Nel corso del Tardo Medioevo, tra il XIII e il XV secolo, l’Europa conobbe una profonda trasformazione delle proprie istituzioni politiche. Accanto al progressivo declino delle strutture feudali tradizionali, emersero nuove forme di governo, più complesse e articolate, che rispondevano ai mutamenti economici, sociali e territoriali dell’epoca. Monarchie, comuni, principati e organismi rappresentativi iniziarono a ridefinire i rapporti tra potere, autorità e comunità.
Verso organismi politici più coordinati

L’aspetto principale dell’evoluzione politica europea nel Tardo Medioevo fu la tendenza verso la costituzione di organismi e sistemi statali dotati di maggiore compattezza e consistenza. Si ebbe un più stretto coordinamento tra i diversi corpi (città e nobili) che formavano lo Stato entro insiemi politici di maggiore coesione. Si formarono per lo più monarchie capaci di esercitare un’autorità più ampia e diretta.
Continuava la vivace dialettica tra sovrani e corpi ma si manifestava l’esigenza di una più precisa definizione delle prerogative dell’uno e degli altri. Il sovrano aspirava a porsi come fulcro del nuovo sistema politico e ad allargare prerogative e spazi. Città e nobili aspiravano a tutelare le loro già forti posizioni e a definire in termini vantaggiosi il rapporto con il sovrano.
La forte posizione di città e nobili
Ancora grande rimaneva l’influenza della nobiltà territoriale per il grande potere che era in grado di esercitare, nonostante la crisi, sulle masse dei contadini e degli abitanti delle campagne. Questi ultimi fornivano tributi, servi e, all’occorrenza, contingenti armati. Cresceva inoltre, nonostante le difficoltà del Trecento, il peso economico e politico delle città, con una più o meno larga influenza sul territorio circostante, con una disponibilità di ricchezze e risorse di cui principi e re avevano un gran bisogno. Esse potevano dunque consolidare i privilegi ottenuti in precedenza. Un certo ruolo esercitavano anche altri ceti.
- Maggior rilievo ebbe anche il ceto dei nobili minori, i cavalieri, che era privo di domini territoriali ma che appariva pericoloso perché inquieto, scontento e propenso a ricorrere alle armi per conquistare terre e ricchezze.
- Si delineava, inoltre, come corpo anche il clero che mirava a rivendicare una posizione di privilegio giuridico e fiscale.
- Ai corpi davano maggior forza e coesione le leghe e le unioni di città, nobili e cavalieri che si riunivano per difendere interessi comuni contro altri ceti o per assicurare la pace e la giustizia, qualora l’autorità di sovrano e nobili risultasse debole.
La tendenza al rafforzamento del potere monarchico

Il sovrano traeva motivo, da questa situazione di disordine e dall’esigenza del ristabilimento della pace e della sicurezza, per riproporre il suo ruolo di punto di riferimento dell’intero sistema politico e di guida dei sudditi. E anche per sottolineare la legittimità e l’autorità del potere regio. Il re aveva l’obbligo di garantire l’ordine e di difendere il paese dai nemici. Egli aveva quindi il diritto di impedire violenze e conflitti di carattere privato, di radunare l’esercito e di raccogliere i tributi necessari.
Un sostegno importante gli venne anche dall’evoluzione del pensiero politico che, di fronte alla crisi dell’ideologia imperiale, tendeva ormai a riconoscere ai diversi sovrani quella pienezza di poteri che un tempo era stata riconosciuta solo all’imperatore. Da tutto ciò scaturì una lunga serie di contrasti tra i corpi e il sovrano. Ad esempio, le città promossero numerose insurrezioni. Ancora più numerose e gravi furono le rivolte di feudatari e dei signori territoriali, sostenuti da alleanze parentali e clientelari.
Le istituzioni rappresentative
Nonostante i contrasti tra l’aspirazione universalistica dei sovrani e il particolarismo dei signori territoriali e delle città, maturò tuttavia l’esigenza di un assetto politico che riflettesse questa pluralità di forze e le organizzasse in forme stabili e regolari sotto un potere efficace, benché non assoluto.
Il paese come comunità politica
Anche a signori e città poteva convenire riconoscere un’autorità centrale di governo che si incaricasse della difesa del paese e del mantenimento dell’ordine interno. Significativo fu l’emergere, in molti Stati tardo medievali, della consapevolezza di una comunanza di interessi fra tutti gli abitanti di un territorio, del senso di appartenenza a un’unica comunità politica.
Gli organismi che raggruppavano le città, i principi, gli ecclesiastici o i contadini potevano apparire come strutture di aggregazione, in una sorta di rappresentanza di tutta la comunità. I diversi ordini e corpi si adattavano così a riconoscersi come elementi di un più vasto insieme statale e si abituavano a coesistere insieme.
Lo “Stato per ceti”

Di fatto si vennero delineando Stati caratterizzati dalla compresenza di corpi politici diversi e distinti, compresi tuttavia entro ordinamenti unitari. Ordinamenti che riconoscevano l’esistenza e i diritti di tali corpi e regolavano la loro partecipazione al governo sotto la superiore autorità del sovrano. Si tratta di un tipo di Stato che gli storici definiscono “Stato per ceti“. Esso si richiamava alla logica dello “Stato feudale” riconoscendo al suo interno il rapporto tra il sovrano e i grandi interlocutori politici. Ora questo rapporto appariva però mutato. Non più esistente tra sovrano e grande aristocrazia ma esteso anche alle città, alla nobiltà minore e al clero. Esso modificava dunque anche le forme del vassallaggio.
Il luogo istituzionale dell’incontro e del dialogo fra sovrano, “paese” e corpi furono le assemblee rappresentative che si svilupparono in molti Stati europei tra il XIV e il XV secolo. Il fatto nuovo era, da un lato, la convocazione non solo di singoli individui, ma di persone che “rappresentavano” ceti e forze dotate di una loro consistenza sociale e politica nel paese. E dall’altro, la sempre maggiore frequenza di queste assemblee. L’effetto fu una grande coesione della comunità politica del paese e un coordinamento maggiore delle istituzioni di governo. Le assemblee divennero luoghi di dibattito dove affrontare questioni di interesse generale e i problemi politici del regno.
Assemblee e Parlamenti

In quasi tutti gli Stati europei nel Tardo Medioevo risultano così presenti organismi quali le assemblee degli “stati” e i Parlamenti. Essi erano le Cortes nella penisola iberica, le Assemblées d’États in Francia, le Diete o Täge nei paesi tedeschi e scandinavi, i Parliaments in Gran Bretagna. Frequenti furono anche le assemblee di “stati” e ordini non solo a livello statale ma anche provinciale. In Francia si ebbero tre “stati”: il clero, la nobiltà e la gente comune o “terzo stato”. In Inghilterra, l’alta nobiltà (i pari o lords) sedeva nella “camera alta”, mentre quella minore nella “camera bassa” insieme ai rappresentanti delle città. Una distinzione tra alta e bassa nobiltà si ritrovava anche nelle Diete imperiali.
Variarono soprattutto i poteri di queste assemblee. Esse ebbero notevole importanza in tutta Europa, tra Tre e Quattrocento, soprattutto dove, in situazioni di difficoltà e guerra, poterono far valere il loro peso. Anche in Italia nacquero istituzioni parlamentari in diversi regni e principati, là dove accanto alle città, restava una consistente presenza di nobili e feudatari. Fu il caso del Piemonte sabaudo, delle monarchie meridionali e dello Stato pontificio.
Nuove forme di governo
La rinnovata autorità riconosciuta al potere centrale richiedeva nuove risorse economiche affinché provvedesse all’ordine interno e alla difesa esterna. Le entrate del sovrano erano tradizionalmente costituite da quanto egli ricavava dalle terre sotto il suo diretto dominio. La tendenza andò verso l’allargamento della capacità del sovrano di prelevare imposte e la creazione di nuove fonti di entrate. Ad esempio, si esercitò uno stretto controllo sulla moneta con una politica di monopolio delle coniazioni. Entrate più alte furono assicurate dall’ampliamento delle imposte indirette (che colpiscono i consumi). Maggior cura di dedicò alla riscossione dei dazi che colpivano le merci in entrata e in uscita, attraverso stretti controlli doganali, appalti, reti di esattori. Ugualmente colpito era anche il consumo dei prodotti, soprattutto quelli di prima necessità (in quasi tutta l’Europa lo Stato si riservò il monopolio del sale).
I ricavati dai dazi e delle imposte indirette costituirono il nucleo essenziale della finanza pubblica tardomedievale. Ma il sempre maggior bisogno di entrate causò la diffusione anche delle imposte dirette sulle ricchezze e le entrate dei sudditi, individuate attraverso catasti ed estimi. Principi e sovrani fecero ampio ricorso ai prestiti di banchieri in cambio di assegnazioni di entrate future o di concessioni di feudi e di proventi fiscali. Ciò finiva però spesso per esaurire le fonti di entrata e non rari furono clamorosi episodi di mancato pagamento dei debiti. Un più efficace sistema di debito pubblico seppero organizzare le repubbliche cittadine, soprattutto in Germania e Italia.
Polizia, giustizia, diritto, ordinamenti militari
Il riconoscimento delle responsabilità del sovrano nel mantenimento della pace faceva sì che gli fossero attribuiti maggiori poteri di ordine pubblico. E nuovi poteri gli furono attribuiti nell’amministrazione della giustizia. Fu rafforzata la “giustizia regia” nelle province con la creazione di nuove figure di giudici, procuratori e avvocati della corona. Le corti di giustizia locali furono sottoposte a controllo più stretto e si svilupparono tribunali regionali e centrali con funzioni di corti d’appello o di tribunali supremi.
Nello stesso tempo furono vietate forme di giustizia privata. Tutto ciò avvenne in un ordinamento giuridico e in un quadro di norme che il sovrano tendeva ugualmente a controllare. Da un lato con un più intensa legislazione regia, dall’altro con il disciplinamento delle leggi e consuetudini locali, mantenute in vigore ma messe per iscritto, riordinate e modificate se necessario. La funzione riconosciute al re di difendere il paese lo autorizzava anche a creare ordinamenti militari più efficaci e meno soggetti alle influenze di nobili e cavalieri. Si mirò soprattutto alla costituzione di corpi armati stabilmente in servizio e alle dipendenze dirette del re.
I rapporti con la Chiesa

Sovrani e principi avvertirono inoltre sempre più l’esigenza di controllare la Chiesa. Ma la sua presenza e influenza nella società erano troppo vaste e radicate e le monarchie dovettero limitarsi a restringere quelle libertà che la Chiesa rivendicava e che comportavano spesso interferenze da parte della Chiesa di Roma.
Di qui la volontà di controllare il conferimento dei benefici ecclesiastici e soprattutto dei vescovadi. Di qui i vari provvedimenti riduttivi della giurisdizione dei tribunali ecclesiastici e della possibilità di appello a Roma. Di qui le imposizioni fiscali sui beni della Chiesa. Nacquero talora aspri conflitti sia con il clero e soprattutto con il papato. E contro il papato si delineò la tendenza a favorire una certa autonomia delle diverse chiese nazionali rispetto a Roma.
Istituzioni centrali e periferiche
A guidare una macchina amministrativa sempre più complessa erano necessari nuovi uffici e organi di governo. Le curie, le cancellerie, i consigli del sovrano si articolarono in nuovi organismi specializzati, ognuno con autonomie proprie. Grande sviluppo ebbero inoltre le istituzioni periferiche, affidate, a seconda del Paese, a balivi, siniscalchi, castellani, sceriffi, capitani, vicari, esattori. Una folla di “officiali” con competenze non sempre bene definite e che doveva fare da intermediario con dell’autorità del sovrano.
I servitori del re

L’esercizio di queste funzioni da parte del sovrano richiedeva molti uomini al suo servizio. Continuava ad avere un ruolo importante il ricorso a persone a lui legate da rapporti di fedeltà, dipendenza e parentela. Nel momento in cui la feudalità classica tramontava si diffuse un altro tipo di feudalesimo, in cui l’antico feudo o compenso non consisteva più nella concessione di terre e diritti ma era monetizzato in denaro. Un grande ruolo ebbe in tale sistema la nobiltà (soprattutto minore e recente) che, vedendo ridimensionati e disciplinati i suoi poteri territoriali, cercò nuovi modi di affermazione nell’esercizio di uffici regi e in cariche prestigiose e lucrose al servizio del principe.
Significativo fu anche lo sviluppo degli ordini cavallereschi. Essi erano destinati a raccogliere in strette reti intorno al sovrano gli esponenti maggiori delle aristocrazie militari. Anche i rapporti clientelari, che legavano al sovrano uomini localmente potenti, officiali ed ecclesiastici, erano vasti e diffusi. Si formarono così le corti regie e principesche che rappresentarono il vertice e il simbolo di questo sistema di relazioni personali dirette.
Il nuovo ceto degli officiali
Negli Stati tardo medievali, tuttavia, comparvero, anche se in forma embrionale, nuovi servitori del re che anticiparono la burocrazia degli Stati moderni. Si trattava di un nuovo ceto personale di funzionari e officiali che prestavano servizio non per un legame di dipendenza o di parentela, ma dietro corresponsione di stipendi e salari. Era personale reclutato per la sua preparazione, anche se di umile origine, e avviato a dar vita ad apparati amministrativi più efficaci e funzionali.
Ciò avvenne soprattutto negli uffici della cancelleria e dell’amministrazione finanziaria e fiscale. Ma anche negli apparati giudiziari a diversi livelli per il crescente peso e prestigio del ceto dei giuristi. Gli officiali divennero una componente importante del ceto di governo, con una forte aspirazione a entrare nell’ordine della nobiltà.
Potere centrale, città e nobiltà territoriale
Per assolvere i suoi compiti questo sistema politico richiedeva un governo piuttosto accentrato, capace di esercitare sul territorio un certo controllo, a scapito delle libertà locali. Tuttavia, non si arrivò alla pretesa che l’autorità del sovrano dovesse esercitarsi ovunque in maniera diretta e assoluta. Lo Stato tardo medievale non ne aveva né la forza né la volontà. Avvertiva infatti il rischio di andare oltre i limiti del consenso che stava alla base del sistema.
Inoltre, le strutture di governo locale esistenti, le città, i signori potevano ora essere funzionali complementi dell’autorità centrale. Negli Stati del tardo Medioevo, dunque, si manifestò una duplice tendenza. Da un lato l’accentramento e l’estensione degli spazi di intervento del potere centrale, dall’altro il riconoscimento dei corpi locali e delle loro prerogative.
La città e i suoi rapporti con il sovrano
I secoli XIV e XV videro numerosi scontri tra le città e i principi che vollero affermare più energicamente il loro potere. Scontri che furono aspri dove più forti erano le aspirazioni cittadine alla piena autonomia. Queste aspirazione vennero mortificate: in Italia i liberi comuni cittadini cedettero via via di fronte a principati e signorie. Le forme di libertà che si erano affermate nelle città erano sempre meno compatibili con l’evoluzione complessiva degli assetti politici europei. E la tendenza a un più stretto disciplinamento dei centri urbani si manifestò soprattutto dove lo sviluppo cittadino era stato meno vivace, come in gran parte della Francia, in Inghilterra e nella penisola iberica.
Tuttavia, non poche furono le prerogative che le città ottennero e mantennero. Gli organismi comunali poterono mantenere diritti molto ampi per quanto riguardava il governo locale con i loro statuti, consigli, tribunali, organi di polizia. Conservarono anche una notevole capacità di contrattazione riguardo le imposte e la facoltà di ripartirle e riscuoterle. La posizione delle città rimase nel complesso solida.

Nuove forze nei centri urbani
La tenuta delle città risulta più comprensibile se si considera che il loro organico inserimento nello Stato offrì la possibilità di essere strumenti per rafforzarsi. Dal punto di vista economico molti centri urbani trassero vantaggi dall’essere integrati in organismi politici vasti e potenti e in sistemi economici capaci di sviluppare al meglio le loro potenzialità. Altre città, invece, che pure godevano di ampia libertà, trovarono difficoltà crescenti nel mantenere i loro spazi di produzione e di mercato. Dal punto di vista politico, più importanti delle libertà e dei privilegi, erano ormai le possibilità di difendere i diritti comuni e le prerogative complessive dei ceti urbani attraverso le istituzioni rappresentative o altre forme di rapporto con il sovrano.
Evoluzione politica interna
L’evoluzione interna delle istituzioni urbane fu accompagnata da aspre lotte politiche che si polarizzarono spesso nello scontro tra le corporazioni di artigiani e i patrizi. Queste lotte talora si intrecciarono e si unirono a sommosse di carattere popolare con un chiaro significato economico e sociale. Tuttavia, in generale si delineò una crescita di potere delle corporazioni che acquisirono quasi ovunque il diritto di partecipare all’esercizio di governo. Dunque, la vivace società urbana dei primi secoli comunali, dopo la crisi trecentesca, appariva avviata a essere assorbita in più rigide strutture di inquadramento.
La nobiltà
Forte restava anche la posizione della nobiltà. La crisi del Trecento ne aveva indebolito le risorse economiche ma non la posizione di prestigio e preminenza nella società. Restavano in vigore i poteri signorili che la nobiltà esercitava localmente. Il rafforzamento delle monarchie e degli Stati tendeva a ridimensionare quell’autonomia politica dell’aristocrazia. Non si contestava, tuttavia, un esercizio locale di diritti, quando essi fossero disciplinati entro le maglie dell’amministrazione regia. I diritti mantenuti dai nobili sulle vaste masse contadine e rurali costituirono anche nel tardo Medioevo il più esteso ambito di potere accanto a quello delle città e dei principi.
I poteri della nobiltà territoriale furono particolarmente ampi in Germania, dove trovarono spazi per dar vita a Stati e staterelli sotto l’alta sovranità dell’imperatore. E diventarono schiaccianti nei paesi dell’Europa dell’est. L’ordine nobiliare, inoltre, poteva trovare nuovi strumenti di potenza nella partecipazione al governo dello Stato. I nobili avevano grande peso nelle assemblee rappresentative. Oppure potevano impegnarsi nel servizio del re che, dal canto suo, cercava collaborazione nella nobiltà. Ai membri dell’aristocrazia si aprivano anche carriere ecclesiastiche prestigiose e ricche. I legami tra nobiltà e alta prelatura divennero quasi istituzionalizzati.
Lo Stato alla fine del Medioevo e l’idea di nazione
Le istituzioni statali alla fine del Medioevo presentavano dunque ampi spazi di potere delegati a corpi e forze locali. L’alleanza dei nobili con la corona appare spesso un modo per superare le difficoltà economiche e sociali, attraverso l’affidamento dell’autorità regia di quelle funzioni che i sovrani trovavano sempre più difficili da gestire. L’autorità regia ne risultò limitata. In occidente, la forza delle città, bilanciando quella della nobiltà, da un lato diede vita a un “paese” più articolato e progredito, dall’altro mise a disposizione del sovrano maggiori risorse e finì per consolidare un sistema politico più integrato sotto la sua riconosciuta autorità.
Componente importante di questo periodo cominciò a essere l’idea di nazione: la coscienza di appartenere a una comunità con caratteri propri dal punto di vista etnico e linguistico, ma anche culturale e in parte religioso. Là dove i sudditi di un sovrano iniziarono a sentirsi uniti da vincoli “nazionali” comuni le istituzioni statali ne risultarono rafforzate.
La crisi del papato e dell’impero
In questo panorama divenne evidente la crisi delle istituzioni (papato e impero) che si erano poste come organizzazione o riferimento dell’intero mondo cristiano. Ma anche le difficoltà delle ideologie che avevano sostenuto quelle concezioni universalistiche. La crisi, già in atto, risultò ancora più lampante di fronte all’emergere delle nuove forme di Stato e delle ideologie che le ispiravano.
Il papato nella seconda metà del Duecento

Nel corso del Duecento, il papato aveva continuato a godere dell’autorità e dell’influenza creata da papa Innocenzo III e dai suoi successori. Ciò grazie alla vittoria sugli Svevi e alla nuova presenza degli Angioini in Italia, con un maggior coinvolgimento nelle vicende politiche della penisola, a discapito della guida spirituale. Erano inoltre ripresi gli scontri tra i cardinali appartenenti alle grandi famiglie romane in occasione dell’elezione del pontefice. Proprio in quei decenni si definì la pratica del conclave, per abbreviare i tempi e regolare l’elezione del papa.
Emblematica della difficoltà di conciliare la potenza terrena della Chiesa con il ruolo di guida religiosa fu la vicenda di Celestino V, papa per pochi mesi nel 1294. Celestino, che era un eremita estraneo alle questioni mondane, era stato eletto per avviare un rinnovamento della chiesa. Ma in breve egli si rese conto delle enormi difficoltà tanto da passare come l’unico papa della storia a dimettersi volontariamente.
Bonifacio VIII e Filippo il Bello

Un senso altissimo della dignità pontificia e della necessità di affermare anche l’autorità temporale della Chiesa ispirò il suo successore, Bonifacio VIII (1294-1303), della famiglia dei Caetani. Egli volle ribadire solennemente di fronte al mondo la preminenza pontificia. Grande clamore ebbe nel 1300 la proclamazione del giubileo, cioè un’indulgenza plenaria per coloro che visitassero le tombe degli apostoli, attirando a Roma un’immensa folla di pellegrini che si risolse in una grande celebrazione della Chiesa romana. Le dottrine che animavano il papa si espressero in occasione dello scontro con Filippo IV di Francia, detto Il Bello, per questioni fiscali. In breve tempo, lo scontro passò sul piano dell’ideologia e del rapporto tra autorità religiosa e civile.
Le posizioni pontificie trovarono espressione nella bolla Ausculta fili del 1301 e l’anno dopo nell’Unam Sanctam che ribadiva la subordinazione del potere civile a quello religioso. Ma i fatti dimostrarono quanto queste affermazioni fossero anacronistiche. Contro il papa e accanto al re si schierarono gli “stati generali” di Francia, convocati per la prima volta (1302) a esprimere il consenso della nazione intera al suo sovrano. Numerosi giuristi teorizzarono l’autonomia dell’autorità regia rispetto a quella pontificia. Bonifacio VIII dovette subire anche l’umiliazione di un arresto (schiaffo di Anagni). Il papa fu liberato da una sommossa popolare e morì poco dopo. Il suo successore trasferì la sede pontificia ad Avignone. Le aspirazioni di potere temporale del papato ne uscirono drasticamente ridimensionate.
L’ideologia imperiale
L’impero aveva sofferto nella seconda metà del XIII secolo una grave crisi interna ed esterna. Conservava, tuttavia, l’idea della necessità di una superiore autorità civile, garanzia di pace e giustizia, unica per tutti i cristiani e autonoma rispetto all’autorità pontificia. Portatore di queste idee fu Dante Alighieri nel suo De Monarchia, composto intorno al 1313, in concomitanza con la discesa in Italia dell’imperatore Enrico VII di Lussemburgo. Egli, con il progetto di restaurare l’autorità imperiale, si era proposto la pacificazione della penisola. Dante affermava la necessità di una monarchia universale come condizione necessaria per una pacificazione effettiva. Un potere civile che Dante vedeva provenire direttamente da Dio.
Marsilio da Padova e la sovranità popolare
Anche dopo il fallimento della spedizione di Enrico VII l’idea imperiale non perse vigore. Essa anzi trasse nuova forza nella rinnovata contesa con il papato dallo sviluppo di alcune dottrine che ribadivano con argomentazioni nuove l’emancipazione dell’autorità civile da quella religiosa e la fondavano sull’embrionale principio della sovranità popolare. Così sostennero il francescano inglese Guglielmo d’Occam (1280-1349) e soprattutto Marsilio da Padova (1280-1343). Quest’ultimo affermava che la sovranità apparteneva al popolo (o meglio a coloro che possedevano i diritti politici, siamo ancora lontani dall’idea di democrazia) e che la sovranità stessa non derivava da investiture divine o da legittimazioni religiose.
Queste dottrine furono utilizzate in ambito imperiale durante i contrasti con il papato avignonese e l’imperatore Ludovico il Bavaro (1314-47), presso il quale si erano rifugiati Marsilio e d’Occam dopo la condanna delle loro opere. Tali dottrine aprirono la strada al riconoscimento della legittimità di altri poteri che avessero analogo fondamento nel consenso popolare. Inoltre, l’impero di avviava a diventare un organismo politico sempre più esclusivamente tedesco. E sempre più stridente si faceva il contrasto tra questa sua connotazione nazionale e le pretese dell’ideologia universalistica imperiale.
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