Tra gl ultimi decenni del XV secolo e gli inizi del XVI la situazione politica dell’Europa e del Mediterraneo è in rapida evoluzione. Uscite da un prolungato stato di guerra e di lotte civili, le monarchie di Francia, Inghilterra e Spagna affermano la propria autorità all’interno e manifestano una nuova forza espansiva verso l’esterno. Nelle vicende dell’epoca, soprattutto in Italia, gioca un ruolo di secondo piano l’Impero germanico, incapace di darsi un assetto unitario, nonostante gli sforzi compiuti in questa direzione da Massimiliano I. Sempre più minacciosa incombe a oriente la potenza ottomana.
L’ascesa delle monarchie nazionali
All’inizio del XVI secolo l’Europa fu attraversata da un profondo processo di trasformazione politica: l’ascesa delle monarchie nazionali. In diversi paesi i sovrani rafforzarono progressivamente il proprio potere, riducendo l’autonomia della nobiltà feudale e delle istituzioni locali. Stati come Francia, Spagna e Inghilterra svilupparono amministrazioni più centralizzate, eserciti permanenti e sistemi fiscali più efficienti, ponendo le basi degli Stati moderni.
Carlo VIII e Luigi XII re di Francia

Dopo Luigi XI re di Francia (1461-83) la ricostruzione del territorio della corona contro i grandi signori feudali fu proseguita dal figlio e successore Carlo VIII (1483-98) che nel 1491 contese con successo all’imperatore Massimiliano I la mano della duchessa Anna di Bretagna, assicurandosi così il possesso di questa provincia. Il conflitto con Massimiliano per l’eredità borgognona fu risolto nel 1493 con la pace di Senlis, che assegnava la Borgogna alla Francia, ma lasciava all’Asburgo la Franca Contea e l’Artois. Questo sacrificio mirava a creare le condizioni internazionali favorevoli per il disegno che più stava a cuore a Carlo: la rivendicazione del Regno di Napoli, sulla base dei diritti ereditati dagli Angiò.
La tendenza all’accentramento del potere nelle mani del re, già inaugurata dai loro predecessori, continuò anche sotto Carlo VIII e Luigi XII. Si rafforzò l’amministrazione finanziaria, crebbe l’autorità del Consiglio del re mentre si riunirono con sempre minore frequenza gli Stati Generali. Si affermarono in ambito giudiziario l’azione del Gran Consiglio e quella dei Parlamenti. Fu grandemente potenziato l’esercito. Nei confronti del Papato furono fatti valere i privilegi della Chiesa gallicana. Tuttavia, non dobbiamo pensare che già nel Cinquecento la monarchia francese esercitasse un’autorità assoluta e uniforme su tutto il territorio nazionale. I grandi feudatari mantenevano un consistente potere locale. Le province di recente annessione conservavano le loro istituzioni che contrattavano con la Corona. Le città conservavano le loro forme di autogoverno e la legislazione regia regolava solo alcune materie, mentre per il resto vigeva un diritto consuetudinario diverso da luogo a luogo.
Ferdinando II d’Aragona e Isabella di Castiglia

Ferdinando d’Aragona, nato nel 1451, trascorse la sua giovinezza accanto al padre Giovanni II, duramente impegnato nella repressione di una rivolta esplosa in Catalogna (1461-72). Nel 1469 ebbe luogo il suo matrimonio con Isabella, sorellastra del re di Castiglia Enrico IV, che era sostenuta da una fazione nobiliare contraria alla successione della figlia del re Giovanna, sospetta di illegittimità. Alla morte del padre nel 1474, quest’ultima sposò il re del Portogallo Alfonso V e sostenne contro la rivale una lunga guerra. Nel 1479 morì Giovanni II e iniziò il regno congiunto di Ferdinando e Isabella. Ma l’Aragona e la Castiglia mantennero istituzioni e leggi separate, ma il loro accordo rese possibile il perseguimento di obiettivi comuni.
L’affermazione del potere regio in Castiglia
Per quanto riguarda la politica interna, alla Castiglia, più ricca e popolosa, furono riservate le maggiori cure di governo. L’anarchia feudale e il banditismo furono efficacemente repressi con la riorganizzazione della Santa Hermandad, una confederazione di città che svolgeva funzioni di polizia. L’amministrazione delle città venne posta sotto tutela con la nomina di funzionari regi, i corregidores. Le cortes (rappresentanti del clero, della nobiltà e delle città) furono convocate di rado e indotte ad approvare le richieste finanziarie della corona. La sottomissione della nobiltà fu agevolata dalla politica di concessioni e favori. Le tre province che componevano il regno d’Aragona (Aragona, Catalogna e Valenza) mantennero inalterati i loro privilegi e le proprie autonomie, custodite da cortes assai più efficienti e attive di quelle castigliane. Poiché Ferdinando risiedeva in Castiglia, anche in Aragona venne nominato un vicerè e nel 1494 si istituì anche un Consiglio d’Aragona.
I re cattolici e l’espansione della Spagna
Il principale elemento comune tra il regno di Castiglia e il regno d’Aragona era la tradizione della reconquista, la guerra contro i mori e l’intransigente difesa dell’ortodossia religiosa. L’Inquisizione spagnola, creata nel 1478 e sottoposta all’autorità regia, era l’unico organo la cui giurisdizione si estendesse uniformemente alla Castiglia e all’Aragona. Il 1492, anno del primo viaggio di Cristoforo Colombo nelle Americhe, segnò due altri avvenimenti di grande rilievo, entrambi nel segno della fede cattolica. La conquista di Granata, l’ultimo califfato musulmano esistente nella penisola iberica, e l’espulsione degli ebrei. Poco dopo anche i mori che rifiutavano la conversione al cristianesimo furono costretti a emigrare.
La nascente monarchia spagnola si privava così di molte forze economicamente attive, ma saldava la propria unità religiosa, simboleggiata dal conferimento a Ferdinando e Isabella del titolo di “re cattolici” da parte del papa nel 1494. La morte di Isabella nel 1504 aprì in Castiglia una crisi dinastica, giacché il trono sarebbe dovuto andare alla figlia dei re cattolici, Giovanna, che aveva sposato Filippo D’Asburgo. Ma la precoce scomparsa di quest’ultimo nel 1506 e la conseguente pazzia di Giovanna permisero a Ferdinando di riprendere le redini del potere, che tenne fino alla sua morte nel 1516.
Enrico VII Tudor

Nella seconda metà del Quattrocento, la nobiltà inglese si era dissanguata nelle lotte intestine note come guerre delle due rose che aprirono la strada del trono a Enrico Tudor. Enrico VII consolidò gradualmente il proprio potere amministrando oculatamente le finanze e rafforzando gli organi centrali del governo regio. Il Consiglio della corona era composto da un piccolo numero di uomini fidati ed estranei all’alta nobiltà. Poi vi erano i Consigli del Nord e del Galles, il tribunale della Camera Stellata, la cui giurisdizione si estendeva a tutti i casi non contemplati dal diritto consuetudinario (common law) e in particolare ai reati di natura politica. Le convocazioni del Parlamento invece avvennero raramente. Benché priva di un esercito permanente e con una burocrazia regia assai meno sviluppata, anche l’Inghilterra agli inizi del Cinquecento pareva dunque avviata verso la costruzione di uno Stato forte.
L’impero al tempo di Massimiliano I d’Asburgo

Alla morte di Federico III d’Asburgo (1493) l’Impero germanico rimaneva un coacervo ingovernabile di Stati territoriali, principati ecclesiastici, libere città, feudi, popoli e lingue diverse. Anche limitandosi all’ambito prettamente tedesco, molto forti erano i contrasti tra le aree più urbanizzate e più sviluppate e le aree interne massicciamente rurali e legate a un modo di vita ancora medievale. A complicare la situazione si aggiunse la duplice qualità del sovrano che reggeva a titolo ereditario gli Stati della casa d’Asburgo (Alta e Bassa Austria, Stiria, Carinzia, Carniola), mentre doveva la dignità imperiale alla designazione della Dieta composta dai sette grandi elettori (re di Boemia, principi di Sassonia, di Brandeburgo, del Palatinato, vescovi di Magonza, Treviri e Colonia). A questo gruppo ristretto si contrapponeva la Dieta allargata a tutti gli ordini dell’Impero, che comprendeva di diritto sei elettori, 120 prelati, 30 principi laici, 140 feudatari e i rappresentanti di 85 città.
Massimiliano I d’Asburgo

La personalità di Massimiliano I (1493-1519), figlio di Federico III, faceva sperare per l’Impero germanico un futuro migliore. Colto e a suo agio con la gente del popolo così come con i nobili, appassionato di magia e occultismo, protettore di letterati e artisti, Massimiliano incarna come poche altre figure un’epoca di transizione tra Medioevo e Rinascimento. Nonostante i suoi fallimenti, fu tra i maggiori artefici della grandezza della sua casata. Al titolo imperiale, Massimiliano giungeva dopo anni di lotte con i Valois per la spartizione dei domini borgognoni. Ottenuta nel 1477 la mano di Maria di Borgogna, figlia di Carlo il Temerario, sconfisse i francesi nel 1479. Tuttavia, nel 1482 dovette sottoscrivere un accordo con Luigi XI per consegnare alla Francia la Borgogna e l’Artois, mentre la sovranità sui Paesi Bassi sarebbe spettata al figlio di Massimiliano e Maria, Filippo. Massimiliano, che esercitava la reggenza in suo nome, dovette fronteggiare lo spirito di indipendenza degli Stati delle Fiandre e del Brabante, oltre alle mire espansionistiche della Francia.
Nel 1493, infine, la pace di Senlis gli riconobbe il possesso dell’Artois e della Franca Contea, mentre Filippo, detto Il Bello, ottenne l’emancipazione e il titolo di principe dei Paesi Bassi. Dal matrimonio di quest’ultimo con Giovanna, figlia dei re cattolici Ferdinando d’Aragona e Isabella di Castiglia, sarebbe nato da lì a pochi anni il futuro Carlo V. Ugualmente fortunati erano stati gli sviluppi nella parte orientale dell’Impero. Il re d’Ungheria Mattia Corvino, che aveva occupato gran parte della Boemia e dell’Austria, compresa la stessa Vienna, era morto nel 1490 senza lasciare eredi legittimi. Mentre la corona d’Ungheria toccava a Ladislao VII Jagellone, già re di Boemia, gli Asburgo poterono quindi rientrare in possesso dei loro Stati, a cui si aggiunse il Tirolo e la contea di Gorizia.
La Dieta imperiale di Worms
Gli Stati ereditari asburgici non erano tuttavia una base sufficiente per supportare i grandiosi progetti di Massimiliano che comprendevano l’organizzazione di una crociata contro i turchi e la riaffermazione della potenza imperiale in Italia. Bisognava convincere i principi e le città della Germania a riconoscere la sua autorità e a fornirgli i mezzi necessari. Alla Dieta imperiale di Worms del 1495 tale disegno si scontrò però con la volontà dei ceti tedeschi di dar vita a una costituzione di tipo federale.
Il compromesso alla fine raggiunto prevedeva la creazione di un tribunale imperiale e di un consiglio composto da 17 membri. Il versamento all’imperatore di un “soldo comune” sarebbe stato subordinato all’approvazione annuale della Dieta. Il sistema, in realtà, si dimostrò incapace di funzionare e il soldo comune cessò ben presto di essere pagato.
L’espansione della potenza ottomana
La presa di Costantinopoli nel 1453 aveva dato alla potenza ottomana una dimensione imperiale e aveva segnato l’avvio di una grande ondata espansiva. Con una serie di campagne militari Maometto II (1451-81) completò la conquista della Grecia e dell’Anatolia e sottomise gran parte della penisola balcanica. Per la prima volta anche gli Stati italiani sentirono da vicino il pericolo turco. Venezia, che sostenne con gli ottomani una guerra durata sedici anni, non riuscì a difendere l’Eubea e non potè impedire le loro scorrerie in Friuli e fino al Piave. Nel 1480 una flotta ottomana si impadronì di Otranto. Nel 1499 gli avamposti veneziani in Albania e Grecia caddero preda del nuovo sultano Bayezid II (1481-1512).
Il conflitto con l’Impero persiano

Ma l’apogeo della potenza ottomana avvenne sotto i sovrani successivi Selim I (1512-20) e Solimano il Magnifico (1520-66). Selim dovette in un primo tempo fronteggiare la minaccia rappresentata dall’impero persiano, ricostituito sotto la dinastia safavide. Questa stirpe, da due secoli a capo di una sorta di ordine religioso militare dell’Azerbaigiàn, professava la dottrina sciita. Era una corrente islamica minoritaria che si richiamava alla figura di Alì, cugino e genero di Maometto, e proclamava la sacralità degli imam da lui discendenti.
Shah Ismail, subentrato nel 1499, a soli 14 anni, nella guida della stirpe, aveva esteso in poco tempo il suo dominio fino al Golfo Persico, a sud, e fino al Khorasan a est. Preoccupato da questi successi e dalle possibili ripercussioni della propaganda sciita, Selim I fece massacrare a migliaia i propri sudditi sciiti e mosse contro Ismail con un grande esercito. Riportò a Cialdiran (1514) una schiacciante vittoria. Gli ottomani tuttavia non sfruttarono il momento favorevole e si limitarono ad annettersi l’Armenia e il Kurdistan. L’impero degli scià poté così sopravvivere, fino a toccare il suo apogeo sotto Abbas il Grande (1587-1629).
La conquista di Mecca e Medina
Assicuratesi le spalle a oriente, Selim I rivolse la sua attenzione al Mediterraneo e nel giro di due anni (1516-17) sottomise la Siria e l’Egitto, abbattendo il regime mamelucco che governava in quei territori dal XIII secolo. Tale conquista ebbe grande importanza non solo dal punto di vista economico, perché ai porti della Siria e dell’Egitto facevano capo le carovane che trasportavano le spezie e le sete orientali giunte attraverso il Golfo Persico e il mar Rosso. Ma anche dal punto di vista religioso e morale, perché dall’Egitto dipendevano le città sacre di Medina e La Mecca. Il sultano di Costantinopoli diveniva così il capo riconosciuto di tutto l’Islam sunnita, cui guardavano come a un protettore anche gli Stati barbareschi della costa nordafricana. E al continuo rafforzamento della marina da guerra ottomana fece riscontro l’intensificarsi della guerra di corsa praticata dai bey tunisini e algerini, primo fra tutti Khayr ad-Din detto Barbarossa, un greco convertito alla fede musulmana e divenuto nel 1516 signore di Algeri.
I caratteri dell’impero ottomano
Il successore di Selim, Solimano il Magnifico, estese ancora la sovranità del governo di Costantinopoli a sud fino allo Yemen e ad Aden, a nord fino a Buda. Giunse nel 1529, come vedremo, ad assediare la stessa Vienna. Comprese le propaggini nordafricane, l’impero ottomano contava intorno al 1530 oltre trenta milioni di abitanti, gran parte dei quali erano cristiani (appartenenti alle Chiese romana, greca e armena) o ebrei (compresi molti tra quelli espulsi dalla Spagna nel 1492). Nella stessa Istanbul, poco più di metà dei 400000 abitanti erano musulmani.
La pacifica convivenza di razze e religioni diverse era infatti una caratteristica della civiltà islamica. L’unica discriminazione a danno dei non musulmani era il pagamento di una tassa speciale. Fondamentale fu anzi il contributo dei sudditi cristiani al rafforzamento del regime ottomano attraverso il sistema detto devshirme. Si trattava di una sorta di leva forzata di bambini che venivano educati nella fede musulmana e addestrati per il servizio di corte, come paggi, o per formare il corpo dei giannizzeri, la famosa e temutissima fanteria scelta ottomana.
Le prime guerre per la supremazia in Italia

In Italia la pace di Lodi del 1454 aveva sancito un equilibrio tra i maggiori Stati regionali (Repubbliche di Venezia e Firenze, Ducato di Milano, Stato della Chiesa, Regno di Napoli) che, pur attraverso conflitti e congiure interne, durò sostanzialmente fino all’ultimo decennio del secolo. Nel 1492 scomparvero due dei protagonisti di quella fase politica: papa Innocenzo VIII, cui succedette lo spagnolo Rodrigo Borgia col nome di Alessandro VI (1492-1503), uomo di vita scandalosa la cui maggiore preoccupazione fu quella di ingrandire la propria famiglia, e soprattutto Lorenzo de’ Medici, considerato per la sua abilità e il suo prestigio l’ago della bilancia dell’equilibrio italiano.
La stabilità della penisola era inoltre minacciata dalle mire espansionistiche di Venezia, che aveva mosso guerra contro Ferrara nel 1481-84 e si era impadronita di Rovigo e del Polesine, e dalle ambizioni del signore di Milano Ludovico Sforza (detto il Moro), che puntava a consolidare il potere usurpato al nipote Gian Galeazzo.
La discesa di Carlo VIII in Italia

Il re di Francia Carlo VIII intendeva far valere sul Regno di Napoli i diritti che gli derivavano dalla discendenza angioina. Per preparare le condizioni internazionali favorevoli all’impresa aveva firmato nel 1493 la pace di Senlis con l’Impero e aveva ceduto alla Spagna alcune province di confine. Incoraggiamenti e aiuti gli vennero anche da Venezia e da Milano, per motivi diversi desiderosi di vedere umiliato Ferrante d’Aragona, il re di Napoli (1459-94).
Nell’agosto 1494 Carlo passò le Alpi con un forte esercito. Ludovico Sforza subito ne approfittò per sbarazzarsi del nipote e proclamarsi ufficialmente duca di Milano. Piero de’ Medici, l’inetto successore di Lorenzo il Magnifico, cedette a tutte le richieste del re di Francia e gli consegnò Pisa, che da tempo mordeva il giogo fiorentino, Sarzana e Livorno. Sdegnati, i fiorentini cacciarono Piero dalla città.
A Roma Alessandro VI lo accolse con tutti gli onori. Nel febbraio 1495, quasi senza incontrare resistenza, Carlo entrò a Napoli, accolto come un liberatore dai nobili, che pochi anni prima si erano sollevati contro l’Aragonese. Solo allora gli Stati italiani si resero conto del comune pericolo. A fine marzo era stipulata a Venezia una Lega che comprendeva, oltre alla Serenissima, Milano, Firenze, lo Stato pontificio, la Spagna e l’Impero.
La Lega antifrancese
Nel maggio 1495 Carlo VIII, lasciati nel Regno di Napoli alcuni presidi, prese la via del ritorno. L’esercito della Lega, costituito per il grosso da truppe al servizio di Venezia, cercò invano di chiudergli il passo in uno scontro dall’esito incerto che si svolse presso Fornovo (6 luglio). Intanto Ferdinando II d’Aragona (1495-96), nipote di Ferdinando I, riusciva a recuperare il Regno con l’appoggio degli spagnoli e dei veneziani. L’impresa di Carlo VIII si chiudeva con un nulla di fatto, ma aveva comunque mostrato la fragilità dell’assetto politico italiano e aperto la via a successive invasioni.
La riforma di Gerolamo Savonarola a Firenze

I contraccolpi dell’invasione furono sensibili soprattutto in Toscana. Pisa, imitata da altre città suddite, si rifiutò di tornare sotto il dominio fiorentino e difenderà ostinatamente la riconquistata libertà contro Firenze fino al 1509. Nella stessa Firenze, la lotta politica tra le varie fazioni, medicea e antimedicea, minacciava di degenerare in guerra civile. In questa situazione grande successo ebbe la predicazione di un frate domenicano, Gerolamo Savonarola, che in toni apocalittici si scagliava contro la corruzione della Chiesa e del secolo e invocava una riforma costituzionale e morale destinata a fare di Firenze la nuova Gerusalemme, il centro propulsore di una rigenerazione universale.
I seguaci di Savonarola, detti piagnoni, imposero l’adozione di un sistema di governo democratico, il cui perno fu l’istituzione di un Consiglio grande composto di circa 3000 cittadini. Ma l’ostilità del papa, che nel 1497 giunse a scomunicare il frate, e il malcontento delle famiglie più ragguardevoli portarono presto alla fine di questa esperienza. Nel 1498 Savonarola venne processato e giustiziato. Il Consiglio maggiore rimase, ma il governo di Firenze tornò ad assumere gradualmente una forma oligarchica, soprattutto dopo la trasformazione della carica di gonfaloniere in una carica vitalizia.
Luigi XII conquista Milano, il Trattato di Granada e Cesare Borgia
Venezia, nel frattempo, non desisteva dai suoi disegni egemonici. Non contenta di aver sobillato la rivolta di Pisa e di aver occupato alcuni porti delle Puglie, approfittando delle difficoltà politiche e finanziarie del nuovo re di Napoli, Ferrante detto Ferrandino, nell’aprile 1498 concluse con Luigi XII di Francia, appena succeduto a Carlo VIII, un trattato d’alleanza che prevedeva la consegna alla repubblica di Cremona e della Ghiara d’Adda in cambio dell’appoggio veneziano alla conquista dello Stato di Milano, su cui l’Orléans accampava pretese dinastiche giustificate con la sua discendenza da una Visconti. La spedizione fu organizzata nel 1499 e si concluse rapidamente con l’occupazione francese di Milano. Ludovico il Moro, dopo uno sfortunato tentativo di riconquistare il ducato, fu portato prigioniero in Francia.
Francesi e spagnoli si accordarono, col Trattato di Granada del 1500, per spartirsi il Regno di Napoli, che venne facilmente conquistato. Ma l’accordo tra gli invasori non durò a lungo. La sorte delle armi fu favorevole alla Spagna, che nel 1503 rimase unica padrona del Mezzogiorno d’Italia, come già lo era di Sicilia e Sardegna. Negli stessi anni si sviluppava il progetto di Cesare Borgia, un figlio naturale del pontefice Alessandro VI, di ritagliarsi un dominio personale nella Romagna e nelle Marche eliminando i vari signori e tirannelli che pullulavano in quelle regioni, solo nominalmente soggette al papa. La morte di Alessandro VI, che naturalmente aveva sostenuto il progetto del figlio e gli aveva procurato anche l’appoggio del re di Francia, fece abortire l’impresa (1503), non prima però che i veneziani si insediassero a loro volta a Rimini e Faenza.
La guerra della Lega di Cambrai

Il nuovo papa Giulio II (1503-12), non più sensibile dei predecessori alle preoccupazioni religiose, era però di tempra più vigorosa e animato dal proposito di restaurare il dominio temporale della Chiesa. Da un lato egli riprese per proprio conto i metodi del Borgia, organizzando spedizioni militari contro i signori di Perugia, Bologna e di altre terre, dall’altro intimò a Venezia lo sgombero dalla Romagna. Di fronte al rifiuto della Serenissima repubblica, il pontefice si fece promotore di un’alleanza antiveneziana, che fu firmata a Cambrai alla fine del 1508 dai rappresentanti dell’imperatore Massimiliano (che desiderava vendicare le sconfitte subite lo stesso anno in Friuli), del re di Francia e del re di Spagna, che intendevano recuperare rispettivamente la Lombardia veneta e i porti delle Puglie.
Il 14 maggio 1509 l’esercito veneziano fu duramente sconfitto da quello francese ad Agnadello, presso Crema. I francesi si fermarono sulla linea del Mincio, ma le città della terraferma veneta, le cui aristocrazie erano piene di risentimento nei confronti del patriziato veneziano, che le escludeva da ogni partecipazione al governo dello Stato, aprirono le porte agli imperiali che calavano dalle Alpi.
La Lega santa contro la Francia
In questo momento drammatico, due fattori intervennero a salvare il dominio veneziano in terraferma, costituito con tanti sforzi nel corso di due secoli. Da un lato il disaccordo tra gli alleati, abilmente alimentato dalla diplomazia veneziana. Il papa, soddisfatto nelle sue pretese di carattere temporale (restituzione delle terre romagnole contese e libera navigazione nell’Adriatico) e spirituale (rinuncia di Venezia all’appello al Concilio e alla tassazione degli ecclesiastici), tolse la scomunica che aveva scagliato contro la repubblica e non solo si ritirò dalla Lega, ma ne promosse un’altra, detta Lega santa, contro la Francia, di cui temeva ora la strapotenza, riuscendo ad attrarre in essa la Spagna, l’Inghilterra e gli svizzeri (1511).
Una delle conseguenze di questo rovesciamento di alleanze fu il ritorno a Firenze dei Medici, con l’appoggio delle armi spagnole (1512). L’altro fattore che giocò a favore di Venezia fu l’inatteso sostegno che le venne dai popolani e dai contadini veneti, esasperati dalle violenze e dai soprusi degli invasori, ma anche sospinti dall’odio per le aristocrazie locali, nei cui confronti il governo di San Marco appariva l’unica possibile protezione.
Nel 1512 anche la Francia si rappacificò con Venezia, che promise il proprio aiuto contro gli svizzeri, impadronitisi quell’anno del Ducato di Milano. Negli anni seguenti poté così essere completata la riconquista delle ultime città venete ancora in mano all’imperatore. La repubblica di San Marco era riuscita a conservare l’essenziale dei suoi domini in terraferma, pur rinunciando naturalmente ai più recenti acquisti in Lombardia, in Romagna e nelle Puglie. Ma la sconfitta di Agnadello segnò indubbiamente una svolta nella sua politica italiana, che sarà d’ora in poi rivolta a conservare l’esistente e non più alla ricerca di ingrandimenti.
Francesco I riporta i francesi a Milano
Nel gennaio 1515 la morte senza eredi maschi di Luigi XII portò sul trono di Francia suo genero Francesco I, appena ventenne. Il suo lungo regno (1515-47) sarà dominato dal lungo e sanguinoso duello con la casa d’Asburgo per la supremazia in Italia e in Europa. Francesco I si pose subito a preparare una nuova spedizione in Italia. Nell’agosto 1515 passò le Alpi e il 13-14 settembre, davanti a Melegnano, si svolse lo scontro decisivo con i fanti svizzeri che occupavano Milano. Il valore dell’esercito francese, il buon uso dell’artiglieria e l’arrivo al momento opportuno delle avanguardie veneziane diedero la vittoria a Francesco I, che rientrò a Milano da trionfatore e lasciò agli svizzeri solo la contea di Bellinzona e gli altri territori oggi compresi nel Canton Ticino.
Nel gennaio 1516, con la scomparsa di Ferdinando il Cattolico, anche la Spagna cambiava padrone. Furono gli emissari del nuovo re Carlo I (il futuro Carlo V) a negoziare con i francesi la pace di Noyon (settembre 1516). A Carlo, cui era destinata in moglie la figlia appena nata di Francesco I, sarebbe rimasto il Regno di Napoli, a Francesco il Ducato di Milano. L’accordo tra le due maggiori potenze europee non sarà di lunga durata.






