in Sicilia, tra il 1230 e il 1250, sorge la scuola siciliana, la prima manifestazione letteraria di livello “alto” in territorio italiano, che dà inizio a una grande tradizione.
Dissoltasi la scuola siciliana dopo la morte di Federico II nel 1250, la sua eredità è raccolta da poeti bolognesi come Guido Guinizzelli o toscano come Guittone d’Arezzo e i cosidetti “stilnovisti”. E’ una tradizione letteraria che porta sino a Dante.





