Samurai: il declino di una casta guerriera e la nascita del Giappone moderno

samurai

Questo articolo ripercorre la fase conclusiva della storia dei samurai, analizzando le cause e le conseguenze del declino di una casta guerriera che per secoli aveva rappresentato l’ossatura politica, militare e culturale del Giappone. Attraverso le trasformazioni economiche, sociali e istituzionali che segnarono il passaggio dall’età feudale alla modernità, il tramonto dei samurai viene letto non come una semplice fine, ma come parte integrante del processo che condusse alla nascita del Giappone moderno. La dissoluzione di un ordine tradizionale, infatti, aprì la strada a un nuovo assetto statale, ridefinendo ruoli, valori e identità in un Paese chiamato a confrontarsi con profonde sfide interne ed esterne.

Chi erano i samurai

Chi erano i samurai

I samurai, la celebre stirpe  dei guerrieri del Giappone, si costituirono nel periodo Heian (794-1185) quando i capi dei clan locali conquistarono un potere tale da potersi fondere e mescolare all’elegante nobiltà residente nella capitale. Da allora i samurai segnarono in modo significativo la storia del Giappone grazie al loro eccezionale talento per la lotta e la guerra, fino a diventare figure emblematiche e caratteristiche della cultura nipponica.

Il momento culminante della storia dei samurai è generalmente inquadrato nello shogunato Tokugawa, detto anche periodo Edo (1603-1868). Si tratta dell’epoca più studiata e più nota della storia del Giappone. Tuttavia, essa segnò anche la fine dei samurai, almeno in quanto casta guerriera.

Lo shogunato Tokugawa

shogunato Tokugawa

All’indomani della conquista del castello di Osaka nel 1615 si affermò il regime Tokugawa e il Giappone entrò in un periodo di pace, interrotta solo da qualche rivolta contadina. L’ultima insurrezione di una certa importanza fu la ribellione di Shimabara (1637), scoppiata in un villaggio dell’isola di Kyushu, nel sud-ovest dell’arcipelago. Il motivo fu l’eccessiva pressione fiscale e la persecuzione dei giapponesi che si erano convertiti al cristianesimo. Il capo dei ribelli, Amakusa Shiro, impersonava in modo esemplare i paradossi di quell’epoca nuova. Era un samurai cristiano in grado di riunire nella propria persona l’ardore bellico dei samurai con gli ideali di salvezza divulgati dagli evangelizzatori gesuiti arrivati in Giappone nel XVI secolo. La ribellione fu stroncata dalle truppe del governo, aiutate dai cannoni forniti da commercianti olandesi che si erano insediati nell’arcipelago.

Dopo questa rivolta, Iemitsu, terzo shogun Tokugawa, prese la decisione di chiudere le porte del Paese a qualsiasi influenza straniera e di imporre una politica draconiana di controllo, detta sakoku, cioè “Paese blindato“. Le sue decisioni assicurarono oltre un secolo di pace. Il prezzo da pagare fu però grande. L’ingente massa di truppe abituate da secoli a guerreggiare diventò inutile. Centinaia di migliaia di samurai dovettero inventarsi un nuovo modo per sopravvivere. Alcuni samurai continuarono a impiegare con maestria le armi in duelli e dimostrazioni pubbliche. Il più noto di essi fu Miyamoto Musashi. Diede prova delle sue incredibili abilità in oltre settante duelli personali, senza mai perdere.

Sopravvivere nella pace

chi erano i ronin

Alla fine del XVII secolo si pose il veto sui duelli e una legge decretò la possibilità di metter emano alla spada solo per difesa personale. Pur di aggirare tali divieti, i samurai ricorsero allo stratagemma di provocare e insultare il rivale affinché attaccasse per primo, in modo da poter reagire senza problemi. Molti samurai si specializzarono nello sfoderare l’arma in modo così veloce mentre l’avversario era ancora in procinto di sferrare l’attacco. Lo iaijutsu, o arte di sguainare la spada, divenne una vera e propria specializzazione e diventò persino più popolare dell’arte marziale da cui proveniva, il kenjutsu. I samurai fondarono un cospicuo numero di dojo, luoghi di allenamento, e di scuole di arti marziali in cui si diffuse uno stile di combattimento improntato più alla spettacolarizzazione, senza che se ne potesse verificare l’effettiva efficacia in battaglia.

Il cambiamento dello status di questa casta si riflettè nel fenomeno dei ronin, i samurai rimasti senza signore a cui fornire i propri servigi. In giapponese il termine ronin significa “uomini onda” per simboleggiare il vagare senza meta nè legami, come il fluttuare delle onde del mare. Attorno a essi è nata la figura romantica del guerriero giapponese, un eroe individualista e indisciplinato che compie ogni sorta di prodezza. Tuttavia, di solito, nella realtà i ronin erano vagabondi armati di spada che per sopravvivere erano costretti ad accettare lavoretti come guardaspalle, scagnozzi o semplici braccianti.

La prosperità di Edo e la nascita della yakuza

edo

Nel frattempo nella città di Edo (l’attuale Tokyo) attraversava un periodo di ricchezza e prosperità. I commerci e i servizi si moltiplicavano di anno in anno, animando una città ricca e popolosa che meravigliava quei pochi viaggiatori stranieri che arrivavano nel Paese. Tra questi vi era il medico tedesco Engelbert Kaempfer che, verso la fine del XVII secolo, descrisse la città come “il centro del mondo”. La ricchezza era dovuta in gran parte alla legge che imponeva ai signori feudali di risiedere a Edo alcuni messi all’anno, mantenendovi l’intera corte di samurai e di servitori. Ci furono così anche dei ronin che si trasferirono in città. Alcuni di loro si organizzarono in bande dedite all’estorsione, alla tratta dei bianchi e ad altri loschi affari.

Con il passare degli anni, questi gruppi adottarono dei codici e delle gerarchie sempre più articolate, ispirandosi a una visione distorta e piuttosto libera del bushido, il codice samurai. Così si posero le basi di quella che sarebbe diventata tempo dopo la yakuza, la mafia giapponese, costituita da famiglie paragonabili a clan di samurai. Le armi, i tatuaggi, l’abbigliamento dei membri li rendevano riconoscibili e incutevano timore e rispetto nella gente comune. Se commettevano un errore, i membri della yakuza si amputavano le falangi delle dita della mano, a imitazione dell’harakiri, il rituale di suicidio del taglio del ventre.

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I samurai in precario equilibrio economico

I samurai che erano riusciti a rimanere al servizio di qualche daimyo si impegnavano a seguirlo nel periodo dell’anno che questi avrebbe dovuto trascorrere nella capitale. Lì ricevevano uno stipendio minimo in cambio di sporadici compiti di tipo amministrativo o di vigilanza della tenuta del signore. Poiché il codice della loro classe gli proibiva di fare investimenti o di avviare una qualsiasi attività commerciale, la loro situazione economica era in genere precaria. Non era raro che trascorressero il giorno a bere in qualche taverna o nel quartiere a luci rosse di Yoshiwara, il centro della prostituzione a Edo. Per tali motivi contraevano spesso debiti con la borghesia mercantile della città. Molti samurai di antico lignaggio si videro costretti a vendere la propria katana per pagare il mizuage, l’acquisto della verginità, della maiko, l’apprendista geisha, di moda in quel momento.

Ma non tutti i samurai si immischiarono nella malavita e cedettero al declino. Alcuni emersero come personaggi di rilievo nel mondo delle arti. Un caso esemplare è quello di Matsuo Basho (1644-1694), uno dei grandi poeti di haiku della storia giapponese. Il padre, Matsuo Yozaemon, discendeva da una famiglia samurai ormai caduta dal suo status. Il giovane Basho aveva iniziato a servire il primogenito del clan Todo, ma il suo talento letterario l’aveva spinto ad allontanarsi dalla vita militare. Nella pittura assunse un certo rilievo Watanabe Kazan (1793-1841), che riuscì a unire nelle sue opere il tradizionale stile pittorico giapponese con il realismo e l’ombreggio tipicamente europei. Infine, alcuni samurai ottennero notevole potere alla corte degli shogun Tokugawa come ministri e burocrati.

La fine di una casta guerriera

samurai fine di una casta guerriera

Con il rinnovamento Meiji, nella seconda metà del XIX secolo, l’antica classe dei samurai venne formalmente soppressa e sostituita da un esercito nazionale organizzato secondo modelli occidentali. Questo processo segnò la fine istituzionale di un ordine militare che per secoli aveva costituito il pilastro politico e sociale del Giappone. L’epilogo simbolico della parabola samuraica si consumò con la ribellione di Satsuma del 1877, considerata il vero “canto del cigno” di questa casta guerriera.

In quell’anno, un gruppo di samurai originari della regione di Satsuma si sollevò contro il governo imperiale, opponendosi alle rapide trasformazioni e all’occidentalizzazione imposte dal nuovo corso politico. A guidare la rivolta fu Saigō Takamori, figura emblematica e contraddittoria, poiché egli stesso era stato tra i protagonisti del rinnovamento Meiji prima di prenderne le distanze. Lo scontro decisivo ebbe luogo nella battaglia di Shiroyama, il 24 settembre 1877, quando circa cinquecento samurai affrontarono un esercito regolare di trentamila soldati. L’esito fu drammatico: i ribelli vennero annientati e Takamori, gravemente ferito, pose fine alla propria vita secondo il rituale del seppuku, in conformità ai principi del bushido.

Nonostante la sconfitta militare e la definitiva scomparsa dei samurai come classe sociale, il loro patrimonio etico non andò perduto. Il bushido, il severo codice d’onore che regolava la condotta del guerriero, continuò a vivere nella cultura giapponese, influenzando valori, atteggiamenti e comportamenti collettivi. Ancora oggi, questi principi rappresentano un riferimento morale profondo, svolgendo nella società giapponese un ruolo paragonabile a quello esercitato dalle grandi tradizioni etiche e religiose nelle società occidentali contemporanee.

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