L’Esposizione Universale di Vienna del 1873 rappresentò uno dei più ambiziosi eventi internazionali del XIX secolo, concepito per celebrare il progresso industriale, scientifico e culturale dell’Europa e del mondo. Organizzata nel cuore dell’Impero austro-ungarico, la manifestazione trasformò Vienna in un centro globale di innovazione e scambio, attirando espositori e visitatori da numerosi paesi. L’esposizione si inserì in un contesto storico segnato da profonde trasformazioni economiche e sociali, riflettendo tanto le aspirazioni di modernità dell’epoca quanto le sue contraddizioni.
1873: l’anno in cui il mondo scoprì Vienna

Nel 1873 Vienna ospitò la quinta Esposizione Universale, la prima a non tenersi a Parigi o a Londra. L’evento si sarebbe rivelato un disastro economico, ma proiettò la città sul Danubio a livello mondiale ed ebbe un impatto importante sulla sua trasformazione in una città moderna. L’area espositiva si trovava nell’immenso parco Prater, un’ex riserva di caccia imperiale ceduta alla capitale un secolo prima. Il giorno dell’inaugurazione, il 1 maggio 1873, era stata completata solamente una metà del recinto e l’unico padiglione operativo era quello tedesco. Inoltre, le forti piogge dei giorni precedenti allagarono l’area e crearono un grande ingorgo nelle vie per raggiungere l’evento. Le cronache dei primi giorni di apertura ci narrano di pochi visitatori ma di molti operai, di uno stato deplorevole della mostra a causa della sua incompiutezza.
Altre calamità resero funesta la quinta Esposizione Universale, che si concluse il 2 novembre, come una crisi del mercato azionario di Vienna a maggio e un’epidemia di colera ad agosto. Il prezzo del biglietto era elevato, tanto che i venti milioni di visitatori previsti si ridussero a poco più di sette milioni. Tuttavia, l’Esposizione Universale fu un grande evento. L’impero austro-ungarico era nato solo sei anni prima e la mostra fu una vetrina propagandista ideale per mostrare il potere del rifondato impero. L’esposizione, la cui realizzazione richiese un investimento di 19 milioni di fiorini, lasciò nelle casse dell’impero un enorme buco di 15 milioni. Eppure essa è ancora ricordata come un evento cruciale per la modernizzazione dell’Austria e di Vienna e come una vetrina delle diversità presenti nel mondo, nonostante i pregiudizi eurocentrici e colonialisti dell’epoca.
Vienna, una città nuova

L’esposizione servì anche a presentare al mondo il nuovo volto della capitale austriaca. Nel 1857 le autorità abbatterono le mura cittadine per realizzare la Ringstrasse, un grande viale ad anello lungo il quale sorsero edifici di carattere monumentale. Tra questi il Teatro dell’Opera, il Municipio e l’Hotel Imperiale.Per l’occasione la città fu dotata anche di sei nuove stazioni ferroviarie. Fu costruito un acquedotto gigantesco lungo 90 km per portare l’acqua dalle Alpi, sperando di riuscire a prevenire le epidemie causate dall’approvvigionamento del Danubio. Allo stesso tempo, l’Esposizione Universale fu occasione di incontro per i capi di stato. Oltre all’imperatore d’Austria Francesco Giuseppe, che fu presente alla mostra ben 48 volte, l’evento vide l’arrivo di una trentina di teste coronate, dallo zar di Russia Alessandro II al kaiser tedesco Guglielmo II, dal re d’Italia Vittorio Emanuele II allo scià di Persia. Verso quest’ultimo, l’imperatore Francesco Giuseppe si pentì del suo invito. Il monarca persiano insieme a parte della sua corte alloggiò dei castelli di Laxenburg dove la delegazione orientale causò tali ingenti danni alle decorazioni e al mobilio che l’edifico dovette essere ristrutturato.
Con una superficie di sedici ettari, l’Esposizione Universale di Vienna del 1873 superava l’estensione di quella precedente tenutasi a Parigi nel 1867. Lo spazio era dominato dalla Rotonda, una costruzione enorme coronata dalla cupola più grande del mondo per l’epoca, grazie ai suoi 108 metri di diametro e 84 metri di altezza. Nonostante fosse costituita da mille tonnellate di acciaio, lamiera, legno e gesso le infiltrazioni d’acqua la resero un disastro. Al suo interno potevano sostare 27 mila persone contemporaneamente. La Rotonda rimase l’unico edificio a non essere abbattuto dopo la conclusione dell’esposizione e restò in piedi fino al 1937, quando un incendio la distrusse.
I primati dell’Esposizione Universale di Vienna: le donne e i Paesi extraeuropei

L’Esposizione Universale di Vienna del 1873 era caratterizzata dal motto “Kultur und Erziehung” (cultura e istruzione) e un totale di 194 padiglioni. L’intento, come nel caso delle quattro edizioni precedenti, era quello di presentare al grande pubblico gli ultimi sviluppi tecnici e tecnologici di ogni Paese. Per questo motivo, l’edificio dedicato ai macchinari industriali era lungo ben 800 metri per una superficie di 70 mila metri quadrati. Rispetto alle edizioni precedenti, l’Esposizione Universale di Vienna del 1873 fu la prima a dedicare uno spazio al lavoro delle donne, inaugurando una tradizione che sarebbe stata mantenuta nelle mostre successive. Il diritto al lavoro femminile era una delle principali rivendicazioni sostenute in diversi Paesi alla fine del XIX secolo. La mostra viennese dedicò un padiglione specifico con l’esposizione di oltre mille oggetti creati e realizzati da donne. Nonostante ciò, si trattava di numeri piccolissimi se pensiamo che le donne rappresentavano solo il 4% dei 53mila espositori provenienti da trentacinque Paesi.
Un altro importante primato della Esposizione Universale di Vienna del 1873 fu il fatto di portare in mostra per la prima volta i Paesi extra europei come il Marocco, l’Egitto, la Tunisia, la Persia, l’impero Ottomano e il Siam (Thailandia), il Giappone. All’interno dell’area gli organizzatori crearono uno spazio dedicato, nel quale installarono un quartiere orientale con riproduzioni in scala reale di edifici considerati esotici dagli europei dell’epoca. Vi si trovavano padiglioni fantasiosi come quello egiziano che si presentava come un mix tra una moschea e un caffè. Per la prima volta gli Europei si stupirono di fronte a una mostra di ceramiche, sete e spade provenienti dalla Persia e del Nord Africa.
Lo scalpore del Giappone

Ma il padiglione che riscosse maggior successo fu quello giapponese. Il rinnovamento intrapreso dal Paese del Sol Levante nel 1867 pose fine a secoli di feudalesimo, chiusura e isolamento verso l’Occidente per presentarsi al mondo come un Paese completamente moderno. Il padiglione giapponese si presentava con un giardino, un santuario e una casa da tè. I prodotti e le opere d’arte provenienti da tutte le province vennero riprodotti in doppia copia: una copia fu inviata in Austria, mentre l’altra rimase in Giappone, destinata al futuro Museo Nazionale di Tokyo.
La rivoluzione della soia e l’Italia
Uno dei contributi più innovativi dell’Esposizione Universale di Vienna del 1873 fu l’introduzione dei semi di soia in Europa e nel resto del mondo. Presentata dalla delegazione giapponese, la leguminosa asiatica attecchì per la prima volta sul suolo europeo nei giardini del castello di Schönbrunn, allora sede dell’Università di Vienna. La pianta si adattò facilmente grazie alle cure del botanico Friedrich Haberlandt, considerato il padre della diffusione universale della soia. Lo scienziato austriaco considerava la soia come il legume con il maggior valore nutrizionale e il maggiore numero di usi alimentari. Lo presentò come la soluzione per il problema della fame nel mondo.
Tra gli espositori italiani ottenne un certo interesse il chimico ed enologo Antonio Carpenè che presentò al mondo il prosecco. Questa varietà di vino, realizzata a partire dal vitigno della glera, si produceva già da cinque anni. Alla mostra viennese debuttò su scala internazionale. Un debutto fortunato se si pensa che oggi il prosecco è il vino italiano più esportato all’estero.





