Pubblicata nel 1840, l’opera Storia della Colonna Infame di Alessandro Manzoni ricostruisce uno dei più celebri errori giudiziari della storia italiana. Attraverso documenti e testimonianze dell’epoca, lo scrittore analizza il processo agli presunti untori durante la peste di Milano, offrendo una profonda riflessione sulla giustizia, il potere e i pericoli del pregiudizio.
Un’opera nata dalle pagine de I Promessi Sposi
Quando si parla di Alessandro Manzoni, il pensiero corre inevitabilmente a I Promessi Sposi, uno dei capolavori della letteratura italiana. Molti lettori, però, ignorano che accanto al celebre romanzo lo scrittore pubblicò anche un’opera di grande interesse storico e civile: Storia della Colonna Infame. Comparsa nel 1840 insieme all’edizione definitiva del romanzo de I Promessi Sposi, essa non rappresenta un semplice approfondimento sulla peste di Milano del 1630, ma un vero e proprio saggio nel quale Manzoni analizza uno dei più controversi processi della storia italiana.
L’autore ricostruisce infatti la vicenda giudiziaria che portò alla condanna di due uomini accusati di aver diffuso volontariamente la peste attraverso misteriosi unguenti. L’interesse di Manzoni non è rivolto soltanto alla cronaca dei fatti, ma soprattutto ai meccanismi che portarono magistrati, testimoni e autorità a trasformare semplici sospetti in certezze assolute. Il risultato è un’opera che, pur mantenendo l’ottica storica, affronta questioni universali come il rapporto tra giustizia, potere e responsabilità.
La Milano del 1630 e il clima di paura

Per comprendere il significato della Storia della Colonna Infame è necessario tornare alla Milano del Seicento, quando era a capo del Ducato di Milano ed era governata dalla monarchia spagnola. Nel 1630 la città fu investita da una violentissima epidemia di peste, la stessa descritta da Manzoni negli ultimi capitoli de I Promessi Sposi. Il morbo provocò decine di migliaia di vittime e trasformò profondamente la vita quotidiana della popolazione.
In un’epoca in cui le conoscenze scientifiche erano ancora limitate, nessuno era in grado di spiegare con precisione le cause del contagio. La teoria dei batteri sarebbe stata formulata soltanto più di due secoli dopo e le epidemie venivano spesso interpretate come castighi divini oppure attribuite a congiure e azioni dolose. In questo clima di incertezza si diffuse rapidamente la convinzione che alcune persone stessero spargendo sostanze velenose sulle porte delle case, sui muri, sulle panche delle chiese e perfino sugli oggetti di uso comune con l’obiettivo di propagare la malattia.
Nacque così la figura degli untori, personaggi ritenuti responsabili della diffusione della peste senza che esistessero prove concrete della loro attività. Il semplice gesto di pulire una panca con un fazzoletto o di appoggiarsi a un muro poteva bastare per attirare sospetti. Le denunce si moltiplicarono e la paura collettiva finì per alimentare una vera e propria caccia ai colpevoli.
La vicenda di Guglielmo Piazza e Gian Giacomo Mora

La Storia della Colonna Infame si concentra in particolare sul processo intentato contro Guglielmo Piazza e Gian Giacomo Mora. Il primo ricopriva l’incarico di commissario di sanità, mentre il secondo era un barbiere molto conosciuto in città. Secondo la ricostruzione dei fatti, il 21 giugno 1630 una donna affermò di aver visto Guglielmo Piazza passare la mano su un muro vicino alla Duomo di Milano. Quel gesto, probabilmente del tutto innocuo, venne interpretato come il tentativo di spalmare una sostanza infetta. Le dicerie si trasformarono rapidamente in accuse e Piazza fu arrestato dalle autorità.
Sottoposto a ripetuti interrogatori e a torture estremamente violente, il commissario finì per confessare ciò che gli inquisitori volevano sentirsi dire. Per interrompere le sofferenze dichiarò di aver agito insieme al barbiere Gian Giacomo Mora, indicandolo come complice nella preparazione degli unguenti. Anche Mora venne arrestato e interrogato con gli stessi metodi. Le confessioni ottenute sotto tortura, anziché essere considerate inattendibili, furono ritenute prove decisive. Il processo si concluse con una condanna esemplare che prevedeva torture pubbliche, la pena di morte e la distruzione della casa del barbiere.
Fu proprio sul luogo dove sorgeva l’abitazione di Mora che venne eretta una colonna in pietra destinata a ricordare ai cittadini il presunto delitto degli imputati. L’iscrizione celebrava il trionfo della giustizia contro coloro che erano stati ritenuti responsabili della diffusione della peste. Da quel monumento deriva il nome con cui la vicenda è passata alla storia: la Colonna Infame.
Perché Manzoni decise di raccontare questa storia

La vicenda degli untori era già nota agli studiosi ben prima dell’Ottocento, ma fu Alessandro Manzoni a riportarla all’attenzione del grande pubblico attraverso un’analisi rigorosa delle fonti. Durante la lunga revisione linguistica e storica de I Promessi Sposi, lo scrittore consultò numerosi documenti conservati negli archivi milanesi, tra cui gli atti originali del processo celebrato nel 1630.
La lettura di quelle carte lo colpì profondamente. Manzoni comprese che il problema non riguardava soltanto l’errore giudiziario in sé, ma soprattutto il comportamento dei magistrati. A suo giudizio essi non furono vittime inconsapevoli delle credenze del loro tempo, bensì uomini che, pur disponendo di elementi sufficienti per dubitare delle accuse, preferirono confermare una tesi già costruita dall’opinione pubblica.
È proprio questo l’aspetto che distingue la Storia della Colonna Infame da una semplice cronaca storica. Manzoni non cerca giustificazioni fondate esclusivamente sull‘ignoranza scientifica del Seicento. Egli ritiene che i giudici avessero il dovere di valutare criticamente le prove e che abbiano invece ceduto alla pressione esercitata dalla paura collettiva e dalla necessità di individuare rapidamente dei responsabili.
Un saggio storico, non un romanzo

A differenza de I Promessi Sposi, la Storia della Colonna Infame non contiene personaggi inventati né episodi romanzati. L’opera è costruita attraverso un’attenta analisi di testimonianze, verbali processuali, cronache e documenti ufficiali, che Manzoni cita e confronta con grande rigore.
Questo metodo rappresenta uno degli aspetti più moderni del saggio. Lo scrittore non si limita a raccontare gli avvenimenti, ma li interpreta, mette in discussione le decisioni dei magistrati e invita il lettore a riflettere sul funzionamento della giustizia. Per questo motivo l’opera viene spesso considerata uno dei primi esempi italiani di indagine storico-giuridica condotta con criteri vicini alla sensibilità moderna.
Lo stile adottato da Manzoni è molto diverso da quello narrativo dei Promessi Sposi. Il linguaggio è più argomentativo, le osservazioni dell’autore si alternano continuamente all’analisi dei documenti e il racconto procede attraverso il confronto delle fonti. L’obiettivo non è emozionare il lettore con una vicenda drammatica, ma dimostrare come un’intera macchina giudiziaria possa arrivare a costruire una verità priva di fondamento.
Il significato della Colonna Infame
La colonna eretta nel luogo in cui sorgeva la casa di Gian Giacomo Mora aveva lo scopo di tramandare ai posteri il ricordo di un crimine ritenuto gravissimo. Con il passare del tempo, tuttavia, il significato di quel monumento cambiò completamente. Grazie anche all’opera di Manzoni, essa divenne il simbolo non della colpevolezza degli accusati, ma dell’errore commesso dalla giustizia.
L’iscrizione che avrebbe dovuto celebrare la punizione degli untori finì così per ricordare l’ingiustizia subita da due uomini condannati senza prove. La colonna rimase in piedi fino al 1778, quando le autorità austriache ne ordinarono la demolizione, ritenendola il simbolo di una sentenza ormai riconosciuta come profondamente ingiusta. Nei decenni successivi la vicenda è stata studiata da storici, giuristi e filosofi del diritto, diventando uno degli esempi più citati quando si affrontano temi come gli errori giudiziari, il valore delle prove e il ruolo dell’opinione pubblica nei processi.
La Storia della Colonna Infame mostra come la paura, il pregiudizio e il bisogno di trovare un colpevole possano alterare il giudizio anche delle istituzioni chiamate a garantire l’imparzialità. Per questo motivo l’opera conserva ancora oggi un notevole interesse non solo letterario, ma anche storico e giuridico. La vicenda degli untori appartiene al passato, ma le domande sollevate da Manzoni rimangono sorprendentemente attuali: quale deve essere il rapporto tra giustizia e opinione pubblica? Quanto pesa il pregiudizio nella valutazione delle prove? E fino a che punto le istituzioni riescono a resistere alle pressioni di una società dominata dalla paura? Sono interrogativi che rendono la Storia della Colonna Infame un testo capace di andare ben oltre il semplice racconto di un episodio del Seicento, offrendo una riflessione ancora oggi di grande valore civile e culturale.
Manzoni Storia della colonna infame mappa concettuale







