Lungo i vicoli stretti del centro storico di Genova, dove i palazzi si innalzano come quinte teatrali e la città sembra raccontare ogni giorno nuove storie a chi sa ascoltare, esiste un luogo che conserva una memoria insolita. Si tratta della colonna infame di Vachero, un monumento che, più di molti altri, testimonia come la storia di una città non sia fatta soltanto di trionfi e splendori, ma anche di tradimenti e cospirazioni. Questo monumento, collocato oggi in Piazza Vacchero, ricorda una delle pagine del Seicento genovese, quando la Repubblica, minacciata da potenze straniere e da tensioni interne, reagiva con fermezza a qualunque tentativo di rovesciare l’ordine politico costituito.
La colonna infame di Vachero
Ripercorrere la storia della colonna infame di Vachero significa tornare indietro nel tempo, in un’epoca in cui Genova era una repubblica oligarchica, gelosa della propria autonomia, sospettosa verso le potenze vicine e decisa a difendere con ogni mezzo la propria stabilità. Significa anche scoprire la figura ambigua di Giulio Cesare Vachero, un uomo che nacque in un ambiente privilegiato, che beneficiò della ricchezza familiare, ma che cercò comunque di oltrepassare i confini imposti dalle rigide gerarchie sociali della città, fino a diventarne uno dei più celebri traditori.
La congiura di Giulio Cesare Vachero e il clima politico del Seicento
Per comprendere appieno la vicenda è necessario inquadrare il contesto storico in cui la colonna infame di Vachero venne eretta. Nel primo Seicento la Repubblica di Genova era uno stato potente, arricchito dai traffici marittimi e dai rapporti con la Spagna. Nonostante la prosperità economica, la struttura politica era estremamente rigida. Il potere era saldamente nelle mani delle famiglie nobili iscritte nel Liber Civitatis, che custodivano gelosamente il controllo della vita politica. Chi, come Vachero, apparteneva a famiglie non nobili ma benestanti, poteva godere di privilegi e ricchezze, ma non avrebbe mai avuto accesso ai ruoli decisionali della Repubblica.
È in questo clima che maturò il malcontento di Giulio Cesare Vachero. Ambizioso, intelligente e abile nei rapporti, egli iniziò a tessere relazioni pericolose con agenti sabaudi legati al duca Carlo Emanuele I di Savoia, che da tempo covava la speranza di estendere la propria influenza su Genova. Il duca vide in Vachero l’occasione perfetta per tentare un colpo di stato dall’interno, con l’obiettivo di trasformare Genova in un territorio satellitare dei Savoia. La congiura prese forma in un clima di segretezza, alimentato da riunioni notturne, scambi di messaggi cifrati e promesse di cariche future.
Il piano prevedeva di rovesciare la Repubblica con un’azione violenta coordinata con le truppe sabaude che avrebbero invaso la città. Tuttavia, la congiura fu scoperta prima che potesse essere attuata. La sera del 31 marzo 1628, grazie alla delazione di uno dei cospiratori, Vachero fu arrestato insieme ai suoi complici. La Repubblica non ebbe alcuna esitazione nel trattarlo spietatamente. Dopo un processo rapido e inflessibile, Giulio Cesare Vachero venne condannato a morte. Il 31 maggio 1628 fu decapitato pubblicamente, i suoi beni furono confiscati e la sua famiglia bandita dal territorio genovese. A completare l’opera punitiva, la sua casa venne distrutta e al suo posto fu eretta la colonna infame di Vachero, un monito eterno rivolto a chiunque avesse pensato di attentare alla libertà dello Stato.
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Uno strumento di memoria e punizione

La colonna innalzata dove un tempo sorgeva la casa del cospiratore non fu un gesto casuale. Nelle repubbliche del passato la punizione non si fermava all’individuo, ma spesso si estendeva simbolicamente ai luoghi, ai discendenti e alla memoria stessa del colpevole. La colonna, composta da un fusto semplice ma imponente, porta incisa un’iscrizione in latino. Le parole scolpite non lasciano spazio all’ambiguità: l’uomo viene definito scellerato, traditore, reo di aver cospirato contro la Repubblica. Vengono elencate le punizioni subite, quasi a voler ribadire pubblicamente che nessuna ribellione sarebbe stata tollerata.
“A memoria dell’infame Giulio Cesare Vachero, uomo scelleratissimo, il quale avendo cospirato contro la Repubblica… mozzatogli il capo, confiscatigli i beni, banditigli i figli, demolitagli la casa, espiò le pene dovute. Anno del Signore 1628.”
La vicina Porta dei Vacca prende il nome da una certa famiglia Vacca, che all’epoca si chiamava Vecchero, ma che cambiò nome per non essere associata ai Vachero tristemente noti.
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Via del Campo, la piazza e i luoghi che circondano il monumento

La colonna infame di Vachero si trova in Piazza Vacchero, un piccolo spazio incastonato tra le vie del quartiere Prè, nel centro storico di Genova, a due passi da Via del Campo, resa celebre anche dalla musica di Fabrizio De André. Qui la colonna appare oggi parzialmente schermata da una fontana costruita nel Seicento dai discendenti di Vachero, che chiesero l’autorizzazione a erigere un’opera in grado di attenuare la visibilità del monumento infamante. Secondo la tradizione, questo gesto fu un tentativo quasi simbolico di mitigare l’onta subita dalla famiglia. La fontana, pur non cancellando la presenza della colonna, introduce una dialettica interessante tra punizione e memoria, tra volontà pubblica di stigmatizzare e desiderio privato di proteggere l’onore familiare.
Nei dintorni della piazza sorgono palazzi medievali, chiese antiche e vicoli ricchi di storia. Una breve passeggiata conduce alla Cattedrale di San Lorenzo, con la sua facciata a fasce bianche e nere; poco distante si trova il Porto Antico, completamente trasformato negli ultimi decenni. L’intera zona offre un itinerario perfetto per chi desidera immergersi nei contrasti genovesi, dove architettura nobile e vita popolare convivono a pochi metri di distanza.
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