Chi era Gamal Abdel Nasser: liberatore dell’Egitto o guerrafondaio del mondo arabo?

Gamal Abdel Nasser

Questa è una rilettura schietta e informale di Gamal Abdel Nasser: l’uomo che, tra gli anni Cinquanta e Sessanta ha reso l’Egitto un simbolo di indipendenza e del nazionalismo arabo, lasciando dietro di sé tanto entusiasmo quanto ferite. Niente santini, niente demonizzazioni: ripercorriamo luci e ombre, successi e scivoloni, per capire perché il nome di Nasser continua a dividere le opinioni su chi sia stato realmente.

Una frase tagliente per chiudere un’epoca

Quando gli Ufficiali Liberi discussero il destino del Re Faruq dopo il 1952, Nasser liquidò la questione con un ghigno amaro: “La storia lo condannerà”. Più che una battuta, era un manifesto. E viene spontaneo girare la domanda: che cosa ha scritto, e scriverà, la storia su Nasser?

La fama dei grandi leader, si sa, fa giri larghi. Dopo la morte spesso crolla, poi, a distanza di una generazione, talvolta risale. Succede soprattutto con i capi autoritari, protetti in vita dalla censura e smascherati dai successori. Il caso Nasser non fa eccezione: la sua immagine è stata rimaneggiata, usata, combattuta. Eppure, a ogni tornata, torna al centro. Ma chi era Gamal Abd el-Nasser?

Chi era Gamal Abd el-Nasser

nasser da giovane
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Gamal Abdel Nasser nacque ad Alessandria d’Egitto il 15 gennaio 1918, in una famiglia modesta. I primi due anni di studi Gamal li trascorse ad Asyūṭ; poi seguirono otto anni ad al-Khaṭāṭba, località a nord-ovest del Cairo, verso il confine libico. A scandire il suo apprendistato non furono solo i libri, ma anche i trasferimenti familiari. A otto anni, la morte dell’amatissima madre lo colpì nel profondo. Fu mandato al Cairo, affidato allo zio materno. Nel 1929 tornò dal padre, nel frattempo trasferito ad Alessandria e risposato.

Durante gli studi secondari superiori, Nasser non si limitò ai compiti: da presidente del “Comitato dei liceali” entrò nella militanza dei nazionalisti egiziani, impegnati a scrollarsi di dosso l’ingombrante tutela del Regno Unito. La scuola diventò palestra civica; i corridoi, una proto-arena politica. Il 13 novembre 1935, durante una manifestazione, un gendarme britannico esplose alcuni colpi d’arma da fuoco: Nasser fu ferito lievemente. Nulla di invalidante, ma abbastanza per maturare una convinzione: l’indipendenza non era una formula retorica, bensì una urgenza concreta.

Dalla toga alla divisa

Nel 1937 Nasser entrò all’Accademia Militare Egiziana, dopo aver conseguito la laurea in Giurisprudenza all’Università del Cairo. Nel luglio 1938 guadagnò i gradi di sottotenente. La scelta militare non cancellò l’impronta civile dei suoi anni precedenti. Semmai la incanalò. Come ufficiale dell’esercito egiziano, Nasser partecipò alla guerra arabo-israeliana del 1948. Il conflitto mise a nudo lacune strutturali dell’apparato militare e dell’intero Stato. Per Nasser, la monarchia apparve sempre più inadeguata a guidare una nazione in cerca di dignità.

Allora Nasser prese parte ai dibattiti interni alle forze armate che portarono alla creazione dell’organizzazione clandestina dei “Liberi Ufficiali” (al-Ḍubbāṭ al-Aḥrār). Quell’incubatore politico, destinato a segnare il 1952 egiziano, divenne ben presto un modello di riferimento per i movimenti filo-repubblicani in Algeria, Siria, Iraq, Tunisia, Yemen del Nord, Sudan e Libia. 

La notte che cambiò l’Egitto: dai Liberi Ufficiali alla repubblica

Gamal Abdel Nasser con Amin al-Hafiz
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La notte tra il 22 e il 23 luglio 1952 il movimento clandestino dei Liberi Ufficiali rovesciò la monarchia. Re Fārūq I fu detronizzato e, il 26 luglio, costretto all’esilio. Il trono passò solo formalmente al figlio neonato, Fuʿād II, che seguì il padre fuori dal Paese: una soluzione di facciata, destinata a dissolversi con la nascita della nuova forma di Stato. Si insediò un governo provvisorio guidato dal generale Muḥammad Naǧīb, presidente del Consiglio del Comando della Rivoluzione (CCR), di cui Gamāl ʿAbd al-Nāṣer era il vice. Nasser assunse subito l’incarico nevralgico di ministro dell’Interno. Il 18 giugno 1953, con la proclamazione della Repubblica, Naǧīb divenne il primo presidente dell’Egitto repubblicano.

Ma nell’aprile 1954 Naǧīb fu indotto a farsi da parte e Gamāl ʿAbd al-Nāṣer assunse la guida del governo come primo ministro. Intanto, il 19 ottobre 1954, l’Egitto firmò con il Regno Unito un accordo che prevedeva lo sgombero entro venti mesi delle truppe britanniche dalla zona del Canale di Suez, pur lasciando in loco personale tecnico. L’intesa, letta da molti come un passo necessario verso la piena sovranità, fu aspramente contestata dalla Fratellanza Musulmana, tanto da arrivare alla frattura e allo scioglimento dell’organizzazione.

Suez, sovranità e socialismo: come Nasser ribaltò le carte in tavola

 nazionalizzazione della Compagnia del Canale di Suez
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Nel gennaio 1956 l’Egitto adottò una Costituzione repubblicana a partito unico d’ispirazione socialista. Il 23 giugno Gamal Abdel Nasser fu eletto Presidente della Repubblica. Pochi giorni dopo, il 26 luglio, nazionalizzò la Compagnia del Canale di Suez, trasformando un’infrastruttura chiave in simbolo di sovranità e leva finanziaria per lo sviluppo. La mossa scatenò la risposta congiunta di Francia e Regno Unito, affiancate da Israele che occupò rapidamente il Sinai. Gli anglo-francesi bombardarono Il Cairo (31 ottobre) e sbarcarono a Porto Said (5 novembre). La crisi si sovrappose alla repressione sovietica in Ungheria, indebolendo la coesione occidentale.

Sotto la pressione incrociata di Stati Uniti e Unione Sovietica fu imposto il cessate il fuoco (8 novembre) e arrivarono le forze di pace dell’ONU (15 novembre). Politicamente, Nasser uscì rafforzato: la nazionalizzazione restò il perno del suo progetto di indipendenza e modernizzazione. Dal 1961 avviò un ampio ciclo di azioni tese alla nazionalizzazione, dando forma a un originale socialismo arabo ritagliato sulle condizioni egiziane e regionali: centralità dello Stato nell’economia, industrializzazione accelerata e ricerca di autonomia strategica rispetto ai blocchi della Guerra Fredda.

Il disastro del 1967

Nel 1967 l’Egitto guidò una coalizione con Siria e Giordania. Dopo aver ottenuto il ritiro delle truppe dell’ONU lungo il confine israelo-egiziano, Il Cairo decise di bloccare i passaggi marittimi verso Israele. Tel Aviv aveva avvertito che la chiusura degli stretti di Tiran sarebbe stata un casus belli: l’avvertimento fu ignorato. All’alba del 5 giugno 1967 l’aviazione israeliana colpì basi egiziane impreparate. In un solo attacco furono distrutti circa trecento velivoli a terra. L’operazione mise fuori gioco l’aeronautica egiziana e aprì la strada al crollo del fronte. Conseguendo rapidamente i propri obiettivi tattici e strategici, Israele occupò la Cisgiordania, le alture del Golan siriane, l’intera penisola del Sinai e la Striscia di Gaza, amministrata dall’Egitto dal 1948. La coalizione araba fu travolta in meno di una settimana.

Riconosciuta la gravità della sconfitta, Gamal Abdel Nasser annunciò le dimissioni. Le ritirò subito dopo, di fronte a imponenti manifestazioni popolari in suo sostegno che riempirono le piazze egiziane e arabe. Il carisma del presidente, pur intaccato, restò decisivo. Dopo il tracollo del 1967, Gamal Abdel Nasser tentò di rialzare l’Egitto con massicci rifornimenti di armi sovietiche e con l’avvio, nel luglio 1969, della guerra d’attrito contro Israele. Si trattò di un confronto prolungato che non ribaltò gli equilibri militari, ma rilanciò il morale patriottico e diede tempo all’esercito di riorganizzarsi.

L’ultimo Nasser

Sul fronte interno, però, il nasserismo uscì segnato dalla sconfitta. Il dibattito politico, vivace agli inizi della rivoluzione, fu sempre meno tollerato. Il regime, già incline al controllo, soffocò l’opposizione e colpì duramente la Fratellanza Musulmana, con arresti, torture e impiccagioni di cui non è noto il numero esatto.

Il 27 settembre 1970 Nasser convocò d’urgenza al Cairo i leader arabi per tentare di sanare il cosiddetto Settembre Nero in Giordania. La sua mediazione tra il re Ḥusayn e il capo dell’OLP, Yasser Arafat, fu un successo faticoso e rappresentò l’ultima prova politica di Nasser. Il giorno seguente, 28 settembre 1970, Nasser morì improvvisamente nella residenza presidenziale per attacco cardiaco. Con lui si chiuse la stagione del carisma che aveva plasmato l’Egitto e il mondo arabo per quasi due decenni.

Sadat e l’arte (prudente) della “de-nasserizzazione”

E qui inizia la rilettura della figura di Gamal Abdel Nasser. Anwar al-Sadat, presidente dall’autunno 1970, ha calibrato Nasser a misura delle proprie necessità. Ha stracciato il socialismo “di stato”, accantonato il panarabismo, riallineato il Paese verso Washington, eppure sul piano simbolico ha alternato silenzi, rimozioni e dosi mirate di critica. La sua “rivoluzione correttiva” del 15 maggio 1971 servì anche a neutralizzare i nasseriani più duri, guidati da Aly Sabry. Risultato: un equilibrio ambiguo, fatto di tributi e riforme ribaltate.

Prima della catastrofe del 1967, Nasser poteva esibire risultati solidi. Fine dell’ingerenza britannica, monarchia archiviata, Sudan indipendente, nazionalizzazione del Canale di Suez, Alta Diga di Assuan, riforma agraria, avvio dell’industrializzazione, alfabetizzazione di massa. Sull’altro piatto della bilancia perà pesavano un sistema politico che concedeva poco respiro, con esercito, servizi e censura come architravi. E poi una crescita demografica incontrollata, disoccupazione e povertà rurale persistenti, debito estero crescente. Progresso sì, ma a costi sociali e strutturali non banali.

Nasser e il “rinascimento arabo”

Gamal Abdel Nasser è stato la voce più potente del nazionalismo arabo radicale: indipendenza dalle potenze esterne, modernizzazione, giustizia sociale, aspirazione all’unità. Nello scacchiere del Terzo Mondo fu tra i volti del Non Allineamento, insieme a Tito e Nehru. Il suo antimperialismo lo spinse però, quando l’Occidente gli chiudeva le porte, a cercare l’appoggio dell’URSS. Una mossa pragmatica, non priva di conseguenze. La Guerra dei Sei Giorni travolse reputazione e strategia: Sinai occupato, Canale di Suez chiuso, dipendenza più stretta da Mosca, conti pubblici appesantiti, orgoglio ferito. Sembrò la fine di un’epoca. Eppure molte di quelle perdite si rivelarono temporanee.

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Dal ’73 a Camp David: la svolta secondo al-Sadat

Senza la preparazione militare ereditata da Nasser, la mossa del 1973 non sarebbe stata possibile. Nell’ottobre 1973 Anwar al-Sādāt affiancò la Siria di Ḥāfiẓ al-Asad nella guerra del Kippur (“guerra del Ramadan”) contro Israele. L’attacco a sorpresa, segnato dall’audace attraversamento del Canale di Suez, valse al presidente egiziano l’epiteto di “eroe dell’attraversamento”. Colto inizialmente di sorpresa, Israele riuscì però a riorganizzarsi e a fermare l’avanzata egiziana. La piena riconquista militare non arrivò in quel frangente. Negli anni seguenti, tuttavia, l’Egitto recuperò l’intera penisola del Sinai, perduta nel 1967.

L’offensiva del 1973 consentì al Cairo di rivendicare di aver lavato l’onta del 1967 e diede ad al-Sādāt la legittimazione politica per impostare una linea di politica estera autonoma dal nasserismo, aprendo una nuova fase nella strategia regionale egiziana. Quella guerra, unita all’embargo petrolifero, riaprì il Canale e rimise il Sinai nel campo delle trattative. Sadat fece il passo che Nasser non avrebbe fatto: virare dagli alleati sovietici agli USA, parlare con Israele, firmare la pace piena. Prezzo salato: frattura con molte capitali arabe e isolamento nella Lega Araba (che traslocò a Tunisi). Ma la restituzione del Sinai arrivò proprio grazie a quelle scelte.

L’Egitto prima degli altri: identità nazionale e misura del possibile

A differenza di molti vicini, l’Egitto possedeva, e possiede, una fortissima identità statale. Anche ai tempi d’oro del panarabismo, il calcolo egiziano restò pragmatico: cooperazione tra Stati sovrani più che fusione totale. Dopo il 1967, Nasser congelò le ambizioni unitarie per tenere unito il fronte contro Israele e recuperare i territori occupati. Era già un altro Nasser: più arbitro che tribuno.

Che cosa resta, allora, di Nasser? Una combinazione di orgoglio nazionale, serietà nell’idea di progresso sociale, convinzione che l’indipendenza non sia barattabile, e la lezione, durissima, che l’azzardo strategico può frantumare anni di costruzione. Chi oggi rifiuta sia l’autoritarismo personalistico sia la polarizzazione tra fondamentalismo e marxismo può trovare nel “caso Nasser” sia stimoli sia avvertimenti.

Liberatore o piantagrane? Entrambe le cose, a momenti alterni. Nasser ha permesso a milioni di egiziani di immaginare il futuro in arabo e non in traduzione; ha dato spessore politico al Terzo Mondo; ha pagato, e fatto pagare, il prezzo di scelte spregiudicate. Se la storia “condanna” o “assolve” dipende dal tribunale che scegliamo: quello della dignità nazionale o quello dell’efficienza istituzionale. Forse la sentenza più onesta è questa: senza Nasser, il XX secolo arabo sarebbe stato più docile, non per forza migliore.

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