Gamal Abdel Nasser: chi era, cosa fece e perché divide ancora l’Egitto

Gamal Abdel Nasser

Gamal Abdel Nasser (1918–1970) fu il leader che guidò l’Egitto dalla monarchia alla repubblica, diventando il simbolo del nazionalismo arabo e dell’indipendenza nel secondo dopoguerra. È ricordato per la rivoluzione del 1952, la nazionalizzazione del Canale di Suez nel 1956 e l’orientamento verso un socialismo arabo centrato sullo Stato. La sua reputazione, però, è segnata anche dall’autoritarismo interno e dalla sconfitta del 1967 contro Israele, che aprì una fase più difficile per l’Egitto e per l’intero mondo arabo.

Dalle origini alla formazione: Alessandria, Cairo e Accademia militare

nasser da giovane
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Gamal Abdel Nasser nacque ad Alessandria d’Egitto il 15 gennaio 1918, in una famiglia modesta. I primi due anni di studi Gamal li trascorse ad Asyūṭ; poi seguirono otto anni ad al-Khaṭāṭba, località a nord-ovest del Cairo, verso il confine libico. A scandire il suo apprendistato non furono solo i libri, ma anche i trasferimenti familiari. A otto anni, la morte dell’amatissima madre lo colpì nel profondo. Fu mandato al Cairo, affidato allo zio materno. Nel 1929 tornò dal padre, nel frattempo trasferito ad Alessandria e risposato.

Durante gli studi secondari superiori, Nasser non si limitò ai compiti: da presidente del “Comitato dei liceali” entrò nella militanza dei nazionalisti egiziani, impegnati a scrollarsi di dosso l’ingombrante tutela del Regno Unito. La scuola diventò palestra civica; i corridoi, una proto-arena politica. Il 13 novembre 1935, durante una manifestazione, un gendarme britannico esplose alcuni colpi d’arma da fuoco: Nasser fu ferito lievemente. Nulla di invalidante, ma abbastanza per maturare una convinzione: l’indipendenza non era una formula retorica, bensì una urgenza concreta.

Dalla toga alla divisa

Nel 1937 Nasser entrò all’Accademia Militare Egiziana, dopo aver conseguito la laurea in Giurisprudenza all’Università del Cairo. Nel luglio 1938 guadagnò i gradi di sottotenente. La scelta militare non cancellò l’impronta civile dei suoi anni precedenti. Semmai la incanalò. Come ufficiale dell’esercito egiziano, Nasser partecipò alla guerra arabo-israeliana del 1948. Il conflitto mise a nudo lacune strutturali dell’apparato militare e dell’intero Stato. Per Nasser, la monarchia apparve sempre più inadeguata a guidare una nazione in cerca di dignità.

Allora Nasser prese parte ai dibattiti interni alle forze armate che portarono alla creazione dell’organizzazione clandestina dei “Liberi Ufficiali” (al-Ḍubbāṭ al-Aḥrār). Quell’incubatore politico, destinato a segnare il 1952 egiziano, divenne ben presto un modello di riferimento per i movimenti filo-repubblicani in Algeria, Siria, Iraq, Tunisia, Yemen del Nord, Sudan e Libia. 

La rivoluzione del 1952 e la fine della monarchia

Gamal Abdel Nasser con Amin al-Hafiz
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La notte tra il 22 e il 23 luglio 1952 il movimento clandestino dei Liberi Ufficiali rovesciò la monarchia, un evento che passò alla storia come la rivoluzione del 1952. Re Fārūq I fu detronizzato e, il 26 luglio, costretto all’esilio. Il trono passò solo formalmente al figlio neonato, Fuʿād II, che seguì il padre fuori dal Paese: una soluzione di facciata, destinata a dissolversi con la nascita della nuova forma di Stato. Si insediò un governo provvisorio guidato dal generale Muḥammad Naǧīb, presidente del Consiglio del Comando della Rivoluzione (CCR), di cui Gamāl ʿAbd al-Nāṣer era il vice. Nasser assunse subito l’incarico nevralgico di ministro dell’Interno. Il 18 giugno 1953, con la proclamazione della Repubblica, Naǧīb divenne il primo presidente dell’Egitto repubblicano.

Ma nell’aprile 1954 Naǧīb fu indotto a farsi da parte e Gamāl ʿAbd al-Nāṣer assunse la guida del governo come primo ministro. Intanto, il 19 ottobre 1954, l’Egitto firmò con il Regno Unito un accordo che prevedeva lo sgombero entro venti mesi delle truppe britanniche dalla zona del Canale di Suez, pur lasciando in loco personale tecnico. L’intesa, letta da molti come un passo necessario verso la piena sovranità, fu aspramente contestata dalla Fratellanza Musulmana, tanto da arrivare alla frattura e allo scioglimento dell’organizzazione.

La crisi di Suez: perché Nasser divenne un simbolo

 nazionalizzazione della Compagnia del Canale di Suez
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Nel gennaio 1956 l’Egitto adottò una Costituzione repubblicana a partito unico d’ispirazione socialista. Il 23 giugno Gamal Abdel Nasser fu eletto Presidente della Repubblica. Il 26 luglio 1956, nazionalizzò la Compagnia del Canale di Suez, trasformando un’infrastruttura chiave in simbolo di sovranità e leva finanziaria per lo sviluppo. La mossa scatenò la risposta congiunta di Francia e Regno Unito, affiancate da Israele che occupò rapidamente il Sinai. Gli anglo-francesi bombardarono Il Cairo (31 ottobre) e sbarcarono a Porto Said (5 novembre). La crisi di Suez si sovrappose alla repressione sovietica in Ungheria, indebolendo la coesione occidentale.

Sotto la pressione incrociata di Stati Uniti e Unione Sovietica fu imposto il cessate il fuoco (8 novembre) e arrivarono le forze di pace dell’ONU (15 novembre). Politicamente, Nasser uscì rafforzato: la nazionalizzazione restò il perno del suo progetto di indipendenza e modernizzazione. Dal 1961 avviò un ampio ciclo di azioni tese alla nazionalizzazione, dando forma a un originale socialismo arabo ritagliato sulle condizioni egiziane e regionali: centralità dello Stato nell’economia, industrializzazione accelerata e ricerca di autonomia strategica rispetto ai blocchi della Guerra Fredda.


Che cosa fece Nasser: le scelte che definiscono il suo governo

Tra il 1952 e il 1970 Nasser puntò su quattro linee principali: consolidare la sovranità egiziana, rafforzare lo Stato, modernizzare l’economia con un forte intervento pubblico e ritagliarsi un’autonomia internazionale nella Guerra Fredda. La nazionalizzazione del Canale di Suez e il progetto dell’Alta Diga di Assuan furono le bandiere di questa strategia.

La crisi di Suez del 1956 rese Nasser un riferimento globale per molti Paesi che cercavano indipendenza politica ed economica nel Mediterraneo e nel Medio Oriente.


La guerra dei Sei Giorni: la sconfitta che cambiò tutto

Nel 1967 l’Egitto guidò una coalizione con Siria e Giordania. Dopo aver ottenuto il ritiro delle truppe dell’ONU lungo il confine israelo-egiziano, Il Cairo decise di bloccare i passaggi marittimi verso Israele. Tel Aviv aveva avvertito che la chiusura degli stretti di Tiran sarebbe stata un casus belli: l’avvertimento fu ignorato. All’alba del 5 giugno 1967 l’aviazione israeliana colpì basi egiziane impreparate. In un solo attacco furono distrutti circa trecento velivoli a terra. L’operazione mise fuori gioco l’aeronautica egiziana e aprì la strada al crollo del fronte. Conseguendo rapidamente i propri obiettivi tattici e strategici, Israele occupò la Cisgiordania, le alture del Golan siriane, l’intera penisola del Sinai e la Striscia di Gaza, amministrata dall’Egitto dal 1948. Nella guerra dei Sei Giorni 197 la coalizione araba fu travolta in meno di una settimana.

Riconosciuta la gravità della sconfitta, Gamal Abdel Nasser annunciò le dimissioni. Le ritirò subito dopo, di fronte a imponenti manifestazioni popolari in suo sostegno che riempirono le piazze egiziane e arabe. Il carisma del presidente, pur intaccato, restò decisivo. Dopo il tracollo del 1967, Gamal Abdel Nasser tentò di rialzare l’Egitto con massicci rifornimenti di armi sovietiche e con l’avvio, nel luglio 1969, della guerra d’attrito contro Israele. Si trattò di un confronto prolungato che non ribaltò gli equilibri militari, ma rilanciò il morale patriottico e diede tempo all’esercito di riorganizzarsi.

Dopo il 1967 il governo egiziano entrò in una fase più difensiva: ricostruzione militare, guerra d’attrito e gestione di un consenso interno più fragile.

Autoritarismo e opposizione: il prezzo interno del nasserismo

Sul fronte interno, però, il nasserismo uscì segnato dalla sconfitta. Il dibattito politico, vivace agli inizi della rivoluzione, fu sempre meno tollerato. Il regime, già incline al controllo, soffocò l’opposizione e colpì duramente la Fratellanza Musulmana, con arresti, torture e impiccagioni di cui non è noto il numero esatto.

Il 27 settembre 1970 Nasser convocò d’urgenza al Cairo i leader arabi per tentare di sanare il cosiddetto Settembre Nero in Giordania. La sua mediazione tra il re Ḥusayn e il capo dell’OLP, Yasser Arafat, fu un successo faticoso e rappresentò l’ultima prova politica di Nasser. Il giorno seguente, 28 settembre 1970, Nasser morì improvvisamente nella residenza presidenziale per attacco cardiaco. Con lui si chiuse la stagione del carisma che aveva plasmato l’Egitto e il mondo arabo per quasi due decenni.

Dopo Nasser: Sadat, svolta politica e memoria contesa

E qui inizia la rilettura della figura di Gamal Abdel Nasser. Anwar al-Sadat, presidente dall’autunno 1970, ha calibrato Nasser a misura delle proprie necessità. Ha stracciato il socialismo “di stato”, accantonato il panarabismo, riallineato il Paese verso Washington, eppure sul piano simbolico ha alternato silenzi, rimozioni e dosi mirate di critica. La sua “rivoluzione correttiva” del 15 maggio 1971 servì anche a neutralizzare i nasseriani più duri, guidati da Aly Sabry. Risultato: un equilibrio ambiguo, fatto di tributi e riforme ribaltate.

Prima della catastrofe del 1967, Nasser poteva esibire risultati solidi. Fine dell’ingerenza britannica, monarchia archiviata, Sudan indipendente, nazionalizzazione del Canale di Suez, Alta Diga di Assuan, riforma agraria, avvio dell’industrializzazione, alfabetizzazione di massa. Sull’altro piatto della bilancia perà pesavano un sistema politico che concedeva poco respiro, con esercito, servizi e censura come architravi. E poi una crescita demografica incontrollata, disoccupazione e povertà rurale persistenti, debito estero crescente. Progresso sì, ma a costi sociali e strutturali non banali.


Che cos’è il nasserismo

Con “nasserismo” si indica l’insieme di nazionalismo arabo, riforme sociali, centralità dello Stato e retorica antimperialista associati al governo di Nasser. È una definizione ampia: per alcuni è un progetto di emancipazione, per altri una stagione segnata da controllo politico e personalizzazione del potere.


Che cosa resta di Nasser oggi: eredità, limiti e giudizio storico

Gamal Abdel Nasser è stato la voce più potente del nazionalismo arabo radicale: indipendenza dalle potenze esterne, modernizzazione, giustizia sociale, aspirazione all’unità. Nello scacchiere del Terzo Mondo fu tra i volti del Non Allineamento, insieme a Tito e Nehru. Il suo antimperialismo lo spinse però, quando l’Occidente gli chiudeva le porte, a cercare l’appoggio dell’URSS. Una mossa pragmatica, non priva di conseguenze. La Guerra dei Sei Giorni travolse reputazione e strategia: Sinai occupato, Canale di Suez chiuso, dipendenza più stretta da Mosca, conti pubblici appesantiti, orgoglio ferito. Sembrò la fine di un’epoca. Eppure molte di quelle perdite si rivelarono temporanee.

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Dal ’73 a Camp David: la svolta secondo al-Sadat

Senza la preparazione militare ereditata da Nasser, la mossa del 1973 non sarebbe stata possibile. Nell’ottobre 1973 Anwar al-Sādāt affiancò la Siria di Ḥāfiẓ al-Asad nella guerra del Kippur (“guerra del Ramadan”) contro Israele. L’attacco a sorpresa, segnato dall’audace attraversamento del Canale di Suez, valse al presidente egiziano l’epiteto di “eroe dell’attraversamento”. Colto inizialmente di sorpresa, Israele riuscì però a riorganizzarsi e a fermare l’avanzata egiziana. La piena riconquista militare non arrivò in quel frangente. Negli anni seguenti, tuttavia, l’Egitto recuperò l’intera penisola del Sinai, perduta nel 1967.

L’offensiva del 1973 consentì al Cairo di rivendicare di aver lavato l’onta del 1967 e diede ad al-Sādāt la legittimazione politica per impostare una linea di politica estera autonoma dal nasserismo, aprendo una nuova fase nella strategia regionale egiziana. Quella guerra, unita all’embargo petrolifero, riaprì il Canale e rimise il Sinai nel campo delle trattative. Sadat fece il passo che Nasser non avrebbe fatto: virare dagli alleati sovietici agli USA, parlare con Israele, firmare la pace piena. Prezzo salato: frattura con molte capitali arabe e isolamento nella Lega Araba (che traslocò a Tunisi). Ma la restituzione del Sinai arrivò proprio grazie a quelle scelte.

L’Egitto prima degli altri: identità nazionale e misura del possibile

A differenza di molti vicini, l’Egitto possedeva, e possiede, una fortissima identità statale. Anche ai tempi d’oro del panarabismo, il calcolo egiziano restò pragmatico: cooperazione tra Stati sovrani più che fusione totale. Dopo la guerra dei Sei Giorni 1967, Nasser congelò le ambizioni unitarie per tenere unito il fronte contro Israele e recuperare i territori occupati. Era già un altro Nasser: più arbitro che tribuno.

Che cosa resta, allora, di Nasser? Una combinazione di orgoglio nazionale, serietà nell’idea di progresso sociale, convinzione che l’indipendenza non sia barattabile, e la lezione, durissima, che l’azzardo strategico può frantumare anni di costruzione. Chi oggi rifiuta sia l’autoritarismo personalistico sia la polarizzazione tra fondamentalismo e marxismo può trovare nel “caso Nasser” sia stimoli sia avvertimenti.

Liberatore o piantagrane? Entrambe le cose, a momenti alterni. Il leader egiziano ha permesso a milioni di egiziani di immaginare il futuro in arabo e non in traduzione; ha dato spessore politico al Terzo Mondo; ha pagato, e fatto pagare, il prezzo di scelte spregiudicate. Se la storia “condanna” o “assolve” dipende dal tribunale che scegliamo: quello della dignità nazionale o quello dell’efficienza istituzionale. Forse la sentenza più onesta è questa: senza Nasser e il nasserismo, il XX secolo arabo sarebbe stato più docile, non per forza migliore.

Domande frequenti su Gamal Abdel Nasser

Chi era Gamal Abdel Nasser?

Fu il presidente egiziano che guidò la transizione dalla monarchia alla repubblica e divenne il simbolo del nazionalismo arabo tra anni Cinquanta e Sessanta.

Che cosa fece Nasser di più importante?

La rivoluzione del 1952, la nazionalizzazione del Canale di Suez nel 1956 e un programma di riforme e industrializzazione con forte ruolo dello Stato.

Perché Nasser è controverso?

Perché al prestigio internazionale e alle riforme si affiancarono autoritarismo interno, repressione dell’opposizione e la grave sconfitta militare del 1967.

Che cos’è il nasserismo?

È l’idea politica associata a Nasser: sovranità nazionale, giustizia sociale, centralità dello Stato e nazionalismo arabo.

Come finì la vita politica di Nasser?

Morì nel 1970 dopo aver svolto un ruolo di mediazione tra leader arabi; il suo successore Sadat cambiò molte scelte economiche e internazionali.

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