Il panorama culturale europeo tra l’XI e il XIII secolo

cultura tra l’XI e il XIII secolo

A partire dall’XI e dal XII secolo si assiste in Europa a una diffusione della cultura e a una ridefinizione del sapere secondo nuove direttive, in correlazione con i contemporanei sviluppi sociali ed economici incentrati soprattutto sulle città e sulla rapida ascesa dei ceti mercantili. Uno dei fenomeni di maggior rilievo di questo periodo di rinascita culturale fu l’acquisizione della dignità di lingua scritta e letteraria delle parlate romanze, che si erano sviluppate dalla lenta evoluzione del latino.

Le lingue romanze

lingue romanze
AI

Dal IX e sino a tutto il X secolo nella cosiddetta Romania (l’insieme dei territori che erano stati sottoposti all’impero romano e dove più forte era stata l’influenza linguistica e culturale latina) è possibile rintracciare alcune testimonianze delle lingue romanze (parlate da singole o gruppi di frasi) all’interno di documenti giudiziari, religiosi ed ecclesiastici, che erano state inserite con lo scopo di rendere comprensibile a tutti il documento, o una parte di esso. È il caso, ad esempio, del giuramento prestato a Strasburgo nell’842 da nipoti di Carlo Magno, Carlo il Calvo e Ludovico il Germanico. Altro esempio è il Placito Capuano, un atto giuridico del 960, nel quale per la prima volta si riportava la testimonianza di un contadino in «volgare» anziché essere tradotta in latino.

Queste inserzioni testimoniano anche che le divergenze esistenti tra le parlate locali e il latino, ormai capito da poche persone, erano sempre maggiori. Per il X secolo si ha testimonianza di testi agiografici (ossia narrazioni di vite di santi) in volgare. Ma è dalla seconda metà del secolo successivo, e in particolare nel XII secolo, che si ha una vasta diffusione di testi in volgare. Essi erano per lo più collegati ai fortunati filoni della poesia cortese (la raffinata letteratura d’amore fiorita soprattutto in Provenza) e delle «canzoni di gesta» (composizioni in rima prodotte soprattutto in Francia fra l’XI e il XIV secolo, che narravano le gesta gloriose dei cavalieri).

L’evoluzione delle lingue germaniche

Nelle regioni europee dove la presenza romana e l’influenza della cultura e della lingua latine erano state minori, si assiste invece a una precoce apparizione di testi scritti nelle parlate volgari. La prima attestazione scritta si una lingua germanica si ha nel V secolo con la traduzione della Bibbia di vescovo visigoto Ulfila. Ma il pieno affermarsi di una poesia e di una letteratura in volgare germanico avvenne in sostanziale contemporaneità con gli sviluppi delle lingue romanze, ossia verso i secoli XI-XII secoli. Per tutto l’alto Medioevo. mentre le parlate locali si andavano sempre più differenziando dal latino, questo era rimasto l’unica lingua scritta. L’accesso al sapere era appannaggio solo dell’élite culturale dei chierici.

Successivamente, anche con l’affermarsi dei volgari, il latino mantenne il suo predominio. così come, esso continuò a essere la lingua ufficiale della Chiesa, della burocrazie e dell’amministrazione del governo. Il volgare entrò nel mondo della parola scritta attraverso quei generi diretti a un pubblico più vasto.

Le canzoni di gesta e la poesia cortese

Le canzoni di gesta e la poesia cortese
AI

I componimenti in lingua volgare non si rivolgevano a un pubblico popolare ma aristocratico. E’ ciò che emerge dall’analisi  delle canzoni di gesta e della letteratura cortese e dai valori a cui queste opere fanno riferimento. Il primo fiorire dei componimenti letterari in volgare fu in Francia, dove i rapporti e i valori vassallatici avevano trovato maggiore diffusione. Qui si affermarono due parlate. A nord la lingua d’oil e a sud la lingua d’oc o provenzale. Oc e oil significano “sì” nelle due lingue. Fu soprattutto la lingua d’oc che scrissero i trobadori a cavallo tra il Cento e il Duecento. Per un certo periodo la lingua provenzale divenne una lingua internzionale. Poi con la crescita della monarchia dei Capetingi e il declino della Provenza prese il predominio la lingua d’oil.

In Italia, molti autori scrissero in lingua d’oc prima e d’oil poi. Il Trèsor di Brunetto Latini (1220-95 circa) e il Livre de Messer Marco Polo citoyen de Venise, più noto come Il Milione, che Rustichello da Pisa scrisse sotto dettatura di Marco Polo sono gli esempi più famosi. La comparsa di una letteratura in volgare italiano si ebbe sul finire del primo quarto del XIII secolo con il Cantico delle Creature di Francesco d’Assisi e la contemporanea attività dei rimatori siciliani presso la corte di Federico II.

La diffusione della scrittura in Italia

Tra il XII e il XIII secolo, in Italia come in tutta Europa, la cultura fu percorsa da nuovi fermenti, si aprì a tematiche inedite, vide l’apparire di nuovi protagonisti. È indubbiamente vero che questi sviluppi sono da ricondurre alla diffusione dell’alfabetizzazione, e al parallelo apparire di una letteratura in volgare, ma non di meno il fenomeno deve essere visto anche nell’ottica della concomitante evoluzione della produzione in lingua latina. Il latino restò, lo si è già detto, la lingua dell’alta cultura. Ma sarebbe errato pensare a una rigida suddivisione tra l’uso del latino, limitato ai contenuti più nobili e poderosi, e quello del volgare, impiegato per occorrenze pratiche o quotidiane.

In realtà, la lingua latina non era stata confinata ai territori della speculazione filosofico-teologica o scientifica e giuridica, ma venne utilizzata anche per trattare nuove tematiche con accenti simili per molti versi a quelli degli scritti in volgare. È questo il caso ad esempio di componimenti goliardici degli studenti universitari. Nel corso del XII secolo, inoltre, si assiste al fiorire di uno storiografia e di una poesia epico-storica in lingua latina. Si pensi al Liber Maiolichinus («Sulla conquista di Maiorca») e il De destructione Mediolani («Sulla distruzione di Milano»), opere dedicate alla conquista pisana delle Baleari e alla lotta dei comuni italiani contro il Barbarossa.

Notai e mercanti

Notai e mercanti
AI

La nuova dignità del volgare favorì l’accesso alla scrittura a una figura nuova, estranea alla cultura medievale. Si tratta del laico che non si limitava a scrivere per gli obblighi della sua professione, ma scriveva anche per proprio diletto, dando luogo a una serie di testimonianze in volgare. Protagonisti di questo fiorire di scritti furono due tra le figure di maggior spicco nel panorama cittadino dell’Italia due-trecentesca: i notai e i mercanti. L’attività dei primi si situava al confine tra l’uso del latino e quello del volgare. Essi, infatti, redigevano gli atti in base a quanto i contraenti narravano loro in volgare e spesso traducevano in volgare i documenti a uso di chi non conosceva il latino. Per quanto riguarda i mercanti, la necessità di tenere contatti con i mercati lontani e di conservare nota delle merci li costringeva a ricorrere alla scrittura in volgare.

Tanto gli uni quanto gli altri tendevano inoltre ad annotare i fatti di un certo rilievo accaduti all’interno della loro famiglia o nella loro città. Nacquero così i libri di ricordanze, destinati a non uscire dalla cerchia dei familiari, degli amici, e a cui dovevano ricordare l’importanza e le vicende del casato e le numerose cronache cittadine. Parallelamente si sviluppò una storiografia laica, intenta a celebrare le glorie della città, non solo attraverso i suoi santi e le chiese, ma anche per i suoi successi militari ed economici. Ad esempio la
Cronica fiorentina di Giovanni Villani o quella di Dino Compagni.

Dalle scuole monastiche alla cultura dei mercanti

Nel corso dell’XI, e ancor più nel corso del XII secolo, divenne sempre più evidente l’inadeguatezza, rispetto alle esigenze di una società in rapida evoluzione, del sistema scolastico ereditato dall’alto Medioevo. Esso era basato sulle scuole sorte nei monasteri, che erano spessi troppo lontani e isolati dai centri della vita cittadina. Questo sistema entrò in crisi, mentre nei centri urbani nacquero e si svilupparono istituzioni preposte alla trasmissione del sapere. Il recupero da parte delle città di un ruolo di primo piano nel campo dell’insegnamento e della formazione delle élite culturali fu un fatto di estrema importanza.

L’istruzione di base

Nel campo dell’istruzione di base la necessità di un sapere più attento agli aspetti pratici fu particolarmente sentita dai mercanti. Per riuscire negli affari essi dovevano saper scrivere, far di conto e sapere le lingue straniere, oltre a conoscere le norme giuridiche che regolavano i commerci. Erano necessità che difficilmente potevano essere soddisfatte dall’insegnamento nelle chiese parrocchiali o vescovili. Queste istituzioni erano teoricamente aperte a tutti ma, di fatto, frequentate solo da ecclesiastici.

Tali necessità trovarono finalmente risposta in opere come il Liber Abaci (Il libro dell’abaco) del pisano Leonardo Fibonacci (1170-1230). Si trattava di un manuale di matematica dove, oltre alla parte di teoria generale, presentava soluzioni relative a problemi pratici di compravendita, calcolo di interessi e misurazioni degli appezzamenti di terra. Fibonacci introdusse in occidente la numerazione araba che con il tempo sarebbe stata adottata dai mercanti perché più facile da utilizzare nella registrazione contabile.

Le scuole private

prime scuole medievali
AI

Lo studio dei libri d’abaco divenne uno dei cardini del sistema scolastico di base che, a partire dal XII secolo si andò formando nelle città mercantili del nord Italia, della Francia e delle Fiandre. Dapprima nacquero delle scuole private per iniziativa personale dei maestri, i quali erano spesso anche chierici e si facevano pagare dalle famiglie degli allievi. Ma in queste scuole, a parte lo studio della matematica e di qualche nozione giuridica, l’insegnamento non si differenziò molto da quello delle istituzioni scolastiche precedenti. Di conseguenza, restò sempre fondamentale, per la formazione dei mercanti, il periodo di apprendistato presso altri mercanti o presso le scuole delle Arti, che conobbero anche esse una grande diffusione. In questi secoli si ebbe un forte sviluppo della scolarizzazione.

Il comune e le scuole

Era, dunque, ormai mutato il ruolo delle scuole, che non doveva più preparare chierici ma offrire una formazione di base ai laici. Cambiò anche la posizione giuridica della scuola. Sfuggì al controllo della Chiesa per passare a quello del comune. In alcuni casi furono i comuni stessi a favorire la nascita di scuole scegliendo e stipendiando gli insegnanti, indirizzandone allo stesso tempo l’operato.

Pertanto, il comune  sceglieva i libri di testo e stabiliva gli argomenti da trattare a lezione. Gli insegnanti divennero dei veri dipendenti del comune. L’insegnamento non si limitò più solo alla trasmissione del sapere ma anche a formare i buoni cittadini e a diffondere i principi dell’ordinato vivere.

Le scuole cattedrali

Nel campo dell’istruzione superiore esistevano nelle città le scuole cattedrali, così chiamate perché costituite presso le sedi vescovili. Esse si erano moltiplicate dalla fine del X secolo e, fino al sorgere delle università, furono il fulcro dell’istruzione superiore occidentale. Ebbero particolare diffusione nella Francia del nord (Chartres, Reims, Parigi). Nonostante il controllo vescovile, le scuole cattedrali erano organizzate in modo approssimativo: mancava una regolamentazione chiara e non erano previsti esami.

La nascita delle università

nascita delle università

Nel corso del XII secolo l’aumento di coloro che richiedevano un’istruzione superiore rese sempre più urgente la necessità di una più ampia e ricca articolazione delle istituzioni scolastiche. Inoltre, nuove forme di sapere e conoscenza, sotto forma di testi di matematica, filosofia e medicina arrivati dall’oriente, assieme agli sviluppi  del pensiero e alla riscoperta del diritto romano, sollecitavano l’adattamento del vecchio sistema di insegnamento alle nuove esigenze moderne.

Le universitates e la facoltà delle Arti

Fu in questo clima che, nell’ambito delle scuole cattedrali, si iniziarono a formare spontaneamente delle associazioni di studenti o maestri. Esse erano dette all’inizio societates poi, quando si diedero un’articolazione, universitates. Da un lato, esse miravano a una migliore organizzazione degli studi, stabilendo un programma di corsi e di esami; dall’altro miravano a ottenere il riconoscimento da parte dell’autorità civile o ecclesiastica della loro autonomia e dei loro privilegi. Dunque, inizialmente le università furono associazioni private, al pari delle corporazioni. Assieme a esse, nacque la figura dell’intellettuale, il quale prende coscienza del proprio ruolo e della propria importanza all’interno della società.

La nascita delle università significò anche il venir meno del monopolio ecclesiastico sulla cultura, anche se la Chiesa continuò a esercitare un certo controllo. Nel Duecento le università apparivano già con una organizzazione delineata, per quanto estremamente variabile da una sede all’altra. Alcune caratteristiche erano però comuni: la facoltà delle Arti era presente in ogni università, durava sei anni e vi si accedeva introno ai 13 anni. Materie di studio erano le arti liberali, suddivise in trivio (grammatica, retorica, dialettica) e quadrivio (aritmetica, geometria, musica e astronomia). La facoltà delle Arti aveva una funzione introduttiva alle quattro facoltà maggiori: diritto civile, diritto canonico, medicina, teologia.

I curriculum di studi e nuove forme di insegnamento

trivio e quadrivio
AI

Non erano generalmente previsti esami ma solo prove finali. A Parigi, secondo un modello che conobbe ampia diffusione, lo studente che intraprendeva la facoltà delle Arti, giungeva dopo circa sei anni, a un esame per ottenere il titolo di Baccelliere. Dopo altri due anni, lo studente diventava licentiatus, ultimo passo prima del titolo di Maestro in Arti o Dottore e della licenza di insegnare che riceveva dopo una discussione pubblica su temi stabiliti da una commissione di maestri. L’acquisizione di ogni titolo era accompagnata dalla consegna di oggetti simbolici (come la toga). Per la lunga durata degli studi e per i costi, pochi erano gli studenti che giungeva al titolo di Maestro o Dottore in una delle facoltà maggiori. La maggior parte si fermava a uno dei titoli della facoltà delle Arti.

Nelle università, gran parte dell’insegnamento era basato sulla lectio, ossia sulla lettura e sul commento, eseguito dal maestro, di un testo di una auctoritas. Tuttavia, le nuove esigenze culturali e sociali favorirono lo sviluppo dell’insegnamento in forme più articolate in cui il testo era solo un punto di partenza per nuove riflessioni. Ebbero così larga diffusione la quaestio (lezione del maestro su un dato argomento) e la disputatio (discussione tra maestri o tra maestro e allievi).

La diffusione della produzione libraria

Rispetto alle età precedenti, nel XII secolo si ebbe un notevole incremento della lettura e della scrittura. Scrivevano i notai, i mercanti, gli studenti. Parallelamente, aumentò la richiesta di codici, i libri manoscritti. Questa nuova e forte domanda portò al superamento dei vecchi sistemi di produzione dei codici negli scriptoria, i centri di trascrizione degli enti ecclesiastici. Ora c’era bisogno di una produzione più veloce a un costo poco elevato, accessibile anche agli studenti.

Si sviluppò così il sistema dei fascicoli (peciae). Una commissione di insegnanti approvava un exemplar, ossia il testo di un’opera considerato come quello maggiormente corretto, e a cui i maestri e gli studenti dovevano fare riferimento. L’exemplar veniva poi suddiviso in fascicoli affidati a più copisti. In questo modo, più persone erano contemporaneamente al lavoro sullo stesso volume, abbassando di molto i tempi di produzione.

La diffusione della carta e la scrittura gotica

diffusione della carta e la scrittura gotica
AI

L’aumento della produzione libraria e la diffusione della scrittura devono essere messe in stretta relazione con alcune importanti innovazioni dell’epoca. La diffusione della carta, prima di importazione araba e poi dalla metà del Duecento di fabbricazione italiana, abbassò i prezzi di produzione dei codici. Solo le edizioni di lusso continuarono a usare la pergamena. Si modificò anche la scrittura. L’elegante e chiara scrittura detta carolina fu sostituita da un’altra più veloce e agile. Ma anche di meno chiara lettura e che gli umanisti chiamarono in modo dispregiativo “gotica“, cioè barbarica.

Leggi ancheCos’è l’umanesimo italiano e perché ha cambiato la cultura europea

Il sapere universitario: medicina, teologia e diritto romano

Tra l’XI e il XIII secolo vari centri di insegnamento superiore come Salerno, Parigi e Bologna raggiunsero un grande prestigio. Salerno fu sede fin dal X secolo della principale scuola medica dell’occidente. Divenne effettivamente università solo nel 1231 per volere di Federico II, anche se il suo declino era intanto iniziato da tempo. In occidente la medicina era considerata una disciplina da apprendere sui libri e non attraverso l’osservazione e lo studio del corpo umano. Le prime testimonianze di uno studio diretto dell’anatomia, probabilmente tramite dissezioni, si hanno a Salerno verso la metà del XIII secolo. Nelle Costituzioni Melfitane del 1231, Federico II lo proscriveva per  gli studenti di medicina.

La tendenza a ricorrere ai dati derivati dall’osservazione e dall’esperienza, svincolandosi almeno in parte dallo studio sui libri, fu uno dei tratti distintivi della cultura dei secoli dall’XI al XIII secolo e dello sviluppo delle scienze naturali. L’opera di Roberto di Lincoln detto Grossatesta e di Ruggero Bacone (1214-1292) contribuirono allo sviluppo della metodologia scientifica basato sull’analisi concreta dei fenomeni. A Parigi operarono alcuni tra i principali teologi e filosofi del Medioevo.

La riscoperta di Aristotele e la Scolastica

riscoperta di Aristotele e la Scolastica
AI

A partire dalla metà del XII secolo i contatti con la civiltà araba avevano permesso l’arrivo in occidente e la traduzione in latino degli scritti del grande filosofo greco Aristotele e dei relativi commenti dei filosofi arabi Avicenna (980-1037) e Avveroè (1126-98). Per molti aspetti fu un fatto rivoluzionario. I filosofi e gli studiosi della Scolastica (la cultura nata nell’ambiente delle scuole e delle università) avvertirono immediatamente la forza del pensiero aristotelico e la sua rispondenza alle nuove esigenze della cultura. Tramite l’opera del filosofo greco si offriva all’occidente una sintesi dei vari campi del sapere da tempo andata perduta. E furono evidenti anche i punti di contrasto tra la filosofia aristotelica e la dottrina cristiana.

Così mentre gli ambienti più tradizionalisti condannavano e vietavano lo studio di Aristotele, si fece sempre più urgente l’esigenza di una sintesi tra il pensiero cristiano e quello del filosofo greco. In questo svolsero un’opera fondamentale due teologi dominicani che operarono a Parigi: Alberto Magno (1205-80) e, soprattutto, Tommaso d’Aquino (1225-74). Quest’ultimo, nella Summa Theologica, giunse alla definizione della teologia come una scienza che parte dai dati forniti dalla fede per muoversi poi secondo principi razionali e sviluppi logici.

Leggi ancheMedioevo: mentalità e visioni del mondo

La ripresa dello studio del diritto

Durante l’alto Medioevo la cultura giuridica romana era stata in gran parte dimenticata. E così pure il Corpus iuris civilis, composto nel VI secolo per volere dell’imperatore Giustiniano. Il risveglio degli studi giuridici avvenne alla fine dell’XI secolo a Bologna, grazie all’attività di alcuni maestri, soprattutto Irnerio (1060-1130), che iniziarono a studiare proprio il Corpus iuris civilis e a commentarlo a lezione. Si posero così le basi di una scuola destinata a divenire in breve tempo di fama europea. Il diritto romano si proponeva come legge comune per tutta la cristianità, come una possibile struttura di base a cui potevano far riferimento i diritti particolari delle varie realtà politiche. Inoltre, rispondeva a esigenze pratiche, fornendo risposte alle grandi questioni politiche del tempo, come il rapporto tra papato e impero o al problema della posizione dei comuni italiani.

In questa direzione si spinsero i giuristi bolognesi. Il loro strumento fu la glossa, il commento critico alle norme dei testi giustinianei riportato nello spazio a margine dei manoscritti. Irnerio e i suoi seguaci svolsero soprattutto un lavoro di interpretazione e dei adattamento della dottrina giuridica romana alla nuova realtà sociale e politica. La scuola dei glossatori fu seguita, all’inizio del XIV secolo, da quella dei commentatori per l’utilizzo, al posto della glossa, del commento. Si trattava di una trattazione più sistematica d una norma o di un principio giuridico. In Italia, personalità di spicco furono Cino da Pistoia e Baldo degli Ubaldi.

Il ceto dei giuristi nell’Italia centro-settentrionale

ceto dei giuristi nell'Italia centro-settentrionale

A Bologna e in tutte le città dell’Italia centro-settentrionale, i giuristi formarono un ceto di grande importanza e prestigio. Alla fine del XII secolo molti comuni promossero la redazione di statuti comunali che raccoglievano in un unico testo le consuetudini e le norme che disciplinavano la vita nel centro urbano. L’opposizione dei doctores delle università agli statuti fu inizialmente molto forte, in quanto espressione di un potere a cui non era riconosciuta la capacità di legiferare. Ma non solo. Erano anche norme che, a differenza della stabilità del diritto romano, cambiavano a seconda del momento politico e della parte che prendeva il sopravvento. Con il tempo, i doctores cessarono di opporsi agli statuti, fino a riconoscere la facoltà dei comuni di poter legiferare.

Università e autorità cittadine

L’importanza assunta dalle università face sì che le autorità cittadine guardassero a esse con crescente attenzione. I poteri pubblici tentarono dapprima di controllarle e di controllare la presenza degli studenti. Maestri e studenti, di fronte a una legislazione considerata per loro iniqua, rispondevano con la cessazione dell’attività didattica o con la minaccia di trasferirsi altrove. Cosa che per la città ospitante significava perdita di prestigio e di introiti.

In Italia, le autorità cittadine tentarono di assorbire le università all’interno del loro ordinamento. La stessa proliferazione dei centri universitari nel Duecento fu in parte determinata dall’aspirazione dei diversi comuni che vedevano la presenza di un’università una potente arma di prestigio e di politica. Ma questi tentativi da parte dei comuni si dovettero scontrare con la volontà di autonomia delle corporazioni dei maestri e degli studenti e con l’appoggio che a questi prestarono il papato, l’impero e i singoli sovrani.

I rapporti delle università con il papato e l’impero

I rapporti delle università con il papato, l’impero e i diversi sovrani furono carichi di conseguenze. Le università ricevettero spesso aiuto sotto forma  di privilegi e sostegno poiché esse erano il luogo dove si formavano le élite intellettuali, i dottori di diritto civile e canonico che avrebbero occupato posti di rilievo nella gerarchia ecclesiastica. Fu la volontà di controllare direttamente queste élite e di contrastare il predominio delle università guelfe del nord Italia a spingere Federico II a fondare l’università di Napoli nel 1224 e a riformare la scuola medica di Salerno. L’università di Napoli, dunque, non nacque per spontanea associazione di studenti e maestri ma per iniziativa imperiale. Federico II tentò di attirare studenti con privilegi economici e con la promessa di una rapida carriera nella burocrazia del regno. Il tentativo tuttavia fallì e ci volle più tempo affinché questa università si affermasse pienamente.

Il controllo delle università era una esigenza ormai chiaramente avvertita dai signori e dai sovrani ma ancor più dalla autorità ecclesiastica. Consapevole dell’importanza di una formazione scolastica per i chierici, il papato fondò una nuova università a Tolosa nel 1229. Questa era la città dove più forte era la presenza dell’eresia catara. Negli anni successivi, tanto a Bologna quanto a Parigi, il papato si inserì tra università e autorità cittadine. Riconobbe privilegi a studenti e professori, assumendo allo stesso tempo un certo controllo degli studia.

L’intervento dell’impero e del papato ebbe anche un’altra conseguenza. Alle università da loro direttamente create venne riconosciuta la qualifica di studium generale e il privilegio di concedere una licenza che abilitava all’insegnamento in qualunque università, senza bisogno di ulteriori esami.

Gli sviluppi delle università tra Tre e Quattrocento

A partire dalla metà del Duecento si assistette a una diffusione delle università. In questa fase, esse non nascevano più per la spontanea associazione di maestri e studenti ma per iniziativa di un’autorità superiore. E mentre nell’Europa occidentale i nuovi istituti sorsero sotto l’egida papale, nell’area slava e germanica l’impulso, in netto ritardo, venne per iniziativa imperiale. La prima fondazione fu quella dell’università di Praga nel 1348 a opera dell’imperatore Carlo IV.

Nel corso del Trecento, e soprattutto nel Quattrocento, le università avvertirono sempre più l’influenza dei pubblici poteri. Gli studenti provenivano ormai da un ambito regionale e non più internazionale, poiché i vari Stati, nel tentativo di controllare la formazione delle proprie élite, avevano vietato di recarsi all’estero per studiare. I maestri erano di fatto scelti per la loro fedeltà e non per il prestigio professionale.

Torna in alto