Gli Stati europei tra il XII e il XIII secolo

Gli Stati europei tra il XII e il XIII secolo

Tra il XII e il XIII secolo l’Europa visse una profonda trasformazione politica, economica e sociale. Dopo i secoli dell’alto medioevo, segnati da frammentazione e instabilità, iniziarono a delinearsi i primi Stati territoriali, con monarchie più solide, istituzioni amministrative permanenti e un crescente senso di appartenenza politica. Fu un periodo di espansione urbana, di rinnovamento culturale e di rafforzamento del potere regio, in cui il continente gettò le basi delle future nazioni europee.

Gli antecedenti

Le forze politiche e sociali prodotte dal moto di espansione in Occidente non trovarono possibilità di un’organizzazione unitaria nell’Impero. L’idea di un unico organismo politico che comprendesse tutta la Cristianità continuò a mantenere forza ma senza corrispondere a un’effettiva capacità di governo. Il Papato aveva acquisito potere e prestigio ma la monarchia pontificia non poté andare oltre un ruolo di orientamento e guida.

La società europea ebbe così forme di organizzazione politica particolari e diverse nei diversi Paesi. La loro legittimità e autonomia venne progressivamente riconosciuta, nonostante la perdurante idea dell’unità imperiale. Lo dimostra la formula allora in auge “rex in regno suo est imperator“.

La varietà di organismi politici in Europa

varietà di organismi politici in Europa
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La varietà di queste forme politiche fa assai ampia. Da un lato era molto forte l’aspirazione all’autonomia, condivisa da signori di diverso rango, dalle città e anche dalle comunità contadine. Dall’altro lato era sentita anche l’esigenza di un coordinamento fra i diversi organismi e di una loro organizzazione gerarchica. ciò rispondeva a un bisogno di difesa dai nemici, di mantenimento della pace e, di conseguenza, di uno sviluppo delle attività economiche. Si manifestava la tendenza alla costituzione di organismi territoriali più vasti e organizzati. Massima espressione di ciò fu la costituzione di federazioni e di leghe o il ricorso all’autorità superiore di principi e monarchi, anche se ciò comportava una minore autonomia.

A esprimere questa sorta di policentrismo fu la diffusione di contratti di tipo feudale fra signorie di diverso rango in tutte le formazioni politiche di questo periodo. In alcuni Paesi si formarono così monarchie feudali come in Francia, Inghilterra, il regno dei Normanni e degli Svevi nell’Italia meridionale, le monarchie iberiche. Si ebbe così una certa ricomposizione territoriale e integrazione politica. L’area imperiale, dal Baltico fino al nord Italia, fu invece caratterizzata da un maggiore particolarismo. Qui, la debolezza dell’impero e la forza delle compagini locali diedero minori risultati in termini di integrazione.

La Francia dei Capetingi

La Francia dei Capetingi
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Fra il X e l’XI secolo i Capetingi, pur titolari della dignità regia, non erano gli unici a detenere il potere. Accanto ai loro domini ne esistevano altri, assai estesi e potenti e di fatto autonomi. L’influenza diretta non si estendeva al di là dei domini diretti della corona. Ma a loro favore giocò  l’idea del carattere sacro della funzione regia. A dare man forte al loro potere ci furono una notevole estensione del demanio reale, l’uso dell’istituzione feudale, il favore regio nei confronti delle comunità urbane che ottennero ampie autonomie, il favore dei grandi ecclesiastici.

Intono alla metà del XII secolo i Plantageneti divennero i più potenti vassalli della monarchia francese. La casata discendeva da Goffredo conte d’Angiò detto il Plantageneto e da sua moglie Matilde, figlia del re d’Inghilterra e signora dei ducati di Normandia e Bretagna. Il figlio Enrico sposò nel 1152 Eleonora, signora d’Aquitania e del Poitou e nel 1154 ricevette anche la corona d’Inghilterra. Quello dei Plantageneti fu un dominio vastissimo che andava dalla Scozia ai Pirenei. Si trattava di un potere molto temuto dai Capetingi poiché Enrico aveva di fatto nelle mani la maggior parte del territorio francese.

Filippo Augusto

Contro la potenza dei Plantageneti si scontrò duramente il capetingio Filippo Augusto (1180-1223). Durante il suo regno aumentò notevolmente il territorio sottoposto al diretto controllo regio attraverso strategie matrimoniali. Decisivi furono gli acquisti a danno dei Plantageneti. Contro Giovanni Senza Terra, figlio di Enrico, venne intentato un processo per fellonia che si concluse con la privazione di tutti i suoi feudi, tranne l’Aquitania. Filippo conquistò la Normandia, la Bretagna, l’Angiò e il Maine.

La vittoria, sancita nella capitolazione di Rouen del 1204, fu poi definitivamente consolidata nel 1214 a Bouvines, dove Filippo riportò un netto successo contro la coalizione formata da Giovanni, dal conte di Boulogne, dai conti di Fiandra e dall’imperatore Ottone IV. Con la seguente capitolazione di Chinon (1214) la corona recuperò tutti i territori a nord della Loira. Alla morte di Filippo Augusto gli successe il figlio, Luigi VIII (1223-26).

I Capetingi nel sud della Francia. Luigi IX il Santo

Luigi IX il Santo
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Durante il breve regno di Luigi VIII ci furono importanti sviluppi nella Francia meridionale, dove da sempre vigeva una forte autonomia. La crociata contro gli albigesi (1209-11) aveva già fornito l’occasione per un intervento diretto dei Capetingi. Nel 1226 seguì la conquista di Luigi VIII di Avignone e della Linguadoca. Nel 1229, durante la reggenza di Bianca di Castiglia, madre di Luigi IX, il trattato di Parigi sancì la fine della crociata e l’acquisizione regia di alcuni beni del conte Raimondo VII di Toledo e cioè il ducato di Narbona e del Quercy. Altri possedimenti di Raimondo furono ereditati alla sua morte dal genero Alfonso di Poitiers, fratello di Luigi IX. Morto quest’ultimo, i domini finirono a far parte della corona.

La monarchia francese conobbe ulteriori successi con Luigi IX detto il Santo (1226-70). Nonostante le difficoltà, durante il suo lungo regno, la monarchia consolidò le conquiste e la supremazia raggiunta. Ciò soprattutto nei confronti della grande aristocrazia e in particolare nei confronti dei Plantageneti. Dopo una fallita rivolta feudale guidata da Enrico III d’Inghilterra, la pace di Parigi del 1259 segnò la definitiva cessione da parte dei Plantageneti della Normandia, del Maine, dell’Angiò, del Poitou. Enrico fu inoltre costretto a dichiararsi vassallo della corona francese per il possesso del ducato di Aquitania.

L’Inghilterra dei Plantageneti e la Magna Charta

L'Inghilterra dei Plantageneti e la Magna Charta

Sul finire dell’IX secolo, il regno di Inghilterra, sotto la guida di Guglielmo duca di Normandia, si era consolidato. Guglielmo mantenne l’antica organizzazione amministrativa del regno che si basava su una trentina di contee (shires). A loro volta, le contee erano suddivise in gruppi di villaggi, le centene, poste sotto il comando di sceriffi di nomina regia. A differenza di quanto accadde in Francia, gli sceriffi non riuscirono a trasformare la loro nomina in una signoria personale e dinastica.

Inoltre, Guglielmo introdusse quelle istituzioni feudali che avevano dato una buona prova in Normandia. I signori e i cavalieri titolari di concessioni feudali contribuivano a tenere sotto controllo la popolazione. A loro volta, essi erano sottoposti abbastanza rigidamente al sovrano.

Enrico II

L’autorità monarchica non uscì gravemente compromessa dall’interruzione della linea maschile, avvenuta in seguito alla morte senza figli maschi di Enrico I (1100-35). Il sovrano riuscì a far riconoscere la figlia Matilde, vedova dell’imperatore Enrico V e sposa in seconde nozze di Goffredo Plantageneto. Il figlio di Matilde e Goffredo, Enrico, fu incoronato re nel 1154. Enrico II (1154-89) e i suoi successori consolidarono e perfezionarono il sistema di governo del regno.

Le funzioni giudiziarie e di tesoreria erano molto sviluppate mentre nel campo della giustizia, l’influenza del diritto romano, favorì la tendenza al riordinamento del diritto consuetudinario (common law). Si avviò anche un processo di accentramento della giurisdizione. Nel 1164 la Costituzione di Clarendon limitò l’autonomia degli ecclesiastici nell’amministrazione della giustizia. Sorse un contrasto tra Enrico II e l’arcivescovo di Canterbury, Thomas Becket che, rifiutando questa imposizione, fu esiliato in Francia. Tornato in Inghilterra nel 1170 si scontrò nuovamente con il sovrano e fu assassinato nella sua cattedrale, destando scaldalo e clamore.

Da Riccardo Cuor di Leone alla Magna Charta

Il prestigio e la forza della monarchia inglese diminuirono con i figli di Enrico II. Riccardo Cuor di Leone (1189-99) fu spesso assente dal regno. Impegnato con le crociate, poi fatto prigioniero di ritorno dalla Terra Santa e, infine, impegnato in Francia nella guerra senza fortuna contro Filippo Augusto. Scarsa autorità ebbe poi Giovanni detto Senza Terra (1199-1216) che, con la sconfitta di Bouvines del 1214, perse tutti i possedimenti francesi a nord della Loira. I sacrifici imposti al Paese per il finanziamento delle guerre portarono a una rivolta dei baroni e dei grandi ecclesiastici. Nel 1215 Giovanni fu costretto a riconoscere le concessioni fatte in passato dai sovrani inglesi ai nobili agli ecclesiastici e a tutti i sudditi del regno.

Per tale motivo il documento fu chiamato Magna Charta (Grande carta delle libertà della Chiesa e del Regno di Inghilterra). Nel 1225 avvenne la redazione definitiva del testo, quando Enrico III dovette nuovamente concederla. La Magna Charta richiamava il sovrano all’obbligo di rispettare le antiche consuetudini nei confronti del nobili e del clero. Questo documento, rispetto agli altri, fu particolarmente importante perché affermava esplicitamente che il sovrano stesso era sottoposto alle leggi e per l’estensione a tutti gli uomini liberi dei privilegi concessi ai baroni.

Enrico III e l’origine delle istituzioni parlamentari

Enrico III e l'origine delle istituzioni parlamentari
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A Giovanni successe Enrico III (1216-72), che proseguì l’impegno militare del padre, anche se senza altrettanti successi. Enrico cerco di svuotare ed esautorare il potere della “curia baronale”, il primo embrione del futuro parlamento inglese. Per questo dotò di ampi poteri un consiglio privato di nomina regia. Il fiscalismo e l’autoritarismo di Enrico provocarono una rivolta dei baroni, sostenuti contro la corona dalla nobiltà minore e dalle principali città del regno. A capo della rivolta si pose Simone di Montfort, esponente di una nobile famiglia di origine francese. Enrico fu costretto a concedere le Provvisioni di Oxford (1258).

Esse istituivano un consiglio di 15 baroni per esercitare uno stabile controllo su diversi aspetti dell’amministrazione. Nel 1261 la ritrattazione da parte di Enrico III del giuramento provocò da parte dei baroni un’aperta insurrezione. Per la prima volta, accanto ai baroni, furono convocati “a parlamento” due cavalieri per ogni contea e due borghesi per ogni città libera. Simone di Monfort venne sconfitto e cadde in battaglia nel 1265 ma, ormai, lo sviluppo delle nuove istituzioni “parlamentari” era avviato.

La Reconquista e i regni cristiani della penisola iberica

La Reconquista
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Nella penisola iberica i processi di crescita e riorganizzazione della monarchia si svolsero assieme alla Reconquista. Con questo termine si intende la rioccupazione da parte dei cristiani dei territori dominati dai musulmani. Fu un’impresa di guerra e di ricolonizzazione, in un Paese che era in espansione demografica e che aveva bisogno di espandersi territorialmente. La Reconquista e il ripopolamento si svilupparono tra l’XI e il XIII secolo.

Una lenta controffensiva cristiana si organizzò nei primi decenni dell’XI secolo a partire dai due nuclei di resistenza che erano rimasti contro i musulmani e cioè uno Stato montanaro nel paese basco a occidente, mentre a oriente la contea di Barcellona. La controffensiva fu favorita dalla disgregazione del dominio islamico in una serie di piccoli regni.

I nuovi Stati cristiani

La riconquista cristiana non portò alla costituzione di uno stato unitario. Essa fu il frutto dell’iniziativa di dinastie locali e diede vita a una pluralità di organismi che via via inglobarono i nuovi territori. Dal regno basco di Léon, che occupava la regione tra il golfo di Biscaglia e i Pirenei, alla fine dell’XI secolo si staccò l’autonoma contea di Oporto (1139), nucleo del futuro regno di Portogallo. Dalla contea di Barcellona si era sviluppato, nella parte centrale della penisola, il regno di Navarra. La spinta offensiva cristiana fu ripresa da due organismi che derivarono dalla Navarra: il regno di Castiglia e il regno d’Aragona.

La prima fase della Reconquista, dal 1035 al 1065 circa,  vide l’iniziativa di Ferdinando I, re di Castiglia (dal 1037 anche re di Léon). Il suo successore Alfonso VI portò a compimento la conquista effettiva della valle dell’Ebro e dell’importante centro di Toledo, che divenne la nuova capitale castigliana. Questa prima fase fu frenata dall’arrivo degli Almoravidi, una dinastia berbera di musulmani rigoristi. Essi sconfissero e fermarono Alfonso VI.

La ripresa della Reconquista

Tuttavia, una seconda fase della Reconquista era pronta a partire. La valle del Duero era stata intensamente popolata e nel corso del XII secolo le città erano cresciute e avevano prosperato anche economicamente. Una crescita che rafforzava i regni cristiani. I centri riconquistati o di nuova fondazione ebbero speciali autonomie, soprattutto tramite i fueros, una sorta di statuti locali che prevedevano consigli municipali liberi dalla nobiltà. A fianco dei sovrani si vennero costituendo anche le cortes, assemblee che riunivano i rappresentanti delle città, della nobiltà e del clero ed esercitavano un certo controllo, soprattutto in materia fiscale. Dal punto di vista militare, la seconda fase della Reconquista ebbe inizio verso la fine del XII secolo. Ancora una volta l’impulso principale venne dalla Castiglia e si concretizzò nella grande vittoria cristiana di Las Navas de Tolosa nel 1212.

Nei trent’anni che seguirono i cristiani rioccuparono Cordova e Siviglia, fino ad arrivare alla Sierra Morena. Una forte spinta propulsiva mostrò anche il Portogallo che completò la conquista delle province orientali e meridionali, oltre all’Aragona. Gli Aragonesi conquistarono le Baleari e Valencia, spingendosi sempre più a sud lungo la costa. Quando questa spinta si arrestò nel 1270, in mano ai musulmani restava solo il regno di Granada. Assieme alla Reconquista nacque un ceto di piccoli nobili, gli hidalgos, discendenti dai cavalieri che avevano formato le milizie dei re cristiani.

L’area germanica

area germanica Hohenstaufen
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Anche i sovrani tedeschi, e gli Hohenstaufen in particolare, si proponevano il consolidamento delle istituzioni monarchiche in Germania. al pari degli altri sovrani europei, cercarono di utilizzare le risorse del feudo, di valorizzare la funzione pubblica del re e di aumentare i territori propri della dinastia. Ma l’impegno nella lotta contro il papato, contro i comuni italiani e nella politica meridionale e mediterranea non solo non aveva dato i risultati sperati ma aveva anche sottratto risorse importanti al rafforzamento dell’autorità imperiale.

La debolezza della funzione regia

Nell’area tedesca vigeva un sistema di feudi soggetti all’autorità imperiale. L’imperatore, però, di fatto, aveva dovuto fare notevoli concessioni ed era sempre più in difficoltà nel controllare il territorio. Nel 1235, a Magonza, l’imperatore Federico II aveva emanato una solenne Costituzione di pace imperiale per tutto l’impero che era rimasta quasi del tutto inapplicata. Di contro vi era stato, soprattutto con il Barbarossa, un aumento dei domini e del patrimonio degli Hohenstaufen, beni concentrati nelle regioni sud-occidentali della Germania. Da qui erano tratte ingenti risorse da destinare alla politica italiana e mediterranea.

La nobiltà accumulava concessioni di terre e diritti come riconoscimento della loro “sovranità territoriale”. Questo stato di cose trasformava l’imperatore in una sorta di “presidente di una confederazione di principi”, principi sia ecclesiastici che laici. Particolarmente importante fu il privilegio concesso ai maggiori signori che faceva divieto ai loro sudditi di appellarsi all’imperatore. Dopo la morte del figlio di Federico, Corrado IV (1254), il trono rimase vacante per quasi venti anni (periodo dell’interregno). Nel 1273 fu eletto Rodolfo I d’Asburgo ma solo perché ritenuto di scarso peso politico. Era ormai chiara la fine di una politica di impronta imperiale e l’abbandono di una politica statale tedesca a favore di strategie famigliari e dinastiche.

Le città, i contrasti con i principi, le Leghe

In Germania, le città acquistavano sempre più peso e importanza. Esse avevano conosciuto una notevole crescita nel periodo delle lotte fra guelfi e ghibellini e avevano ottenuto speciali concessioni e l’autogoverno. Particolarmente favoriti furono i centri che ottennero la condizione di città imperiale, cioè di immediata dipendenza dall’impero, o di città libera, non soggette alla signoria di altri principi territoriali.

Le città dovettero però contrastare la forza dei principi. L’impero da parte sua spesso appariva diffidente verso i centri urbani, restio ad accettare alleanze. Si rinnovarono i conflitti fra le città e i loro signori. Per contrastarli con maggiore efficacia, le città si riunirono in leghe.

Drang nach Osten

Drang nach Osten
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Un aspetto di grande importanza nella storia tedesca del XII e XIII secolo fu il movimento Drang nach Osten, l’espansione territoriale e la migrazione massiccia verso est. Questa ondata di contadini e coloni si riversò a oriente della linea Elba-Saale e lungo le coste del Baltico.  Vasta fu l’espansione anche nelle zone meridionali. Drang nach Osten fu sostenuto anche dagli ordini religiosi e cavallereschi dei Portaspada e dei Cavalieri teutonici, ampliò l’area di dominio e di influenza tedesca, spesso provocando conflitti con le popolazioni slave.

Lo stesso centro di gravità politica della Germania si spostò verso est. L’occupazione politica fu rafforzata da vate migrazioni di coloni tedeschi, fiamminghi e olandesi che diedero vita a insediamenti in zone ancora poco popolate. Nacquero così migliaia di villaggi e numerose città, rette secondo il diritto tedesco.

L’Italia: il mondo comunale e lo stato pontificio

L’Italia era caratterizzata da una marcata frammentazione politica, anche se non mancava il senso di una nazione unita, soprattutto verso il XII e XIII secolo. Ciò fu effetto della mancanza di un punto di riferimento politico, della forza perdurante dell’idea dell’impero e soprattutto della presenza del papato.

L’evoluzione dei comuni

Nell’Italia centro-settentrionale si erano affermati i comuni cittadini, con particolari caratteristiche rispetto al movimento comunale europeo. Fra la fine del XII e l’inizio del XIII secolo, i comuni avevano conosciuto una significativa evoluzione costituzionale. In conseguenza delle tensioni e degli scontri che agitavano l’aristocrazia dominante e che si ripercuotevano nella magistratura collegiale dei consoli, la suprema autorità del comune e i poteri che erano stati dei consoli vennero via via assegnati a dei podestà. Il podestà era una magistrato forestiero che restava in carica per un breve periodo di tempo per esercitare il suo ruolo con imparzialità.

L’affermazione del popolo

comuni italia centro settentrionale
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La conflittualità interna si accentuò anche per il peso crescente della “gente nuova”, estranea all’aristocrazia consolare dei milites e dei gruppi magnatizi della prima fase dei comuni. Erano artigiani e mercanti  oppure ceti sempre più abbienti provenienti dal contado. Grande sviluppo ebbero le arti e le corporazioni che raccoglievano coloro che svolgevano la medesima attività. Soprattutto, si svilupparono organismi detti “di popolo”, talora per semplice riunione delle arti e delle società di quartiere. Erano organismi di artigiani, mercanti, proprietari terrieri che diedero vita a forme di autogoverno che giunsero a costituire strutture parallele e antagoniste a quelle del comune.

Tali organismi erano dotati di consigli del popolo e di magistrati (capitano del popolo). Per popolo si intendeva principalmente la borghesia di artigiani, mercanti, notai, ricchi e influenti. Essi finirono spesso per avere un peso politico maggiore di quello degli antichi organismi di governo. Ad esempio, in alcune città si riconobbe la preminenza delle magistrature del popolo su quelle del comune. Altrove si affermò il cosiddetto comune delle arti, in cui la designazione dei maggiori magistrati municipali avveniva a opera delle corporazioni. In quasi tutti i comuni dell’Italia centro-settentrionale si affermò la preminenza dell’elemento popolare.

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Guelfi e ghibellini

Queste lotte si intrecciavano con altre fra diverse fazioni che facevano capo a famiglie o gruppi parentali che avevano una posizione di rilievo e che facevano riferimento al guelfismo e al ghibellinismo. Questi nomi erano ormai svuotati di contenuto ideologico, ma usati per stabilire alleanze con personaggi di altre città. Le lotte interne, infatti, si intrecciavano con quelle fra i diversi comuni. In queste lotte, i contendenti si ricollegavano ai due diversi partiti, tanto da dare origine a costellazioni di comuni di stampo guelfo o ghibellino. L’effetto di questa situazione fu la grande instabilità politica. I podestà si rivelarono incapaci di contenerle e disciplinarle. A partire dalla metà del XIII secolo si accentuarono sviluppi istituzionali in senso signorile od oligarchico.

La politica verso il contado

Proseguì tuttavia il consolidamento dell’influenza delle città e dell’autorità del comune sulle campagne circostanti. Ciò non solo per motivi politici e di difesa militare, ma anche perché le campagne erano l’indispensabile fonte di rifornimento alimentare, l’area dell’espansione della proprietà fondiaria urbana e il luogo di smercio dei prodotti cittadini. Contemporaneamente, i comuni organizzarono anche fuori della città l’amministrazione della giustizia, la riscossione delle tasse e il controllo del territorio. La conquista del contado rispondeva all’esigenza dei comuni di trasformarsi in Stati cittadini.

Lo Stato pontificio

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Il XIII secolo vide un rafforzamento dello Stato pontificio, anche se non poco era il timore dei papi verso le pressioni politiche e militari dell’impero sulle terre della Chiesa. Innocenzo III aveva indicato nell’esistenza di un vasto dominio territoriale il presupposto e la garanzia della libertà ecclesiastica. E quel dominio, sia egli che i suoi successori, cercarono di ampliare e consolidare. Le alterne vicende della lotta con Federico II e con il successore Manfredi rallentarono la definitiva acquisizione del ducato di Spoleto e della marca di Ancona, che tuttavia si realizzò pienamente con la sconfitta ghibellina di Benevento (1266). Poco dopo le rivendicazioni pontificie si estesero alla Romagna ed ebbero successo grazie alla crisi dell’autorità imperiale.

Contemporaneamente i papi cercarono di dar vita a un governo più efficace e diretto. I centri urbani rivendicavano ampia autonomia, quell’autonomia che anche i baroni volevano conservare. Si moltiplicarono allora gli interventi che mirarono a trasformare la supposta supremazia esercitata fino al XII secolo sul patrimonio pontificio in un dominio effettivo, esteso anche ai nuovi territori. Ai titolari di signorie e feudi e ai comuni si richiese obbedienza, si organizzò il territorio in province, governate da un preside o rettore, affiancato da giudici. Di fatto, però, signorie e comuni conservarono ampie prerogative. Ne furono espressione i Parlamenti provinciali, chiamati a deliberare soprattutto sulle imposizioni di tributi. I papi faticarono a esercitare la loro autorità sulla stessa città di Roma. Verso la fine del Duecento si succedettero sul soglio pontificio esponenti delle grandi famiglie romane (Orsini, Colonna, Caetani), coinvolgendo la Sede apostolica in lotte di fazioni e conflitti locali.

L’Italia meridionale tra Normanni e Svevi

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I domini normanni che si erano stabiliti in Italia meridionale e in Sicilia nel corso dell’XI secolo, si trovarono riuniti all’inizio del XII secolo nelle mani di Ruggero II (1113-1154). Egli ottenne dal Papato il titolo di re di Sicilia nel 1130. Si costituì così un forte organismo politico, capace di governare su tutta l’Italia meridionale e di volgersi con intenti espansionistici verso l’Africa settentrionale, i Balcani e l’oriente. Il regno si fondava su una robusta organizzazione feudale, che comprendeva il controllo del re sui baroni, e si appoggiava su una struttura di governo che faceva capo direttamente al sovrano.

Il risvolto negativo di questa politica normanna fu il rigido controllo della vita locale. Di fatto, la forte impronta feudale e il contenimento degli sviluppi urbani aumentavano la distanza tra il nord e il sud. Tuttavia, nel XII secolo il regno normanno fu il centro di una grandiosa civiltà per il confluire di tradizioni culturali differenti, in un clima di larga tolleranza.

Il dominio degli Svevi

Lo splendore del regno e l’autorevolezza della monarchia aumentarono ancora di più quando l’Italia meridionale passò sotto il dominio degli Svevi. Federico II, subito dopo la sua incoronazione (1220), da una parte compì una prima serie di interventi contro i feudatari, sottoponendoli a controllo e limitandone la potenza militare con la costruzione di una serie di fortezze regie. Dall’altra frenò l’invadenza dei mercanti pisani e genovesi e represse l’azione banditesca di residue comunità di saraceni, trasformandoli in fedeli soldati.

Una seconda serie di interventi fu messa in atto da Federico II dopo il ritorno dalla crociata, negli anni successivi all’accordo con il Papato (1230), intensificando il suo impegno di governo. Nel 1231 egli emanò le cosiddette Costituzioni di Melfi. Si trattava di un’ordinata e coerente raccolta di leggi, fortemente ispirate dalla dottrina giuridica romanistica e dalla tradizione di governo del regno normanno. Le costituzioni furono alla base dell’ordinamento legislativo meridionale per lunghi secoli.

Il governo di Federico II e l’avvento degli Angioini

Federico II continuò la sua opera di disciplinamento delle forze baronali e di costituzione di un articolato apparato di governo. Al centro esso faceva capo alla Magna regia curia, costituita da grandi ufficiali del regno già dall’età normanna, ma riorganizzata da Federico nelle sue competenze fiscali  e giudiziarie. Nelle diverse province operavano giustizieri regi nominati annualmente. Poi, i baiuli per l’amministrazione locale e i camerarii per l’amministrazione fiscale. Parallelamente, Federico II promosse una serie di iniziative per sostenere l’economia del regno. Tuttavia, queste azioni mirarono più ad aumentare le finanze regie che a sollecitare lo sviluppo produttivo. Anzi, la forte pressione fiscale finì per paralizzare i ceti mercantili, artigiani e lo sviluppo delle città.

Dopo la morte di Federico II (1250) e alcuni anni di crisi, assunse la corona suo figlio Manfredi (1258). Egli fu autore di un governo energico e di efficaci interventi nella politica italiana e mediterranea. Ma l’ostilità pontificia contro gli Svevi culminò nel 1263 con la concessione della Sicilia in feudo a Carlo d’Angiò (signore della Provenza e di varie terre nel sud del Piemonte). Da qui partì la conquista angioina. Nella battaglia di Benevento (1266) lo stesso Manfredi fu ucciso. Ciò, oltre a rafforzare enormemente il partito guelfo, impresse una svolta profonda nella storia dell’Italia meridionale.

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