Entrò in un’università armato di fucile e prese di mira solo le donne: il massacro dell’École Polytechnique costò la vita a 14 persone e cambiò per sempre il Canada.
Il massacro dell’École Polytechnique: una delle peggiori stragi del Canada
Il Canada viene spesso citato come uno dei Paesi più sicuri al mondo, noto per le sue politiche di controllo delle armi e per il ruolo svolto nelle missioni internazionali di pace. Tuttavia, anche la storia canadese è stata segnata da episodi di violenza estrema. Tra questi, uno dei più tragici è il massacro dell’École Polytechnique di Montréal, avvenuto il 6 dicembre 1989.
Quella che passò alla storia come la “strage di Montréal” provocò la morte di 14 donne e il ferimento di altre 14 persone. L’attacco, compiuto all’interno della facoltà di ingegneria dell’Università di Montréal, non fu un gesto casuale: il responsabile scelse deliberatamente le proprie vittime in quanto donne, trasformando il massacro in uno degli episodi più discussi della storia contemporanea canadese.
L’inizio dell’attacco

La mattina del 6 dicembre 1989 le lezioni si svolgevano regolarmente all’École Polytechnique. Poco dopo le 17, Marc Lépine, venticinque anni, entrò nell’edificio senza attirare particolare attenzione. Indossava abiti comuni e portava con sé alcune borse di plastica che non lasciavano intuire ciò che stava per accadere. Dopo aver raggiunto un’aula al secondo piano, dove era in corso una presentazione davanti a circa sessanta studenti di ingegneria, interruppe improvvisamente la lezione. Ordinò agli studenti di separarsi in due gruppi, uomini da una parte e donne dall’altra.
Inizialmente molti pensarono a uno scherzo di cattivo gusto e nessuno obbedì. A quel punto l’uomo estrasse un fucile semiautomatico e sparò due colpi verso il soffitto. Il panico si diffuse immediatamente e gli studenti seguirono le sue istruzioni. Dopo aver fatto uscire dall’aula tutti gli uomini, Lépine rimase solo con le studentesse. Fu allora che iniziò a urlare accuse contro quelle che definiva “femministe” e aprì il fuoco. Una delle giovani presenti, Nathalie Provost, cercò di parlargli e di farlo ragionare, spiegandogli che erano semplicemente studentesse impegnate nei loro studi. Le sue parole non ebbero alcun effetto. L’assassino sparò decine di colpi a distanza ravvicinata. Sei donne morirono sul posto, mentre altre rimasero gravemente ferite.
Venti minuti di terrore
Dopo il primo attacco nell’aula, il killer proseguì la propria azione attraversando corridoi, laboratori e altri locali dell’edificio. Mentre studenti e personale cercavano disperatamente riparo sotto i banchi o tentavano di fuggire, egli continuò a cercare donne da colpire. La sua furia omicida durò circa venti minuti. Durante quel breve ma devastante intervallo di tempo, seminò il terrore in tutta la struttura.
Tra le ultime vittime vi fu Maryse Leclair, studentessa ventitreenne di ingegneria. Ferita da un colpo d’arma da fuoco che non risultò immediatamente letale, venne successivamente raggiunta dall’aggressore, che la colpì più volte con un coltello. Pochi istanti dopo, accanto al corpo della giovane, Marc Lépine rivolse l’arma contro sé stesso e si tolse la vita.
Le vittime della strage

Quando l’attacco terminò, il bilancio era drammatico: 14 donne uccise e 14 feriti, tra cui quattro uomini colpiti accidentalmente durante la sparatoria.
Le vittime furono:
- Geneviève Bergeron, studentessa di ingegneria civile
- Hélène Colgan, studentessa di ingegneria meccanica
- Nathalie Croteau, studentessa di ingegneria meccanica
- Barbara Daigneault, studentessa di ingegneria meccanica
- Anne-Marie Edward, studentessa di ingegneria chimica
- Maud Haviernick, studentessa di ingegneria dei materiali
- Maryse Laganière, impiegata amministrativa dell’École Polytechnique
- Maryse Leclair, studentessa di ingegneria dei materiali
- Anne-Marie Lemay, studentessa di ingegneria meccanica
- Sonia Pelletier, studentessa di ingegneria meccanica
- Michèle Richard, studentessa di ingegneria dei materiali
- Annie St-Arneault, studentessa di ingegneria meccanica
- Annie Turcotte, studentessa di ingegneria dei materiali
- Barbara Klucznik-Widajewicz, studentessa infermiera.
Tra i sopravvissuti vi era anche Nathalie Provost, la giovane che aveva tentato di fermare verbalmente l’assassino nei primi istanti dell’attacco e che in seguito si sarebbe battuta per il controllo delle armi e avrebbe intrapreso una carriera politica. Molti ricordano inoltre la tragedia vissuta dal tenente di polizia Pierre Leclair. Fu tra i primi agenti ad arrivare sul luogo della strage e si trovò davanti una scena devastante: tra le vittime riconobbe sua figlia Maryse, identificata dal maglione che indossava.
Il movente e la lettera d’addio

Nei giorni successivi alla strage emerse che Marc Lépine aveva lasciato una lettera nella quale esprimeva un profondo odio verso le donne che considerava responsabili dei cambiamenti sociali avvenuti negli anni precedenti. Nel documento accusava le femministe di aver sottratto agli uomini ruoli e professioni tradizionalmente maschili. La lettera conteneva anche i nomi di diverse personalità pubbliche che l’attentatore dichiarava di voler colpire. Per molto tempo, tuttavia, il contenuto di questo documento rimase poco conosciuto dall’opinione pubblica. Le prime ricostruzioni mediatiche si concentrarono soprattutto sui fallimenti personali dell’assassino, tra cui il mancato ingresso nelle forze armate e il rifiuto ricevuto proprio dall’École Polytechnique.
Con il passare degli anni, numerosi studiosi e associazioni sostennero invece che il massacro dovesse essere interpretato come un atto di violenza mirato contro le donne e motivato da convinzioni antifemministe. Marc Lépine, il cui nome alla nascita era Gamil Gharbi, venne al mondo il 26 ottobre 1964 da una madre franco-canadese e da un padre algerino. L’infanzia del futuro attentatore fu segnata da un ambiente familiare difficile. Il padre manifestava una visione fortemente autoritaria e considerava le donne inferiori agli uomini. Secondo le testimonianze emerse negli anni successivi, era solito esercitare violenza sia fisica sia verbale nei confronti della moglie e del figlio, scoraggiando qualsiasi forma di affetto tra madre e bambino.
Quando Gamil aveva sette anni, i genitori si separarono e il padre si allontanò definitivamente dalla famiglia, interrompendo quasi ogni rapporto con i figli. La madre dovette così assumersi da sola il peso del sostentamento familiare, lavorando come infermiera. A causa dei turni spesso impegnativi, i bambini trascorrevano parte della settimana presso altre famiglie che li ospitavano.
L’esperienza vissuta durante l’infanzia lasciò un segno profondo nel giovane Gamil. All’età di quattordici anni decise di abbandonare il cognome paterno e adottare quello della madre, assumendo ufficialmente il nome di Marc Lépine. In seguito spiegò questa scelta con il forte risentimento che nutriva nei confronti del padre.
Le polemiche e il dibattito sulle armi
L’attacco aprì un intenso dibattito nazionale. Molti canadesi accusarono le autorità di non aver riconosciuto immediatamente la natura misogina della strage e di aver sottovalutato il problema della violenza contro le donne. Al centro delle discussioni finirono anche le leggi sulle armi da fuoco. Lépine aveva infatti acquistato legalmente il fucile semiautomatico utilizzato durante l’attacco, sfruttando alcune lacune normative allora esistenti.
La pressione esercitata dai movimenti nati dopo la strage contribuì all’approvazione, nel 1995, della legge federale nota come Bill C-68, che introdusse controlli più rigorosi sull’acquisto e sul possesso delle armi da fuoco.
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Il 6 dicembre 0ggi

Oggi il 6 dicembre è riconosciuto in Canada come la Giornata nazionale di commemorazione e azione contro la violenza sulle donne. Ogni anno si svolgono cerimonie, momenti di riflessione e iniziative dedicate alla memoria delle vittime.
Anche il memoriale di Montréal di Place du 6-Décembre-1989 nel quartiere Côte-des-Neiges/Notre-Dame-de-Grâce è stato oggetto di revisione. Per molti anni una targa commemorativa descriveva semplicemente l’accaduto come un evento tragico, senza menzionare né il genere delle vittime né le motivazioni dell’assassino. Nel 2019, trent’anni dopo il massacro, il testo venne sostituito con una nuova iscrizione che riconosce esplicitamente il carattere antifemminista dell’attacco e rende omaggio alle quattordici donne uccise.
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