Alla fine del Medioevo l’Europa conobbe forme diverse di evoluzione politica. A occidente, dove già nei secoli XII-XIII si erano affermate forte monarchie feudali, si assistette a un ulteriore sviluppo delle istituzioni monarchiche. Ciò fu particolarmente evidente in Francia e in Inghilterra, due paesi le cui vicende erano strettamente intrecciate da antichi legami tra le dinastie regnanti. Legami che diedero occasione a un lunghissimo conflitto conosciuto come la Guerra dei Cent’anni.
La Francia di Filippo il Bello
Il rafforzamento della monarchia francese proseguì, secondo le linee guide già tracciate da Luigi IX, con Filippo IV detto il Bello (1285-1314). Egli si scontrò con le pozioni teocratiche della curia romana e in particolare con papa Bonifacio VIII (1294-1303). Il conflitto con il papato nacque dai ripetuti tentativi di Filippo di imporre agli enti ecclesiastici il proprio controllo in materia di giurisdizione e fiscalità. Ma ciò non era che il risvolto di una politica di potenziamento statale che non riconosceva autorità superiori. Lo scontro terminò con il successo di Filippo, sancito nel 1305 dall’elezione del papa francese Clemente V e dal trasferimento della sede pontificia ad Avignone (1309). I nuovi rapporti con il papato facilitarono la soppressione dell’Ordine dei templari nel 1312. La corona francese incamerò gran parte dei loro beni.
Sul piano dell’organizzazione dello stato si realizzò un notevole rafforzamento delle finanze grazie all’aumento delle imposizioni, l’emancipazione a pagamento dei contadini e confische dei beni a danno di nobili e clero. Furono rafforzati anche gli apparati amministrativi periferici con le figure del balivo e del siniscalco e aumentati gli officiali regi. Durante lo scontro con il papato si ebbe anche la prima convocazione degli stati generali (1302), un organismo destinato ad acquistare un peso crescente durante la Guerra dei Cent’Anni, anche se non riuscì a mantenere un ruolo politico stabile e continuo.
Monarchia e Parlamento in Inghilterra

Una simile tendenza verso forme statali sviluppate e complesse si manifestò in Inghilterra, dove però l’esito fu quello di un maggiore equilibrio tra il potere della corona e le altre forze del regno. In ciò risultò fondamentale il ruolo assunto dal Parlamento che ebbe autorità e potere spesso sufficienti a condizionare la corona. Il sistema parlamentare si era rafforzato tra la fine del Duecento e i primi decenni del Trecento, soprattutto durante il regno di Edoardo III (1327-77) in virtù di convocazioni sempre più frequenti e il riconoscimento della sua autonomia. Intorno al 1340 si venne definendo l’articolazione del Parlamento in due camere: quella dei pari o lords (grandi nobili e alti prelati, convocati personalmente) e quella dei comuni (formata dai rappresentanti della nobiltà minore, del basso clero e delle città).
Le decisioni del Parlamento acquisirono via via peso maggiore in campo legislativo. La sua approvazione era necessaria per quelle norme che il sovrano si impegnava a rispettare come “leggi del Regno“. Fra le riforme amministrative assunse rilievo la creazione dei cosiddetti “giudici di pace” che svolgevano nelle contee compiti di giustizia e polizia, e dei coroners, giudici elettivi e che erano esponenti della nobiltà minore (gentry).
La Guerra dei Cent’Anni
La Guerra dei Cent’Anni fu una lunga serie di eventi bellici in Francia tra il 1337 e il 1453 e che videro contrapposti la corona francese e quella inglese. A ciò si intrecciarono sommovimenti di protesta nelle città, insurrezioni contadine e ribellioni di signori feudali. Lo scontro trovava le sue radici nella presenza in territorio francese di ampi domini feudali per i quali da tempo i Plantageneti erano feudatari dei Capetingi, Nel Trecento, con l’evolversi delle istituzioni statali, quel rapporto di natura feudale risultava sempre più anacronistico e male accetto sia dai re inglesi che francesi. I primi rivendicavano larga autonomia di governo sulle terre in Francia, i secondi aspiravano alla piena autorità su tutto il regno.
Altri motivi di conflitto risiedevano negli interessi contrastanti delle Fiandre, teoricamente soggette alla Francia ma economicamente legate all’Inghilterra per l’industria laniera, e dal costante aiuto offerto dalla Francia alla Scozia per le sue lotte contro gli inglesi. A tutto ciò si aggiunse quella che fu considerata la causa scatenante del conflitto: l’interruzione della linea diretta dei Capetingi con la morte senza eredi dei discendenti di Filippo il Bello. La corona venne attribuita al figlio di un fratello di Filippo, Filippo VI (1328-50), che inaugurò la dinastia dei Valois. La successione fu dapprima accettata da Edoardo III d’Inghilterra che, però, poi avanzò diritti in nome della sua discendenza da Filippo il Bello per linea femminile. Tuttavia, quest’ultima non era riconosciuta dalla corona francese.
La prima fase della Guerra dei Cent’Anni (1337-80)

Nel 1337, sfruttando l’occasione offerta da movimenti popolari antifrancesi scoppiati nelle Fiandre, Edoardo si proclamò re di Francia e mosse l’esercito contro quello di Filippo di Valois. Gli inglesi ottennero numerosi successi con l’importante vittoria di Crécy (1346) e la conseguente presa di Calais. Da allora, la città costituì la testa di ponte sul continente per le loro successive operazioni militari. Nel 1356 i Francesi subirono una grave sconfitta nella battaglia di Poitiers dove lo stesso re Giovanni il Buono cadde prigioniero. La reggenza del regno passò al figlio, il futuro Carlo V (1364-80), detto Carlo il Saggio. Una serie di disordini attraversò la Francia. Nel 1358 le campagne furono devastate dalla ribellione contadina della jacquerie. A Parigi la rivolta della borghesia cittadina, appoggiata dai ceti nobiliari, portò all’instaurarsi del governo di Etienne Marcel. Entrambi i movimenti subirono una dura repressione.
Nel 1360 si giunse alla pace di Brétigny. Edoardo III, in cambio della rinuncia alle pretese sulla corona francese e della liberazione del re prigioniero, ottenne la promessa del pagamento di un enorme riscatto e il riconoscimento di ampi possedimenti nella Francia sud-occidentale, pari a un terzo del territorio francese. E senza vincoli di dipendenza feudale. Tuttavia, negli anni seguenti la situazione si rovesciò grazie a Carlo V che preparò la ripresa della guerra. Egli sfruttò il malcontento della nobiltà della Guascogna contro il dominio inglese. Le ostilità ripresero nel 1369 e questa volta l’esercito francese puntò sul logoramento del nemico. La nuova tattica contribuì a peggiorare la situazione nelle campagne ma nel lungo periodo si dimostrò vincente.
La difficile situazione dell’Inghilterra
In Inghilterra, così come in Francia, la Guerra dei Cent’Anni contribuì a una serie di rivolte e moti contadini negli anni 1381-83. Il Parlamento continuò a svolgere un ruolo di primo piano nella politica della nazione inglese. Nel 1376 il cosiddetto Buon Parlamento epurò la corte regia dai protetti di Edoardo III che, di fatto, erano diventati i veri signori del paese. L’autorità del suo successore Riccardo II (1377-99) fu presto indebolita dalla ambiguità della sua posizione verso i contadini ribelli, che egli cercò di usare contro i nobili. Sconfitti i contadini dalla reazione dei signori, Riccardo subì un certo controllo da parte del Parlamento.
Il tentativo di svincolarsi da questo controllo finì con la sua abdicazione e con la salita al trono di Enrico IV (1399-1413) che inaugurò la dinastia dei Lancaster. Sia con Enrico IV che con suo figlio Enrico V (1413-22) l’autorità regia si rafforzò. Grazie al sostanziale accordo tra la corona e il Parlamento, l’Inghilterra conobbe un breve periodo di pace interna.
In Francia le lotte tra Borgognoni e Armagnacchi

Ancora più tortuosa fu l’evoluzione della situazione in Francia, contrassegnata da violenti contrasti e dalla profonda crisi dell’autorità regia dopo la morte di Carlo V. Il suo successore, Carlo VI (1380-1422) subì la reggenza dei tre fratelli del defunto sovrano. Essi avevano ricevuto in feudo dalla corona vasti domini territoriali (gli appannaggi), divenuti presto principati semi-indipendenti in contrasto fra loro. Quando nel 1392 Carlo VI fu colpito da una malattia psichiatrica, emersero due fazioni. Una guidata dal fratello del re, Luigi d’Orléans, e quella che faceva capo allo zio, il duca di Borgogna Filippo l’Ardito e, in seguito, a suo figlio Giovanni Senza Paura.
Nel 1407 l’assassinio di Luigi portò la Francia alla guerra civile e al costituirsi di due partiti distinti. Da un lato i Borgognoni e dell’altro gli Orleanisti o Armagnacchi. Quest’ultimo nome derivò da quello del conte Bernardo d’Armagnac che prese il posto di Luigi a capo del suo schieramento. Lo scontro durò decenni e permise a Enrico V d’Inghilterra di intervenire nel conflitto, sollecitato da Giovanni di Borgogna, dando il via alla seconda fase della Guerra dei Cent’Anni.
La seconda fase della Guerra dei Cent’Anni (1415-53) e Giovanna d’Arco

Gli inglesi riportarono una grande vittoria ad Anzicourt nel 1415 e questo successo permise loro di occupare larga parte della Francia nord-occidentale e Parigi. Approfittando dei contrasti interni e dell’appoggio del partito dei Borgognoni, il re inglese Enrico V ottenne nel 1420 la reggenza della Francia e, sposata una figlia di Carlo VI, assicurò ai suoi discendenti la successione al trono. Al figlio di Carlo VI di Valois, il futuro Carlo VII (1422-61) restarono solo i territori a sud della Loira. Una volta nelle vicende la Guerra dei Cent’Anni si ebbe negli anni successivi grazie a Giovanna d’Arco, una giovane contadina lorenese che riuscì a farsi affidare da Carlo VII alcuni reparti di armati. Ispirata da voci celesti, come la giovane affermava, riuscì a liberare dall’assedio la città di Orléans nel 1429. Carlo VII poté così entrare a Reims e farsi incoronare re di Francia. L’anno seguente, Giovanna d’Arco cadde prigioniera dei Borgognoni e poi ceduta agli inglesi. Processata per eresia, fu bruciata sul rogo nel 1431.
Tuttavia, la reazione anti inglese proseguì. Nel 1435 il duca di Borgogna, Filippo il Buono abbandonò gli inglesi e si riconciliò con Carlo VII. Ebbe così fine il trentennale conflitto tra Borgognoni e Armagnacchi. Grazie al fatto che la corona inglese era alle prese con difficoltà interne a causa della minore età di Enrico VI e del progressivo passaggi di molti suoi vassalli francesi con i Valois, Carlo VII poté riconquistare gli ultimi possedimenti inglesi, tranne Calais. Nel 1453 si giunse al termine della Guerra dei Cent’Anni per il progressivo e naturale esaurimento delle azioni militari.
Il consolidarsi dell’autorità regia in Francia
La Guerra dei Cent’Anni ebbe diverse conseguenze. In entrambi i paesi fece emergere la coscienza di un forte sentimento nazionale, mentre sul piano politico-amministrativo si ebbero effetti altrettanto importanti. I sovrani furono visti come espressione dell’unità dello Stato e della nazione. Questo fece sì che fosse loro più facilmente riconosciuto il diritto di attingere a tutte le risorse disponibili per sostenere lo sforzo bellico. La Guerra dei Cent’Anni fu molto onerosa e richiese un inasprimento delle politiche fiscali che innescarono ricolte contadine e urbane. A poco a poco, comunque, passò il concetto della necessità di una maggiore tassazione dei sudditi per il bene comune. Altrettanto significativa fu la riforma dell’esercito realizzata da Carlo VII. Egli mirava alla costituzione di una milizia stabile, affidabile e più economica tramite la formazione di compagnie armate permanenti.
Così la corona francese uscì notevolmente rafforzata dalla Guerra dei Cent’Anni, tanto più che gli stati generali e le città non sembravano in grado di opporsi alla sua autorità. Più preoccupante rimase l’opposizione dell’alta nobiltà, inquieta per il lungo conflitto. Rimaneva inoltre aperta la questione dei territori non ancora ricondotti all’obbedienza al re, come la Bretagna e soprattutto il ducato di Borgogna che si era anzi notevolmente ingrandito.
Inghilterra: la guerra delle Due Rose

In Inghilterra la sconfitta si accompagnò a una serie di contese dinastiche alimentate dalla nobiltà scontenta a causa della privazione dei redditi e dei beni un tempo posseduti in Francia, ma resa forte da estese reti clientelari che le permettevano di avere eserciti privati. Scoppiò una sanguinosa guerra civile, nota come Guerra delle Due Rose (1455-85). Il nome deriva dal fatto che le casate rivali degli York e dei Tudor da un lato e dei Lancaster dall’altro avevano come emblema rispettivamente una rosa bianca e una rosa rossa.
La crisi iniziò durante il debole regno di Enrico VI di Lancaster (1422-61). Le pretese avanzate sulla corona dalle potenti fazioni nobiliari causarono aspri scontri che continuarono anche dopo l’assunzione del potere da parte di Riccardo di York (1455-60) e dei suoi discendenti. La guerra delle Due Rose terminò con l’ascesa al trono di Enrico VII Tudor (1485-1509).
Il suo regno potè giovarsi del grave indebolimento della grande feudalità, le cui prerogative furono ulteriormente limitate dalla creazione di strumenti amministrativi come la Camera stellata, un tribunale regio incaricato di perseguitare i reati di natura politica. Per Enrico VII fu quindi possibile restaurare la propria autorità, appoggiandosi alla gentry e alle città che dimostrarono un rinnovato dinamismo economico.
La penisola iberica
Negli ultimi due secoli del Medioevo nella penisola iberica la presenza dei musulmani si era ridotta al piccolo regno di Granada. Si erano rafforzati il regno di Aragona, il regno portoghese e il regno di Castiglia e di León. La Navarra si era progressivamente ridotta di estensione e di potere fino a finire nell’orbita francese. I diversi regni mantenvano tuttavia caratteristiche peculiari e distinte sia per le differenze etniche e linguistiche che per le diverse vocazioni economiche. Nelle regioni meridionali e orientali della penisola erano inoltre presenti diversi musulmani (moriscos) e diffusi insediamenti ebraici.
La Castiglia

In Castiglia era assai forte il potere della nobiltà che possedeva, insieme alla Chiesa, vasti domini. Frequenti furono i conflitti con le città e con la corona, il cui ruolo di guida politica e militare si era indebolito con la fine della Reconquista. I disagi, accresciuti dalla peste e dalla crisi economica, scatenarono violenti movimenti contro gli ebrei. In un clima di crescente e fanatica intolleranza religiosa, essi furono considerati responsabili delle sventure del paese e fatti oggetto di persecuzioni, conversioni forzate (marrani furono detti gli ebrei costretti a convertirsi ma che in segreto continuavano a professare la fede ebraica). Dal 1481 l’Inquisizione si occupò di loro fino all’espulsione dal paese nel 1492.
Nel corso del XV secolo si delineò una ripresa economica collegata alla crescita demografica e basata sia sugli sviluppi dell’agricoltura sia sull’espansione mercantile, ma soprattutto sulla grande produzione laniera controllata dall’associazione della Mesta. Si raggiunse anche una maggiore stabilità politica grazie all’azione sinergica delle città, riunite in “fratellanze” e collegate alla corona che cercava di usarle contro la nobiltà.
L’Aragona
Il regno di Aragona si assestò nei suoi confini durante il regno di Giacomo I (1213-76). All’Aragona e alla Catalogna si unirono le Baleari e il regno di Valencia riconquistati ai musulmani. Le ambizioni espansionistiche della monarchia, assieme alla vocazione commerciale e marinara, si rivolsero verso la metà del XIII secolo verso la Sicilia, la Sardegna e la Corsica. Il Mediterraneo occidentale era allora campo d’azione principalmente delle città marinare di Genova e di Pisa. La comparsa in forze degli Aragonesi determinò lunghe lotte. Essi arrivarono in Sicilia nel 1302, come conseguenza della guerra del Vespro, e l’isola entrò a far parte della loro orbita.
Più tormentata fu l’acquisizione della Sardegna, pur concessa formalmente in feudo dal papato agli Aragonesi nel 1295 assieme alla Corsica. L’occupazione vera e propria della Sardegna iniziò solo negli anni Venti del XIV secolo ma incontrò la tenace resistenza dei pisani, delle famiglie nobili e delle comunità locali. L’espansione ebbe nuovo impulso agli inizi del Quattrocento con la piena acquisizione della Sardegna, la diretta incorporazione della Sicilia nel regno di Aragona e con l’acquisto del regno di Napoli, lasciato da Giovanna II ad Alfonso il Magnanimo. A Napoli Alfonso si trasferì con la sua corte e da lì cercò di allargare la sua sovranità verso l’area balcanica. Si consolidò quindi una forte influenza aragonese sul Mediterraneo.
L’unione dell’Aragona e della Castiglia. Il Portogallo
Alla potenza mercantile e politica catalano-aragonese nel Mediterraneo non corrispondevano nel regno forti istituzioni monarchiche. Il loro potere era limitato da una forte nobiltà e dalle prospere città costiere. Nel XIII secolo a Saragozza, Barcellona e Valencia si costituirono le cortes, assemblee riconosciute nel 1283 come rappresentanza del paese. Nel 1412 una crisi dinastica provocò l’avvento al trono di un principe castigliano, Ferdinando I, padre di Alfonso il Magnanimo. La lontananza di questi favorì una vasta insurrezione contenuta a stento dal fratello Giovanni II (1472). Questi seppe tuttavia trovare una soluzione definitiva tramite il matrimonio del figlio Ferdinando, erede al trono di Aragona, con Isabella erede di Castiglia e la conseguente unificazione dei due regni.
Alla metà del XIII secolo il Portogallo conobbe un notevole sviluppo agricolo e l’avvio delle attività marittime e mercantili. Tuttavia, alla fine del XIV secolo arrivò una crisi dinastica, complicata dai tentativi di ingerenza della Castiglia. Si affermò Giovanni della nuova dinastia dei d’Aviz, il quale intensificò una politica favorevole allo sviluppo navale e commerciale. Tale politica, continuata dai suoi successori, si indirizzò soprattutto verso l’Africa con un sistematico programma di esplorazione territoriale. Ne fu artefice il principe Enrico il Navigatore, sotto la cui guida i Portoghesi raggiunsero le Canarie, le Azzorre e si spinsero fino al Golfo di Guinea.
L’area imperiale

In area tedesca, a differenza di quanto stava accadendo in Francia e Inghilterra, non si determinò nessuna unificazione attorno a una monarchia nazionale. L’autorità imperiale non riuscì a imporsi con efficacia nemmeno all’interno della Germania. La sua maggiore attenzione all’area tedesca non aveva comportato un aumento del potere a causa del peso delle concessioni fatte in passato alle forze politiche cittadine e principesche. La crisi dell’autorità si era aggravata durante l’interregno, il periodo di circa venti anni in cui il trono imperiale era rimasto vacante. E non si era risolta con i sovrani che erano seguiti: Rodolfo d’Asburgo (1273-91), tutto rivolto a una politica di affermazione della sua dinastia; Enrico VII di Lussemburgo (1308-13) e Ludovico di Baviera (1314-47).
La “dichiarazione di Rhens” approvata poco dopo dai principi (1338) stabiliva che la designazione a re di Germania implicava automaticamente la dignità imperiale, senza bisogno dell’incoronazione pontificia. Ma una simile dichiarazione se da un lato voleva emancipare l’impero dal papato, dall’altro ne indeboliva la connotazione universale e lo germanizzava. I principi tedeschi ne uscirono notevolmente rafforzati in quanto gli unici a poter scegliere l’imperatore. Nel 1346 cinque principi elettori deposero Ludovico di Baviera a favore di Carlo di Boemia (Carlo V 1347-78). A Carlo si dovette la Bolla d’Oro del 1356 che attribuiva al re di Germania il titolo imperiale e il diritto di eleggerlo a sette principi, detti appunto elettori. Essi erano il re di Boemia, il margravio di Brandeburgo, il duca di Sassonia, il conte del Palatinato e gli arcivescovi di Colonia, Treviri e Magonza. Costoro ottennero anche la piena sovranità sui loro territori. La crisi dell’autorità dell’impero lasciava campo libero alle città e soprattutto ai principati e alla nobiltà territoriale, forze che si affermarono come le più importanti strutture di coordinamento alla fine del Medioevo.
Le città, le leghe urbane, la lega anseatica
Le città tedesche non godettero della potenza economica e delle libertà politiche delle città italiane perché erano soggette al dominio o all’influenza ben più diretta dell’imperatore e dei signori territoriali. Tuttavia, in molte regioni avevano dato vita a una fitta rete di centri urbani, spesso fiorenti. Le vicende delle città tedesche tra Tre e Quattrocento furono contrassegnate da scontri anche violenti fra le corporazioni (Gilden) e i vecchi centri dirigenti cittadini. Si delineò in genere l’affermazione delle corporazioni con un ridimensionamento dei poteri degli antichi patriziati, sebbene la loro partecipazione al governo non venne mai meno.
Continuarono a prosperare le leghe cittadine, nonostante il divieto di costituzione contenuto nella Bolla d’Oro. Nella lotta contro i principi, però, subirono una sconfitta e dovettero arrendersi all’ordine definitivo di scioglimento. Motivazioni prettamente commerciali ebbe il sorgere della lega anseatica, potente aggregazione di città dell’area baltica e renana, costituitasi stabilmente agli inizi del XIV secolo. Essa ebbe sede a Lubecca e giunse a comprendere oltre 200 centri tedeschi e non tedeschi. La lega svolse un’efficace azione anche a livello politico e militare, ma senza diventare un’organizzazione politica unitaria e, nel corso del Quattrocento, ridusse via via i suoi interventi.
I principati
La particolare forza della nobiltà tedesca derivava dall’aver mantenuto domini territoriali che, largamente autonomi, costituivano veri e propri Stati e staterelli. I maggiori per ampiezza e antichità avevano la dignità di principati. Spiccavano tra i principi i sette elettori dell’imperatore. Al di sotto c’erano conti, burgravi, vassalli con vari titoli, e un gran numero di signori minori, laici ed ecclesiastici, in un intreccio di gerarchie e dipendenze. La frammentazione era fortissima in alcune zone, come la Renania e la Bassa Sassonia. Assai meno forte a est, dove con la colonizzazione più recente si erano potuti affermare vasti e compatti principati.
Ma in generale, nel corso del Quattrocento, per la scarsa presenza dell’impero e la debolezza politica e militare delle città, la tendenza al consolidamento dei principati risultò evidente in tutto il regno di Germania. Essi ripetevano su minori dimensioni le strutture di governo dei grandi Stati dell’Occidente. I maggiori principati svilupparono una vera e propria sovranità territoriale. Non furono più signorie ma piccoli Stati sovrani.
I principati ecclesiastici e l’Ordine teutonico

Un elemento caratteristico dell’area tedesca era dato dalla presenza di numerosi principati ecclesiastici. Alcuni ebbero un notevole rilievo. Accanto ai tre principali elettori di Colonia, Treviri e Magonza, si possono ricordare i principati di Metz, Toul e Verdun, di Salisburgo e Bressanone.
Un principato ecclesiastico del tutto particolare fu l’Ordine dei cavalieri teutonici, principale protagonista dell’espansione tedesca verso oriente e lungo le coste baltiche. Fusosi nel 1237 con quello dei Portaspada, esso aveva promosso la conquista e l’evangelizzazione della Livonia, Curlandia, Estonia e Prussia. L’ordine si era costituito così come un vero e proprio Stato, con una articolata e rigida amministrazione che faceva capo a Marienburg, sede del “Gran Maestro”. Esso raggiunse il culmine della potenza nella seconda metà del Trecento.
I Lussemburgo e gli Asburgo
La dignità imperiale tra il XIV e XV secolo fu oggetto di contesa tra le più importanti dinastie principesche. Si alternarono al titolo imperiale le casate dei Wittelsbach, dei Lussemburgo e degli Asburgo, impegnati tutti nella costruzione di grandi dinastie ereditarie. Esse, abbandonato l’interesse per l’Italia, intervenivano solo nelle vicende dell’Europa orientale, spostando il centro di gravità dell’impero. I Wittelsbach, già titolari di vasti domini in tutta la Germania, cinsero la corona con Ludovico IV (1314-47), ampliarono i loro possedimenti con la Polonia, ottennero la dignità di elettori ma si frazionarono in molti rami. I Lussemburgo, dopo Enrico VII, riebbero la corona con Carlo IV (1347-78), e con i suoi figli Venceslao (1378-1400) e Sigismondo (1410-37). Nel 1310 avevano conquistato il regno di Boemia e ne fecero il centro della loro potenza. In particolare Carlo IV promosse lo sviluppo di Praga. Nel 1387 acquistarono la corona di Ungheria. Sigismondo cercò di ridare contenuto e prestigio alla funzione imperiale, promuovendo il concilio di Costanza, ma con lui la casata si estinse.
La figlia di Sigismondo, Elisabetta, portò in dote la Boemia e l’Ungheria ad Alberto d’Austria degli Asburgo, la casata che ebbe maggiore fortuna e continuità. Gli Asburgo, ai domini che possedevano nella Germania sud-occidentale, ne avevano aggiunti altri con l’acquisizione dell’Austria e della Stiria. Nel corso del Trecento accrebbero i loro territori nell’area delle Alpi ma subirono anche la perdita di molti territori originari. Promotori della potenza asburgica furono Alberto e il successore Federico, imperatore dal 1452 al 1493. Nelle sue mani tornarono a riunirsi i domini della casata, ampliati da vantaggiosi matrimoni.
Svizzera, Fiandre, Borgogna
Del tutto particolare fu l’organismo politico che cominciò a formarsi nel cuore delle Alpi nord-occidentali, germe della futura Confederazione svizzera. L’aggregazione si formò come organizzazione di solidarietà tra forze minori di fronte ai pericoli rappresentati da forze maggiori come i Savoia e gli Asburgo, e per la difesa di interessi economici comuni. Fu un’aggregazione capace di evolversi sino a formare una stabile struttura politica, capace di azione autonoma. Le origini della Svizzera si fanno risalire all’accordo stipulato nel 1291 dalle comunità di Uri, Unterwalden e Schwyz (da cui il nome).
Essi senza formalmente disconoscere le prerogative dei rispettivi signori, stipularono una lega perpetua a difesa dei loro diritti. A poco a poco aderirono altre comunità alpine e centri urbani che andarono a costituire i cantoni, nome dato ai piccoli Stati membri della Confederazione. Essa ottenne la completa indipendenza all’inizio del Trecento e nel Quattrocento avviò una politica di espansione a danno delle potenze confinanti: gli Asburgo, i Savoia, i duchi di Milano e i duchi di Borgogna.
Le Fiandre e la Borgogna

Le Fiandre erano caratterizzate da un fiorente sviluppo urbano. Qui, più che altrove, si era conservato l’autogoverno, quasi sempre in lotta con i principi e con la corona di Francia. Come abbiamo visto, la perdurante gravitazione politica delle Fiandre verso l’area francese si scontrava con gli interessi dell’industria laniera che la portavano invece a gravitare verso l’Inghilterra. Una situazione che divenne insostenibile con la Guerra dei Cent’Anni. Scoppiarono allora ribellioni in cui si intrecciavano l’ostilità nei confronti della Francia, aspirazioni di autonomia urbana rispetto al conte di Fiandra, moti di malcontento sociale dei più umili. A Gand ebbe origine un movimento cui aderirono le città fiamminghe. La discordia fra esse, tuttavia, favorirono la restaurazione del potere del conte di Fiandra, Luigi di Male (1346-84), segno della crisi delle città e del rafforzarsi dei principati che si verificava qui come altrove. Con il matrimonio della figlia di Luigi, le Fiandre passarono a Filippo l’Ardito, duca di Borgogna.
Il ducato di Borgogna nacque nel 1361 come appannaggio di Filippo, figlio del re di Francia, ed era in breve diventato un territorio indipendente, rafforzandosi poi ancora durante la Guerra dei Cent’Anni. Grazie ai successi militari e ad accordi dinastici, nel giro di alcuni decenni, il ducato acquistò le Fiandre, il Brabante, lo Hainaut, l’Olanda, il Lussemburgo, la Piccardia con la conseguente formazione di un domini assai ricco. La Borgogna visse inoltre una splendida stagione artistica e culturale che ebbe i suoi poli nella corte di Digione e nella civiltà borghese e cittadina delle Fiandre.
L’Europa orientale
Nel Trecento l’Europa orientale presentava una composita situazione. Essa vedeva il vasto dominio dei cavalieri teutonici lungo le coste baltiche, una serie di staterelli polacchi e, più a oriente, una vasto Stato lituano in via di formazione. Più a sud si trovava il regno di Ungheria e, ancora più a est l’Orda d’Oro, cioè il territorio europei dei Tatari, che dominava un mosaico di piccoli principati russi. Negli ultimi secoli del Medioevo si vennero tuttavia delineando alcuni dei caratteri politici e culturali della moderna Europa orientale, con l’assestarsi in particolare dello Stato polacco e ungherese e con l’affermarsi del grande dominio statale del Granducato di Mosca.
L’economia e la politica
La situazione dell’Europa orientale era caratterizzata da ampie aree agricole mal collegate fra loro da una scarsa attività commerciale e artigianale, rare e piccole città senza autonomia e riunite attorno ai castelli dei principi e da una forte nobiltà. Si aggiungeva inoltre la difficoltà nel definirsi di stabili comunità statali entro confini riconosciuti. Questa era anche una conseguenza delle pressioni esterne esercitate da Tedeschi e Tatari.
Da tutto ciò derivavano le caratteristiche degli assetti politici: la debolezza delle strutture statali al di sopra delle nobiltà territoriali e la fragilità del potere monarchico. Esso non riuscì a prendere corpo in dinastie capaci di radicarsi in un territorio. La corona era affidata dalla nobiltà a dinastie locali o, più spesso, a sovrani esteri, ma senza impiantarsi in modo durevole. Se è vero che proprio nel Trecento si formarono vaste monarchie, esse rimasero tuttavia deboli e instabili nei loro confini, mentre il potere rimaneva soprattutto nelle mani dei nobili e dell’alto clero, del cui consenso i sovrani avevano bisogno per sostenersi.
Lo Stato polacco

Alla frammentazione e debolezza politica della Polonia si accompagnò nel XIII secolo un processo di crescita economica. Esso fu favorito dall’immigrazione di numerosi contadini dall’est chiamati per il dissodamento e la messa a cultura di vasti territori. Immigrarono anche artigiani e furono fondate la prime vere città polacche. Il progredire della colonizzazione e l’importanza crescente delle città, collegate ai commerci locali, costituirono le premesse del superamento della frammentazione del paese. E si avviarono processi di ricomposizione politica che potevano appoggiarsi all’unità ecclesiastica del paese intorno all’arcivescovato di Gniezco.
Promotori della ricomposizione politica furono i signori di uno dei numerosi ducati. Casimiro III detto Il Grande (1333-70) viene considerato il fondatore dello Stato polacco sia per l’opera di riunificazione e di espansione territoriale sia per quella di riorganizzazione interna. Casimiro promulgò statuti che codificavano e riordinavano il diritto consuetudinario. Alla sua morte, la corona passò al nipote Luigi d’Angiò Il Grande, già re d’Ungheria, e poi dopo un interregno, alla figlia Edvige. Il suo matrimonio con il granduca di Lituania, Jagellone, portò all’unione dei due Stati.
La Lituania e gli Jagelloni
La formazione di uno Stato lituano si era venuta delineando intorno alla seconda metà del XIII secolo. In quel periodo varie popolazioni balcaniche si erano date un’organizzazione politica unitaria che superava la frammentazione tribale, per contrastare i tentativi di penetrazione dei mercanti del Baltico, dei colonizzatori tedeschi e dei cavalieri dell’Ordine teutonico. A partire dall’inizio del Trecento, la Lituania aveva avuto una grande espansione a est e sud-est.
Il granduca Jagellone, convertitosi al cattolicesimo assieme a gran parte della nobiltà, assunse come re di Polonia il nome di Ladislao II (1386-1434). Lo stato lituano-polacco divenne la maggiore potenza dell’Europa orientale e si rivolse contro i cavalieri teutonici che subirono la dura sconfitta di Tannenberg (1410). Essi dovettero rinunciare a quei territori. La Polonia otteneva così l’accesso al mare (Prussia occidentale, Danzica, parte della Pomerania), lasciando in feudo all’Ordine teutonico la Prussia. La Stato degli Jagelloni raggiunse allora il culmine della potenza territoriale con acquisti anche verso l’Ungheria e i territori ucraini e russi, arrivando fino ai confini della Crimea e del Principato di Mosca.
Il regno d’Ungheria

Anche il regno d’Ungheria conobbe fasi alterne, con l’avvicendarsi di diverse dinastie. Tuttavia, le istituzioni statali e monarchiche non giunsero a consolidarsi e alla fine del XIV secolo esso avvertì la crescente pressione ottomana. Dopo la crisi seguita all’estinguersi della dinastia Arpad, la corona fu assegnata a un ramo della dinastia angioina (1307-82). Quindi si succedettero sul trono regnanti di dinastie tedesche (Lussemburgo e Asburgo) ma con scarsi risultati. La minaccia turca fece sì che i nobili ungheresi eleggessero fra loro un reggente, Giovanni Hunyadi, che riuscì a difendere i confini meridionali. Con suo figlio Mattia Corvino (1458-90) l’Ungheria conobbe un altro momento di grandezza, che tuttavia non ebbe seguito. Anzi, dopo di lui, si accentuarono i conflitti fra la piccola e la grande nobiltà e il condizionamento dei nobili verso la corona.
La codificazione del diritto consuetudinario, detto Tripartitum, riconobbe alla nobiltà l’espressione della nazione ungherese e le attribuì una sorta di protezione della corona. In tutta l’area dell’Europa orientale, dopo gli alterni successi del Tre e del Quattrocento, le monarchie apparivano avviate a una nuova fase di debolezza e di declino, questa volta, definitivo. I sovrani di Polonia e di Ungheria dovettero subire il pesante condizionamento dei nobili. L’Ungheria e la Boemia furono incorporate dagli Asburgo. La Lituania finì sotto la crescente pressione dello Stato russo.
La nascita della Russia

Lento fu il processo di formazione di uno Stato nazionale russo. Il territorio a oriente del Granducato di Lituania, dopo la crisi dello Stato di Kiev, era frazionato in numerosi principati tutti soggetti alla dominazione tatara dell’Orda d’Oro. Verso il 1300 Mosca non era altro che un piccolo borgo sotto un castello (Cremlino), mentre il ducato di Mosca (Moscovia) era solo uno degli innumerevoli staterelli. I sovrani tatari dominavano direttamente sulla parte meridionale dell’attuale Ucraina, sulla Crimea e sulle pianure lungo il Volga. Invece, nelle regioni sud-occidentali c’erano etnie distinte, con le loro proprie lingue.
L’emergere di Moscovia
Fra i principati russi che pagavano tributi ai Tatari acquistò rilievo, dagli inizi del Trecento, il ducato di Moscovia. Esso era situato in una posizione favorevole, ai limiti occidentali della dominazione mongola, al centro del territorio abitato dal popolo russo e all’incrocio dei traffici commerciali tra Baltico, Mar Nero e Mar Caspio. I duchi di Mosca seppero espandere i propri confini in successive ondate.
Nel 1380, nella battaglia di Kulikovo, una coalizione di principi russi sconfisse per la prima volta un esercito tataro. La vittoria non portò alla liberazione da essi ma segnò l’inizio di un lento processo di emancipazione, favorito anche dagli attacchi dal condottiero turco Tamerlano contro l’Orda d’Oro. Egli guidò spedizioni contro i domini russi dei Tatari, provocandone il frazionamento territoriale. Agli inizi del Quattrocento, il ducato di Mosca aveva già raggiunto una vasta estensione.
La chiesa russa e Ivan III Il Grande
Di grande aiuto alla crescita di Moscovia furono gli stretti rapporti con la chiesa russa e con il suo metropolita che ormai risiedeva stabilmente a Mosca. La chiesa ortodossa si basava sul principio della necessità di un’armonica cooperazione tra Chiesa e Stato, senza quei contrasti che dilaniavano invece l’Europa occidentale. La Chiesa svolse un’importante opera di unificazione nazionale.
L’egemonia della Moscovia sulla Russia si estese e si consolidò con Ivan III detto il Grande (1462-1505), che può essere considerato il vero fondatore dello Stato nazionale russo. A una fortunata politica di espansione, egli accompagnò all’interno il rafforzamento della sua autorità. A differenza dei sovrani dell’Europa orientale egli riuscì a ridurre il potere della antica nobiltà dei boiari, creando anche un nuovo ceto di nobili, vincolati al servizio civile e militare della corona.
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