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Aborto e contraccezione nell’antica Roma: cosa sappiamo davvero?

storia dell'aborto e della contraccezione nell'antica Roma

Aborto e contraccezione erano temi già conosciuti nell’antica Roma, dove medici, erboristi e autori latini descrivevano rimedi per evitare o interrompere una gravidanza. Tra pratiche mediche, preparati a base di erbe, credenze popolari e norme giuridiche, il mondo romano sviluppò un approccio complesso al controllo delle nascite, diverso da quello moderno ma profondamente legato alla famiglia e alla società dell’epoca.

L’aborto e la contraccezione nell’antica Roma

La società romana era fortemente stratificata e regolata da norme abbastanza rigide. La nascita di figli legittimi era essenziale per mantenere le linee ereditarie e il prestigio familiare. L’aborto e la contraccezione nell’antica Roma erano pratiche comuni, ma non prive di controversie.

La legge romana non proibiva esplicitamente l’aborto. Tuttavia, la sua accettazione sociale variava in base allo status della donna e alle ragioni dell’aborto. L’abbandono dei neonati, specialmente di quelli non desiderati o illegittimi, era allo stesso modo una pratica diffusa, strettamente legata alle dinamiche sociali ed economiche.

L’aborto nell’antica Roma

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Il poeta Ovidio rivolge queste parole alla sua amica Corina: “Perché tormentate il vostro ventre introducendovi con la violenza armi appuntite e date al bambino non nato un orrido veleno”. Nella letteratura latina mancano fonti che ci illuminino sulle motivazioni personali delle donne che facevano ricorso all’aborto. Solo nel caso rappresentato da Ovidio, sappiamo che Corinna abortì per ragioni estetiche.

Secondo il diritto penale, l’interruzione volontaria di gravidanza non costituiva reato perché il diritto romano non considerava il nascituro una persona. In età repubblicana, l’aborto non era punito per legge. Inoltre, il confine tra prevenzione e metodo contraccettivo era assai labile.

Sanzioni penali contro l’aborto

Le prime sanzioni penali contro l’aborto comparvero all’inizio del III secolo d.C., durante il regno degli imperatori Settimio Severo e Caracalla. Un loro rescritto prevedeva l’esilio temporaneo per la donna che avesse interrotto volontariamente la gravidanza contro la volontà del marito, privandolo della possibilità di avere un erede. La norma tutelava quindi i diritti del marito e della famiglia, più che la vita del nascituro.

Più severe erano le pene previste per chi somministrava farmaci abortivi o praticava l’interruzione della gravidanza causando la morte della donna. In questi casi le sanzioni potevano comprendere i lavori forzati, l’esilio o, nei casi più gravi, anche la pena capitale, a seconda dello status sociale del responsabile e della gravità del fatto. Nonostante queste disposizioni, l’aborto continuò a essere praticato in tutto il mondo romano.

I metodi per abortire

come si abortiva nell'antica Roma

Dunque, anche durante l’età imperiale, si ricorreva abbondantemente all’aborto. I metodi più diffusi per metterlo in atto consistevano nell’assunzione di purghe ed emetici o altre bevande. Ma anche veri interventi chirurgici con sonde metalliche. Oppure ancora si cercava di abortire tramite l’esecuzione di movimenti violenti, sollevando pesi eccessivi, realizzando lavande o applicazioni locali.

Le donne che decidevano di interrompere la gravidanza, nella maggior parte dei casi, si affidavano a persone esperte, come levatrici (obstetrices), medici o guaritori, che preparavano farmaci abortivi o conoscevano le tecniche impiegate a questo scopo. Non si trattava necessariamente di ciarlatani: molti possedevano conoscenze di medicina ed erboristeria tramandate dalla tradizione.

Il Giuramento di Ippocrate, già noto nel mondo romano, vietava al medico di somministrare sostanze destinate a provocare l’aborto. Tuttavia questo principio etico non era universalmente osservato. Le fonti antiche dimostrano infatti che alcuni medici descrivevano metodi contraccettivi e abortivi, soprattutto quando ritenevano che l’interruzione della gravidanza fosse giustificata da ragioni mediche o dalla tutela della salute della donna.

I metodi contraccettivi nell’antica Roma

metodi per abortire nell'antica Roma

Aborto e metodi contraccettivi nell’antica Roma erano pratiche dai confini molto labili. L’aborto era spesso considerato un contraccettivo dell’ultima ora. Ma quali erano i veri metodi contraccettivi dell’antica Roma?

All’epoca non vi era consapevolezza sulla differenza tra i vari metodi per prevenire una gravidanza, l’aborto e l’abbandono dei bambini. Questa inconsapevolezza era causata dalla mancata conoscenza del meccanismo fisiologico del concepimento.

Prevenire le gravidanze

aborto Roma antica

Segnale di tale situazione è il fatto che, nella lingua latina antica, non esistevano parole per indicare il concepimento e la contraccezione. L’unica espressione descrittiva utilizzata nella lingua orale era “ne concipiat”, cioè “affinché non rimanga incinta”, segno che il controllo delle nascite non costituiva una disciplina autonoma né un tema sistematicamente affrontato.

Le fonti antiche trattano questi argomenti solo occasionalmente e, nella maggior parte dei casi, con riferimento alle classi sociali più elevate. Inoltre, i testi medici e giuridici dedicano maggiore attenzione all’aborto che ai metodi contraccettivi. Ciò non significa necessariamente che la contraccezione fosse meno diffusa, ma piuttosto che le pratiche per evitare il concepimento sono documentate in modo più frammentario rispetto all’interruzione della gravidanza.

La svolta nel II secolo

A partire dal II secolo d.C., le fonti mediche romane descrivono con maggiore frequenza i metodi utilizzati per evitare il concepimento. La contraccezione rimaneva tuttavia considerata soprattutto una responsabilità femminile, e la maggior parte delle pratiche era affidata alle donne e alle levatrici.

Tra i rimedi più comuni figuravano pessari e preparati a base di resina di cedro, aceto, olio d’oliva, miele e altre sostanze ritenute capaci di ostacolare il concepimento. Erano inoltre consigliate lavande vaginali dopo il rapporto sessuale e la rimozione manuale del liquido seminale, metodi che oggi sappiamo avere un’efficacia molto limitata. Accanto a queste pratiche si ricorreva anche a numerose erbe medicinali, alle quali la medicina e la tradizione popolare attribuivano proprietà contraccettive o abortive.

Più evoluti erano i metodi che consistevano nell’introdurre in vagina pezze di lana intrise di olio di oliva, miele, vino o resina. Molti ricorrevano a un metodo del tutto inefficace: indossare amuleti magici durante il rapporto sessuale. Inoltre, si evitavano i rapporti nei giorni fertili del ciclo. Ma questo metodo era inefficace perché non c’era una conoscenza precisa delle fasi del ciclo e dell’ovulazione. Infatti, i medici ritenevano che i giorni più fertili fossero quelli immediatamente dopo le mestruazioni. Il coito interrotto era praticato pochissimo e ne abbiamo notizie solo dal IV secolo d.C.

L’abbandono dei bambini: un altro aspetto della contraccezione nell’antica Roma

Anche l’abbandono dei bambini era considerato una pratica di pianificazione della prole, al pari dell’aborto e della contraccezione nell’antica Roma. L’expositio (l’abbandono) era largamente praticato nella parte orientale dell’impero, dove era considerato una specie di tradizione. Però, con il consolidamento dell’impero, si iniziò a ostacolare tale pratica, anche se la legge non si espresse mai con un divieto formale.

Le motivazioni che spingevano ad abbandonare i bambini includevano la presenza di malformazioni fisiche nei nascituri. Ma anche situazioni economiche precarie e compromesse dei genitori e della madre in particolare. Infatti, erano soprattutto i poveri a ricorrervi. Non a caso, il numero dei bambini abbandonati aumentava durante i periodi di crisi, penuria e carestia.

Il destino di femmine e maschi

abbandono dei bambini nell'antica Roma

L’abbandono dei bambini riguardava soprattutto le femmine perché erano più costose da mantenere fino al loro matrimonio. Con il matrimonio c’era poi bisogno della dote. Le ragazze più grandi non ancora sposate erano considerate delle reiette, quindi foriere di sciagure future. Esse erano avviate spesso alla prostituzione in mancanza di altre forme di sostentamento. I neonati abbandonati erano adagiati in una cesta o in una bacinella e lasciati in luoghi molto frequentati. Ad esempio, al mercato di Roma vi era una colonna dove si trovavano regolarmente delle ceste contenenti i neonati. Per tale motivo, la colonna era chiamata “lactaria columna“, cioè la colonna del latte. In questo modo, si cercava di assicurare loro maggiori possibilità di salvezza. Tuttavia, erano molti i neonati che morivano di fame e freddo.

E anche se scampavano alla morte, la vita degli orfani non si preannunciava quasi mai fortunata. La loro sorte consisteva quasi sempre nella schiavitù per i maschi e nel lupanare per le femmine. Chi adottava i trovatelli aveva infatti il diritto di renderli schiavi, di farli lavorare. Se poi i genitori naturali ci ripensavano o ritrovavano il figlio abbandonato e ne richiedevano la liberazione, essi dovevano rimborsare i genitori adottivi per le spese sostenute durante la crescita. A differenza del diritto romano, quello greco prevedeva invece che la restituzione dovesse avvenire senza alcun rimborso.

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