Nonostante le fortificazioni più tarde abbiano fissato nell’immaginario l’idea di una città bastionata, Sarzana, cittadina ligure in provincia della Spezia, continua a rivelarsi soprattutto come tessuto urbano di matrice medievale. Le sue strade rettilinee, gli assi principali che si intersecano, i vuoti e i pieni di chiese, orti e cortili interni compongono ancora oggi un paesaggio storico leggibile. Procedere lungo queste vie significa attraversare secoli di stratificazioni, in cui l’impianto di età di mezzo sopravvive, si adatta, ma non scompare: è un archivio all’aperto, nel quale le pietre raccontano lo sviluppo di un centro che seppe cogliere la propria posizione strategica per crescere e organizzarsi come polo urbano di primo piano nella Val di Magra.
Alle origini: dal castrum al borgo di pianura

Le menzioni più antiche che riguardano Sarzana si riferiscono all’Alto Medioevo con il castrum del vescovo di Luni (963), attestato sulla sommità del colle che domina l’attuale abitato, oggi Fortezza di Sarzanello o Castracani. Ma la discesa nella piana ai piedi della fortezza di Sarzanello non è documentata con precisione nelle date. Le prime attestazioni sicure del borgo di pianura risalgono al 1084–1085, quando compare la dizione “Actum burgo Sarzana”.
La fondazione e lo sviluppo non furono un semplice riflesso dell’abbandono di Luni: Sarzana nacque e prosperò per la convergenza di due fattori strutturali, la via Francigena e il fiume Magra, arterie complementari di pellegrinaggio, traffici e scambi che, per tutto il medioevo, resero il sito un crocevia naturale.
Il “borgo vecchio” e le prime istituzioni

Nel 1129 una testimonianza coeva cita il “borgo vecchio”, che si organizza attorno all’ospedale di San Bartolomeo, luogo di ricovero e sosta in prossimità della Francigena. Qui si colloca anche la prima pieve di San Basilio, fulcro religioso di un insediamento che, per vocazione viaria, unisce assistenza ai viandanti, culto e mercato. La presenza dell’ospedale indica una società capace di strutturarsi: l’istituzione ospitaliera, infatti, non è un semplice servizio, ma una macchina urbana che attira risorse, regola flussi e consolida la rete di relazioni del borgo con il territorio.
L’unificazione dei borghi e la nuova cinta

Nel 1154 il nucleo originario, già cinto da mura, viene unito a un’adiacente area sviluppatasi attorno alla pieve di Sant’Andrea: è un passaggio fondamentale, perché traduce l’accresciuta complessità sociale in una forma urbana riconoscibile. Nasce una nuova cinta muraria che ingloba assi destinati a diventare centrali, come via Cattani e via Mazzini. L’espansione non è casuale: disegna margini protetti, organizza ingressi e uscite, e distribuisce i pesi tra funzioni religiose, assistenziali e commerciali, rafforzando il carattere policentrico del borgo riunito.
La crescita del XIII secolo: quartieri e porte

Agli inizi del XIII secolo si compie un atto istituzionale di grande portata: il trasferimento della sede vescovile da Luni a Sarzana. Il baricentro ecclesiastico e amministrativo si sposta e la città si suddivide in quartieri, segno di una governance urbana più articolata. Nel secolo successivo si aprono sei porte lungo la cortina muraria, formalizzando un sistema d’accessi che controlla circolazioni, pedaggi e difesa. Il perimetro fortificato definisce il dentro e il fuori, ma non arresta la spinta edificatoria: tra xiii e xiv secolo si moltiplicano edifici oltre le mura e si impiantano complessi religiosi capaci di generare nuove centralità.
Clarisse e domenicani: istituzioni che ridisegnano lo spazio
La presenza degli ordini mendicanti e monastici plasma il paesaggio urbano. Il primo complesso delle Clarisse è attestato nel 1309 in un’area extra moenia che ancora nel Settecento verrà ricordata come “monastero vecchio”. Nel 1462 è documentato un nuovo edificio per le monache di Santa Chiara, con chiesa affacciata su via Mazzini e orti estesi fino all’attuale piazza Garibaldi. A oriente, i terreni accolgono l’ospedale di San Bartolomeo, consolidando un’asse religiosa–assistenziale che intreccia cura del corpo e cura dell’anima.
A ovest, i Domenicani impiantano il proprio monastero, le cui fondazioni e porzioni di orti testimoniano un cantiere protratto e l’innesto di un grande edificio di culto con porticato in facciata. Questi poli religiosi generano strade, piazze, attività correlate; sono motori economici e, al contempo, presidi culturali che alfabetizzano lo spazio cittadino.
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Le evidenze materiali: necropoli, case, pozzi
La città dei vivi convive con la città dei morti. Nella parte nord-orientale emerge una necropoli tardo-medievale in prossimità del porticato dell’oratorio di Nostra Signora della Misericordia. Attorno, lungo via Cattani e via Mascardi, si leggono le tracce di abitazioni: in via Cattani il perimetro di un grande edificio con acciottolato, in via Mascardi un residuo pavimentale che ricompone la planimetria domestica. L’area a ovest dell’oratorio rivela, inoltre, i resti di fondazione del monastero di San Domenico, una necropoli e un ampio pozzo antistante: un trittico di strutture che racconta approvvigionamenti idrici, ritualità e quotidiano, intrecciati in pochi metri.
Dietro il teatro: campi, pali, muri

La zona di via Dietro il Teatro conserva tracce di frequentazione agricola medievale: solchi, terreni lavorati, paesaggi coltivi sopravvissuti in negativo sotto le sistemazioni più tarde. Una muratura con apertura, più recente, testimonia fasi edilizie successive, mentre una serie di buche per pali è riferibile alla prima fase costruttiva del convento dei Domenicani, destinato in seguito a estendersi su tutta l’area del Teatro degli Impavidi.
La necropoli di questa porzione è cronologicamente più tarda e presenta cinque sepolture con tre tipologie distinte: fossa in terra, cassa lignea e inumazione in fossa con cordolo in pietra. All’interno dell’oratorio di San Girolamo, invece, sono state rilevate sette sepolture: due in fossa di terra, una probabilmente in cassa lignea, e un’altra, imponente, rinvenuta vuota. È un mosaico che restituisce pratiche funerarie variabili, gerarchie sociali e usi liturgici stratificati.
Il mistero di Asiano: un trasferimento, ma di chi?

Nel 1170 un documento del Codice Pelavicino accende un dibattito destinato a dividere gli studiosi: si narra la concessione del vescovo Pipino ai consoli e agli uomini di Sarzana di “transmutare burgum supra ripam Macrae in loco ubi dicitur Asianus”, con l’impegno ad acquisire il territorio e a concedere cento case (e, in prospettiva, altre duecento). Da qui le interpretazioni: Agostino Bernucci (XVI secolo) lesse nel testo il trasferimento di Sarzana ad Asiano, dettato forse dalla malaria. Ippolito Landinelli (XVII secolo) ne registrò la donazione senza localizzare il sito preciso di Asiano. Monsignor Luigi Podestà sottolineò come nel 1170 Sarzana esistesse già nel sito attuale. Umberto Giampaoli sostenne che un trasferimento avvenne, richiamando un atto del 1219 che menziona patti conclusi “in transmutatione burgi in loco dicto Asiano”. La sua soluzione ipotizza Asiano come comunità limitrofa: una fusione, dunque, con traslazione del nome sul nuovo insediamento contiguo. Me il trasferimento e l’espansione non coincidono.
Una lettura alternativa, più aderente alle parole del 1170, propone che Pipino concesse di trasferire non Sarzana in quanto tale, ma “il borgo sulla Magra”, un altro nucleo abitato, in Asiano. Asiano sarebbe quindi collocato nelle immediate vicinanze della città e il borgo trasferito potrebbe identificarsi con il “borgo novo de Calcandola/Carcandula” attestato nel 1181. La formula, in questo quadro, descrive un riassetto di micro-insediamenti lungo i corridoi della mobilità e non lo spostamento dell’intera sede urbana.
Strade che creano città: Emilia, Clodia e Francigena
Per comprendere il senso di questi movimenti occorre guardare alla viabilità storica. Dopo Luni, due direttrici stradali pricnicpali si separavano. La via Emilia di Scauro verso Genova e la Cassia/Clodia risalente la valle del Magra verso Pontremoli. Tra il XI e il XII secolo, le paludi costiere della Versilia resero precaria la percorrenza del litorale: si impose una traslazione interna dei traffici lungo la via Romea/Francigena.
In questo spostamento di asse nacque e si strutturò Sarzana, mentre tratti della vecchia Emilia sopravvissero, collegando Luni al Frigido e a Santo Stefano di Magra. Gli statuti del 1269 ricordano l’impegno consolare a mantenere entrambi i tronconi che da Sarzana guardavano verso Toscana e Santo Stefano, segno di una duplice vocazione: nodo di transito e città di destinazione. La rivalità con Luni per il controllo delle merci rimase viva a lungo, come attestano anche le citazioni quattrocentesche negli statuti di Castelnuovo Magra (1408).
Santa Maria e la scia dei pellegrini
Un ulteriore tassello proviene dagli itinerari medievali. Tra Santo Stefano di Magra e Luni è ricordato un “borgo di Santa Maria”, menzionato alcune compilazioni del XII secolo e in una Vita di Arrigo II che elenca le tappe del re Filippo Augusto di Francia nel 1191. Dopo Luni si incontra “S. Mariam de Sardencu”. L’identificazione con Sarzana è stata proposta in passato, ma presenta un nodo: nel 1154 la cattedrale di Santa Maria non esisteva ancora, e Sarzana si reggeva sulle pievi di Sant’Andrea e di San Basilio.
Inoltre, Santa Maria parrebbe affacciarsi al vecchio tronco dell’Emilia, mentre Sarzana sorge sulla Francigena. Ecco allora la pista che riannoda i fili: che il borgo di Santa Maria, poi scomparso dalle fonti, sia proprio quel “borgo sulla Magra” oggetto della concessione del 1170 e che la sua traslazione ad Asiano abbia lasciato memoria in quel “de Sardencu” che evoca, forse per corruzione grafica, la sfera sarzanese. Non una trasmigrazione della città, dunque, ma un riassetto insediativo mirato, in risposta a malaria, mutamenti di percorso e nuove priorità della mobilità medievale.
Leggere la città come una fonte
L’archeologia urbana di Sarzana non restituisce soltanto oggetti: offre relazioni. Le mura che si ampliano, le sei porte, i monasteri con i loro orti, le necropoli accanto agli oratori, i pozzi a servizio di comunità di vivi e di morti, compongono una topografia della funzione che è anche una mappa del potere.
Dentro questa griglia, i documenti – dal Codice Pelavicino agli statuti – illuminano passaggi decisivi: l’arrivo del vescovo, l’equilibrio tra vie antiche e nuovi assi, la gestione dei borghi satelliti. Sarzana diventa così un caso esemplare: una città che cresce senza negare le proprie origini, che rifonde nuclei e riutilizza tracciati, che accoglie ordini religiosi come generatori di urbanità. Percorrerla oggi significa misurare la resistenza di un impianto medievale capace di adattarsi, stratificarsi e parlare ancora, con la chiarezza discreta delle sue pietre.





