Michail Bakunin: nascita di un rivoluzionario e l’impulso distruttivo

Michail Bakunin

Tra barricate, prigioni zariste, fughe spettacolari e rivoluzioni europee, Michail Bakunin fu una delle figure più radicali e controverse dell’Ottocento. Considerato il padre dell’anarchismo organizzato, attraversò le rivoluzioni del 1848, sfidò Karl Marx e dedicò tutta la vita all’idea di abbattere ogni forma di autorità politica e sociale.

Dalla Russia all’Europa: la nascita di un rivoluzionario

Michail Bakunin lasciò la Russia per la prima volta nel 1840, ancora lontano dall’essere il celebre teorico anarchico che avrebbe segnato la storia politica europea del XIX secolo. A finanziargli il viaggio fu l’amico Aleksandr Herzen, figura centrale dell’intellettualità radicale russa. In quel momento Bakunin era soltanto un giovane studioso di filosofia, inquieto e convinto di possedere energie e capacità ancora inespresse.

Cresciuto in una famiglia aristocratica della provincia di Tver, in un ambiente influenzato dalle idee liberali francesi e dalle suggestioni di Rousseau, Bakunin sviluppò presto un carattere ribelle. Si oppose alla disciplina militare della scuola d’artiglieria dove era stato mandato dal padre e abbandonò la carriera nell’esercito zarista per trasferirsi a Mosca, entrando nei circoli intellettuali più vivaci dell’epoca. Qui conobbe il pensiero filosofico tedesco, da Georg Wilhelm Friedrich Hegel a Fichte e Schelling, ma inizialmente rimase distante dalla politica rivoluzionaria.

Gli anni della filosofia e la scoperta della rivoluzione

Mikhail Bakunin e Antonia

Quando arrivò in Germania, Bakunin sperava di trovare una rinascita spirituale e intellettuale. Frequentò università, salotti culturali e ambienti filosofici, ma ben presto iniziò a sentirsi insoddisfatto anche dell’Europa occidentale. Fu l’incontro con i giovani hegeliani e con il giornalista radicale Arnold Ruge a cambiare definitivamente la sua visione del mondo.

Attraverso queste influenze Bakunin cominciò a interpretare la storia come un processo di trasformazione continua, dominato dal conflitto e dalla rivoluzione. La lettura delle opere socialiste francesi e il contatto con le idee di Fourier e Proudhon gli aprirono improvvisamente un universo politico nuovo. Nel 1842 pubblicò il saggio “Reazione in Germania”, firmato con lo pseudonimo Jules Elysard, destinato a diventare uno dei testi simbolo del radicalismo europeo. Fu proprio in questo scritto che comparve la frase destinata a renderlo celebre:

L’impulso a distruggere è anche un impulso creativo.”

Per Bakunin la distruzione dell’ordine esistente non era soltanto un atto violento, ma il passaggio necessario verso una nuova società libera e fraterna.

Parigi, Proudhon e la nascita dell’anarchismo bakuninista

Negli anni Quaranta dell’Ottocento Parigi rappresentava il centro del radicalismo europeo. Qui Bakunin incontrò Karl Marx, George Sand e soprattutto Pierre-Joseph Proudhon, il primo pensatore a definirsi apertamente anarchico. Le lunghe discussioni con Proudhon influenzarono profondamente il rivoluzionario russo. Bakunin non abbracciò immediatamente l’anarchismo, ma fece propri alcuni principi fondamentali: il rifiuto dello Stato centralizzato, il federalismo e la convinzione che la libertà individuale dovesse prevalere su qualsiasi forma di autorità politica.

Nello stesso periodo Bakunin iniziò anche a interessarsi sempre di più alla questione slava. Difese apertamente la causa polacca contro l’Impero russo e immaginò una vasta rivoluzione capace di liberare tutti i popoli slavi dal dominio delle monarchie europee.

Le rivoluzioni del 1848 e le barricate europee

Mikhail Bakunin 1866

Le rivoluzioni del 1848 trasformarono Bakunin da teorico a uomo d’azione. Dopo la caduta di Luigi Filippo di Francia tornò a Parigi, vivendo con entusiasmo l’atmosfera rivoluzionaria del momento. Per lui la rivoluzione non doveva fermarsi ai confini francesi, ma espandersi in tutta Europa. Partecipò ai moti di Praga nel 1848 e successivamente all’insurrezione di Dresda nel 1849, dove combatté sulle barricate insieme a studenti e operai. Dimostrò grande energia organizzativa e sfruttò persino la propria formazione militare per coordinare gli insorti.

La sconfitta delle rivoluzioni segnò però l’inizio del periodo più duro della sua vita. Arrestato prima dai sassoni e poi dagli austriaci, Bakunin venne infine consegnato alla Russia zarista. Trascorse anni terribili nelle fortezze di San Pietroburgo e di Schlüsselburg, in condizioni di isolamento estremo che distrussero la sua salute ma non le sue convinzioni politiche.

La Siberia e la fuga che lo rese leggendario

Nel 1857 il governo russo decise di trasferire Bakunin in esilio in Siberia. Anche lì, però, il rivoluzionario non rinunciò alle proprie ambizioni politiche. Quando Michail Bakunin riuscì a fuggire dalla Siberia nel 1861, il suo nome era già diventato leggendario negli ambienti rivoluzionari europei. Dopo anni trascorsi nelle fortezze zariste e nell’esilio forzato, attraversò l’Estremo Oriente russo, raggiunse il Giappone, attraversò gli Stati Uniti e infine tornò in Europa passando per Londra, dove viveva l’amico Aleksandr Herzen.

Fisicamente appariva distrutto. La prigionia aveva compromesso la sua salute, lo scorbuto gli aveva fatto perdere gran parte dei denti e il suo corpo massiccio sembrava appesantito da anni di sofferenze. Eppure, chi lo incontrava restava colpito dalla forza magnetica della sua personalità. Conservava ancora l’entusiasmo febbrile delle rivoluzioni del 1848, come se il tempo trascorso nelle carceri russe avesse congelato il suo spirito in un eterno stato rivoluzionario.

Secondo Herzen, Bakunin sembrava incapace di percepire il fallimento politico che aveva colpito l’Europa dopo il 1848. Continuava a parlare delle barricate, delle insurrezioni e della rivoluzione imminente come se fossero eventi ancora vivi e pronti a riaccendersi da un momento all’altro.

I sogni slavi e la delusione polacca

Nei primi anni dopo il ritorno in Europa Bakunin non era ancora diventato pienamente anarchico. Continuava infatti a coltivare il vecchio sogno panslavista: immaginava una grande alleanza rivoluzionaria dei popoli slavi contro gli imperi europei. L’occasione sembrò arrivare con l’insurrezione polacca del 1863 contro la Russia zarista. Bakunin aderì con entusiasmo a un piano tanto ambizioso quanto caotico: un gruppo di rivoluzionari polacchi avrebbe dovuto raggiungere via mare le coste baltiche e sollevare le campagne lituane contro l’esercito russo. L’operazione, però, si trasformò rapidamente in un fallimento.

La spedizione era stata organizzata con incredibile superficialità. Le autorità russe conoscevano già i dettagli del piano prima ancora della partenza della nave inglese Ward Jackson. I volontari litigavano continuamente tra loro e il capitano britannico, terrorizzato dalla possibilità di essere intercettato dalla marina russa, riportò indietro gli insorti senza nemmeno tentare lo sbarco.

Per Bakunin fu una delusione decisiva. Cominciò a perdere fiducia sia nel nazionalismo polacco sia nell’idea che la liberazione dei popoli slavi potesse rappresentare il motore principale della rivoluzione europea.

L’Italia e la nascita delle società segrete anarchiche

Mikhail Bakunin 1869

Fu in Italia che Bakunin trovò finalmente il terreno politico più vicino alla propria sensibilità. Quando arrivò tra Firenze e Napoli negli anni Sessanta dell’Ottocento, il paese era attraversato da un clima di forte tensione politica. Molti democratici radicali consideravano ormai troppo moderata sia la monarchia sabauda sia la linea politica di Giuseppe Mazzini.

Bakunin si immerse immediatamente nell’atmosfera delle cospirazioni italiane, erede delle vecchie società segrete carbonare. Attorno a lui si raccolsero giovani rivoluzionari italiani, esuli slavi e militanti socialisti provenienti da diversi paesi europei. A Firenze nacque così una prima organizzazione clandestina, destinata a evolversi successivamente nella Fratellanza Internazionale.

Il cuore del progetto bakuninista era già chiarissimo. Lo Stato doveva essere abolito completamente, insieme alla religione organizzata e a ogni forma di autorità politica. Al loro posto Bakunin immaginava una federazione di comunità autonome unite liberamente tra loro. A differenza di altri socialisti dell’epoca, però, non credeva che questi cambiamenti potessero avvenire in modo pacifico. Per Bakunin la rivoluzione sociale sarebbe inevitabilmente passata attraverso la distruzione violenta dell’ordine esistente.

Il Catechismo rivoluzionario e l’idea della distruzione creatrice

In questo periodo Bakunin scrisse alcuni dei testi fondamentali del primo anarchismo organizzato. Tra questi il più importante fu il Catechismo rivoluzionario, documento nel quale delineava le basi teoriche della Fratellanza Internazionale. Lo Stato veniva descritto come la principale fonte dell’oppressione umana. Anche la religione istituzionale era considerata uno strumento di dominio, creato per mantenere i popoli nell’obbedienza. La libertà individuale, secondo Bakunin, poteva esistere soltanto in una società federale senza gerarchie politiche e senza governi centrali.

Ma ciò che distingueva davvero il pensiero bakuninista era l’enfasi sulla distruzione rivoluzionaria. Bakunin non vedeva la violenza come semplice mezzo politico, ma come una forza quasi rigeneratrice. Solo abbattendo completamente il vecchio mondo sarebbe stato possibile costruire una nuova società fondata sull’uguaglianza e sulla libertà. Questa visione, allo stesso tempo apocalittica e idealista, rese Bakunin una figura profondamente diversa sia dai liberali sia dai socialisti più moderati del suo tempo.

Lo scontro con Marx e la Prima Internazionale

Quando Bakunin entrò nell’Associazione Internazionale dei Lavoratori, il movimento socialista europeo era già dominato dall’influenza crescente di Karl Marx. Tra i due uomini il conflitto esplose quasi immediatamente. Non si trattava soltanto di antipatia personale, anche se entrambi possedevano caratteri autoritari e difficili da conciliare. La vera differenza riguardava il futuro stesso della rivoluzione. Marx riteneva necessario conquistare il potere statale per trasformare la società. Bakunin, invece, considerava ogni Stato inevitabilmente oppressivo, persino uno Stato socialista. Temeva che qualsiasi dittatura rivoluzionaria avrebbe finito per creare nuove élite e nuove forme di dominio.

Le divergenze erano anche geografiche e culturali. Nei paesi industrializzati del Nord Europa prevalevano organizzazioni centralizzate e strutturate, mentre in Italia, Spagna, Svizzera francese e Sud della Francia il modello federale e libertario di Bakunin trovava un consenso crescente. Al Congresso di Basilea del 1869 il rivoluzionario russo riuscì a infliggere una pesante sconfitta politica ai marxisti, dimostrando che la sua influenza nell’Internazionale stava diventando enorme.

Nečaev, il terrorismo e le paure dell’Europa

In quegli stessi anni Bakunin commise uno degli errori più controversi della sua vita politica: il rapporto con Sergej Nečaev, giovane estremista russo destinato a ispirare uno dei personaggi più inquietanti dei romanzi di Fëdor Dostoevskij. Nečaev sosteneva una concezione spietata della rivoluzione. Riteneva legittimo qualsiasi mezzo — inganno, violenza, assassinio — pur di distruggere il sistema esistente. Bakunin, affascinato dalla sua energia fanatica, gli permise di usare il proprio nome e collaborò alla diffusione di alcuni opuscoli rivoluzionari estremamente radicali.

Questo episodio contribuì enormemente alla fama sinistra di Bakunin presso i governi europei. Per molti conservatori egli divenne l’incarnazione stessa della cospirazione rivoluzionaria internazionale. In realtà il suo pensiero era più complesso e meno freddamente nichilista rispetto a quello di Nečaev. Bakunin sognava una rivoluzione popolare spontanea e universale, non una semplice macchina terroristica guidata da pochi fanatici.

La Comune di Parigi e il tentativo rivoluzionario di Lione

Lo scoppio della guerra franco-prussiana nel 1870 riaccese le speranze rivoluzionarie di Bakunin. Convinto che la crisi militare avrebbe provocato il crollo degli Stati europei, si recò a Lione per tentare una sollevazione popolare. Qui fondò un Comitato per la salvezza della Francia che proponeva misure radicalissime: abolizione dello Stato, cancellazione delle imposte, soppressione delle strutture amministrative tradizionali e autogoverno popolare.

Per alcune ore gli insorti riuscirono perfino a controllare il municipio cittadino. Ma la ribellione si rivelò disorganizzata e la Guardia nazionale borghese represse rapidamente il movimento. Bakunin venne arrestato ma riuscì a fuggire grazie all’aiuto dei suoi sostenitori. Il fallimento di Lione anticipò in parte il dramma della successiva Comune di Parigi, che Bakunin guardò con enorme entusiasmo vedendovi il primo esempio concreto di rivoluzione libertaria urbana.

La Comune di Parigi e il sogno della rivoluzione senza Stato

Quando nel 1871 esplose la Comune di Parigi, Bakunin interpretò immediatamente quell’esperienza come la conferma concreta delle proprie idee rivoluzionarie. Per la prima volta una grande città europea sembrava tentare di organizzarsi senza il controllo tradizionale dello Stato centrale, attraverso assemblee popolari, autogoverno cittadino e forme di democrazia diretta.

Anche se non partecipò direttamente agli eventi parigini, seguì la Comune con enorme entusiasmo. Ai suoi occhi i comunardi stavano dimostrando che una rivoluzione sociale poteva nascere spontaneamente dal basso, senza bisogno di una dittatura politica o di un partito centralizzato. Era esattamente l’opposto del modello rivoluzionario immaginato da Marx.

La Comune di Parigi fu un’esperienza rivoluzionaria e insurrezionale che si svolse a Parigi tra marzo e maggio del 1871, considerata uno degli eventi politici più importanti e simbolici dell’Ottocento europeo. Dopo la sconfitta della Francia nella guerra franco-prussiana e il crollo del governo imperiale di Napoleone III, a Parigi esplose una rivolta popolare contro il nuovo governo francese, accusato di tradimento e di voler disarmare la popolazione. Il 18 marzo 1871 cittadini, operai, membri della Guardia Nazionale e rivoluzionari presero il controllo della capitale francese e proclamarono la “Comune”, cioè un governo autonomo cittadino separato dallo Stato centrale. Per circa due mesi Parigi venne amministrata direttamente dai comunardi attraverso forme di autogoverno popolare.

La repressione della Comune

Ma nel maggio 1871 il governo francese riconquistò Parigi con estrema violenza durante la cosiddetta “settimana di sangue”. Migliaia di comunardi furono uccisi nelle strade della città, mentre altri vennero arrestati, deportati o condannati ai lavori forzati. La repressione della Comune colpì profondamente Bakunin. Nonostante la sconfitta, Bakunin continuò a vedere nella Comune di Parigi il simbolo di una rivoluzione libertaria possibile, destinata prima o poi a riapparire in Europa.

Fu anche dopo questi eventi che il conflitto con Marx divenne ormai insanabile. Per Bakunin la Comune aveva dimostrato che la libertà rivoluzionaria doveva nascere dall’autonomia delle città, delle comunità e delle federazioni popolari; per Marx, invece, la sconfitta confermava la necessità di un’organizzazione politica più centralizzata e disciplinata.

La scissione anarchica e gli ultimi anni

Lo scontro con Marx raggiunse il punto definitivo nel Congresso dell’Aia del 1872. I marxisti riuscirono a espellere Bakunin e i suoi alleati dall’Internazionale accusandoli di mantenere organizzazioni segrete clandestine. La risposta arrivò immediatamente: gli anarchici fondarono una propria Internazionale a Saint-Imier, in Svizzera. Da quel momento il movimento anarchico europeo cominciò a svilupparsi autonomamente, soprattutto in Spagna, Italia e nel sud della Francia.

Bakunin, però, era ormai esausto. Gli anni di carcere, povertà e continue cospirazioni avevano consumato la sua salute. Nonostante ciò partecipò ancora nel 1874 a un tentativo insurrezionale a Bologna, sperando quasi di trovare una morte eroica sulle barricate. Anche questa rivolta fallì miseramente e Bakunin fu costretto a fuggire travestito da prete di campagna.

La morte e l’eredità di Bakunin

Gli ultimi anni furono segnati dalla malattia, dai problemi economici e dalla delusione politica. Molti dei suoi stessi seguaci cominciarono a prendere le distanze dal suo carattere impulsivo e disordinato. Bakunin morì nel 1876 a Berna. Sembrava la fine malinconica di un rivoluzionario sconfitto. Eppure, proprio dopo la sua morte, le idee anarchiche si diffusero rapidamente in tutta Europa e in America Latina.

Per decenni il movimento anarchico nato dal bakuninismo avrebbe influenzato scioperi, rivolte e rivoluzioni, fino alla guerra civile spagnola del Novecento. La figura di Bakunin rimase profondamente contraddittoria: teorico della libertà assoluta ma anche uomo attratto dalla cospirazione e dalla distruzione rivoluzionaria. Nemico dello Stato ma fautore di organizzazioni segrete rigidamente disciplinate. Proprio questa miscela di idealismo, caos e passione rivoluzionaria continua ancora oggi a renderlo una delle personalità più affascinanti e controverse della storia politica moderna.

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