Clima, genere, sessualità e malattia nel XVIII secolo: i tropici nel pensiero medico europeo

Clima, genere, sessualità e malattia nel XVIII secolo

Nel corso del XVIII secolo, gli europei che vivevano o soggiornavano nelle regioni tropicali elaborarono una visione profondamente problematica di questi ambienti. Li interpretarono come luoghi intrinsecamente ostili al corpo e alla salute. Le sofferenze fisiche sperimentate nei tropici vennero attribuite a una combinazione di fattori che comprendevano il clima caldo e umido, la presunta pericolosità delle popolazioni locali. E, non da ultimo, la vulnerabilità della stessa costituzione maschile europea, ritenuta inadatta a tali contesti ambientali.

La zona torrida: clima, genere e malattia nel pensiero medico del XVIII secolo

Queste interpretazioni non nacquero da osservazioni neutrali, ma si inserirono in un quadro culturale in cui clima, razza, sessualità e moralità venivano costantemente intrecciati. Le malattie che colpivano gli europei nei tropici non furono quindi comprese solo come fenomeni biologici, ma come il risultato di trasgressioni, contatti ritenuti impropri e di un ambiente percepito come moralmente e fisicamente corruttivo.

Il caso Duplassey e la paura del soprannaturale

caso Duplassey

Un esempio emblematico di questo modo di pensare è offerto dal racconto del chirurgo navale Robert Robertson, che nel 1777 pubblicò il diario delle sue esperienze in Africa e nelle Indie occidentali. Nel descrivere le malattie osservate ad Antigua, Robertson riportò il caso di Charles Duplassey, un macellaio che si presentò con gravi gonfiori ai genitali e morì pochi giorni dopo. Dopo la sua morte, al chirurgo giunse la voce, che egli stesso dichiarò di ritenere poco affidabile, secondo cui l’uomo aveva avuto un rapporto orale, da ubriaco, con una donna nera la notte precedente l’insorgere dei sintomi.

Robertson, dichiarandosi incapace di comprendere il caso, raccolse il racconto di un altro marinaio che affermava di aver subito un danno simile dopo un rapporto orale con una prostituta. Il marinaio affermò di non aver notato nulla di insolito nell’atto del coito, ma era certo che la colpa fosse della donna, poiché lei era scappata appena alzata dal letto. Il medico notò che entrambi i pazienti avevano picchiato le donne prima di avere rapporti con loro. In entrambi i casi, l’attenzione non si concentrò sulla violenza esercitata dagli uomini sulle donne, esplicitamente ammessa nei racconti, ma sulla presunta colpa femminile. Il chirurgo interpretò gli episodi come eventi di natura soprannaturale, attribuendo alle donne un potere diabolico esercitato contro uomini che, nella sua narrazione, avevano fatto ben poco per meritare una simile punizione.

Donne africane, sessualità e malattia

Donne africane, sessualità e malattia

Racconti come quelli di Robertson non costituivano eccezioni, ma si inserivano in un discorso medico più ampio che rappresentava le donne di origine africana come una minaccia sessuale e sanitaria per gli uomini europei. Willem Bosman, funzionario olandese sulla costa della Guinea, descrisse le pratiche matrimoniali locali con un misto di curiosità e condanna, mentre altri autori mostrarono un atteggiamento molto più esplicitamente accusatorio.

Nel 1737, il chirurgo John Atkins attribuì la diffusione delle malattie veneree esclusivamente alle donne, sostenendo che la promiscuità maschile fosse secondaria rispetto alla presunta degenerazione fisica delle prostitute. Questa spiegazione eziologica assolveva in larga misura gli uomini e consolidava l’idea delle donne, e in particolare delle prostitute, come serbatoi di infezione.

Razza, prostituzione e stereotipi

Nel corso del secolo, il discorso medico si arricchì di elementi apertamente razzializzati. Alcuni autori sostennero che tutte le donne africane e le loro discendenti fossero, per natura, inclini alla prostituzione. Robert Thomas, ad esempio, mise in guardia le donne europee dall’affidare i propri figli a balie nere o mulatte. Erano ritenute portatrici di gravi malattie come la lebbra o infezioni veneree.

Edward Long, nella sua History of Jamaica del 1774, affermò che gli inglesi nelle Indie occidentali fossero particolarmente vulnerabili alle febbri. Questo a causa della loro alimentazione e dei rapporti sessuali con donne nere e mulatte. Secondo Long, tali donne avrebbero nascosto deliberatamente le proprie malattie per trarne vantaggi materiali. Contribuirono così a consolidare il modello della “Jezebel nera”, figura stereotipata di schiava generalmente intesa come una prostituta che iniziava una relazione con un uomo bianco esclusivamente per ottenere favori materiali.

Donne europee e differenze di genere

Nei testi medici dell’epoca, le donne europee comparivano soprattutto in relazione ai processi riproduttivi, come gravidanza e parto. Le domande chiave per molti medici e chirurghi che scrivevano su parto, mestruazioni e menopausa riguardavano il modo in cui tali processi variavano a seconda del clima.

Su altre questioni mediche, riguardanti le malattie che affliggevano entrambi i sessi, le differenze erano percepite come una questione di grado e non di natura. Gli uomini effeminati, come le donne, erano ritenuti meno soggetti a un attacco fatale di febbre gialla nei climi che favorivano gli evirati. Molte delle osservazioni trovate nei testi medici dell’epoca riguardanti le malattie dei climi caldi sono meglio intese come cliché culturali, piuttosto che come materiale finalizzato alla diagnosi o al trattamento.

Il parto nei climi caldi

parto nei climi caldi

Uno dei temi più ricorrenti nella letteratura medica era la presunta facilità del parto nelle regioni tropicali. Questa idea affondava le sue radici nella tradizione ippocratica ed era stata ripresa da viaggiatori e medici fin dal XVI secolo. Amerigo Vespucci, Jean de Thévenot e Friedrich Hoffmann descrissero donne che partorivano rapidamente e tornavano alle loro attività quotidiane nel giro di poche ore o giorni.

Questa rappresentazione, apparentemente positiva, non era priva di implicazioni ideologiche. La riduzione del dolore del parto poteva essere interpretata come una deviazione dalla punizione biblica inflitta a Eva, alimentando sospetti di inferiorità o alterità razziale. Edward Long, in particolare, utilizzò tali argomentazioni per animalizzare le donne africane e giustificare la loro condizione di sfruttamento.

Schiavitù, lavoro e maternità

L’idea che le donne afro-caraibiche potessero lavorare fino agli ultimi mesi di gravidanza e riprendere l’attività poco dopo il parto servì a legittimare regimi di lavoro estremamente duri. Autori come Benjamin Moseley descrissero i climi caldi come favorevoli alla gestazione, minimizzando i rischi e le sofferenze.

Contro queste rappresentazioni si schierarono gli abolizionisti, che denunciarono il trattamento riservato alle donne incinte e che allattavano. Essi utilizzarono tali testimonianze per smuovere l’opinione pubblica contro la schiavitù.

Precocità sessuale e declino

Accanto al tema del parto facile, circolava l’idea che i climi caldi favorissero una maturazione sessuale precoce seguita da un rapido declino. George Cleghorn e altri autori riportarono casi di pubertà anticipata e di mestruazioni precoci, soprattutto tra le donne creole.

Queste osservazioni venivano spesso caricate di giudizi morali e razziali. Se alcune donne bianche creole venivano descritte come vitali ma precocemente senescenti, le donne mulatte erano rappresentate come soggette a un rapido decadimento fisico, rafforzando gerarchie di valore basate su razza e genere.

Febbri, mascolinità e vulnerabilità

Febbri, mascolinità e vulnerabilità

Un altro elemento centrale del discorso medico riguardava la particolare vulnerabilità degli uomini giovani, forti e robusti alle febbri tropicali, soprattutto alla febbre gialla. Numerosi medici osservarono che proprio coloro che incarnavano l’ideale di virilità europea risultavano i più colpiti.

Il caldo e l’umidità venivano descritti come fattori in grado di allentare le fibre del corpo, rendendo paradossalmente più adatti ai tropici individui considerati deboli o effeminati. In questo quadro, la mascolinità nord-europea appariva come un elemento di rischio piuttosto che di forza.

Mestruazioni e protezione fisiologica

Alcuni autori attribuirono alle mestruazioni un ruolo protettivo nei confronti di certe malattie. Secondo questa interpretazione, il flusso mestruale avrebbe compensato l’eccesso di sangue che rendeva gli uomini più vulnerabili nei climi caldi.

Medici come John Tennent sostennero che le donne fossero meno colpite dalla febbre gialla grazie alla loro fibra più lassista e alle perdite mestruali. Gli uomini effeminati, pur condividendo una costituzione simile, non beneficiavano di questo meccanismo fisiologico, rimanendo in una posizione ambigua tra i due sessi.

Clima, genere e costruzione del sapere

Nel complesso, le relazioni tra sesso, genere e clima nel pensiero medico del XVIII secolo risultano profondamente complesse e contraddittorie. Le differenze tra uomini e donne potevano essere rafforzate o attenuate a seconda del contesto climatico e culturale.

In ultima analisi, queste teorie riflettevano meno una realtà biologica oggettiva e più un insieme di pregiudizi radicati. Le donne nere venivano rappresentate come l’incarnazione delle paure europee legate alla sessualità, alla malattia e alla perdita di controllo in un mondo percepito come radicalmente altro.

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