Chi erano i Kroomen e come diventarono cacciatori di schiavisti

Kroomen Royal Navy

Quando nel 1807 il Parlamento di Londra vietò ai sudditi britannici di partecipare alla tratta degli schiavi, la Royal Navy si trovò di fronte a una sfida inedita: pattugliare la vasta e insidiosa “costa degli schiavi” dell’Africa occidentale. Le difficoltà erano enormi: poche navi potevano essere distolte dalla guerra in corso contro Napoleone, mentre il clima tropicale e le malattie endemiche mietevano vittime tra i marinai europei. In questo contesto si inserì la vicenda dei Kroomen, marinai africani originari dell’attuale Liberia, che avrebbero giocato un ruolo decisivo nella lotta alla tratta atlantica, divenendo i protagonisti di una pagina poco nota ma centrale della storia del XIX secolo.

Lo squadrone preventivo e la guerra alla tratta

La Gran Bretagna costruì lentamente un sistema di trattati con le potenze europee che consentivano alla Royal Navy di perquisire le navi degli altri Paesi sospette di traffico di esseri umani. Contemporaneamente, gli inglesi stipularono accordi con sovrani africani, spesso coinvolti nel commercio di uomini in cambio di armi e merci, tentando di convincerli a rinunciare al lucroso mercato. Quando la diplomazia falliva, la marina non esitava a risalire i fiumi, colpire gli avamposti degli schiavisti o sostenere conflitti locali per insediare governanti più favorevoli alla causa abolizionista.

Dopo il 1807, quando la Gran Bretagna vietò la tratta, la Royal Navy istituì lo West Africa Squadron per pattugliare le coste e intercettare i mercanti di schiavi. Nel giro di pochi decenni lo “squadrone preventivo” crebbe fino a comprendere oltre venti navi, con circa un migliaio di uomini a bordo. A metà Ottocento la sorveglianza della Royal Navy si estese anche all’Oceano Indiano, dove le vittime della tratta venivano deportate da Mozambico, Malawi e Kenya verso il Golfo Persico, il Madagascar o addirittura il Brasile. Proprio in questo contesto gli africani della Liberia e della sierra Leone, noti come Kroomen, si affermarono come la forza più preziosa della marina britannica nelle operazioni contro gli schiavisti.

I Kroomen: prima marinai e poi combattenti

Chi erano i Kroomen e come diventarono cacciatori di schiavisti
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I Kroomen (detti anche Kroos o Krumen) erano marinai e lavoratori provenienti dall’area costiera della Liberia e della Sierra Leone, appartenenti in gran parte all’etnia dei Kru, popolazione stanziata lungo le coste dell’Africa occidentale. A partire dal XVIII secolo, e soprattutto nell’Ottocento, furono molto ricercati come equipaggiatori, rematori e marinai dalle flotte europee e americane che operavano nell’Atlantico. Essi si distinsero per la loro abilità nautica e per la capacità di resistere alle febbri che decimavano gli equipaggi europei. Avevano una grande conoscenza del mare e delle correnti costiere dell’Africa occidentale, erano considerati disciplinati e poco inclini alle ribellioni rispetto ad altri gruppi reclutati e non erano tradizionalmente coinvolti nella tratta degli schiavi, dunque si prestavano più facilmente a contratti di lavoro marittimo.

A bordo delle navi reali eseguivano i compiti ordinari dei marinai, ma eccellevano soprattutto nelle missioni a terra, quando bisognava sbarcare con le canoe per inseguire i negrieri lungo le spiagge o risalire i corsi d’acqua. Il loro coraggio nelle azioni di sbarco divenne proverbiale, al punto da generare un detto tra gli stessi Kroomen: “Un inglese va dal diavolo – un Krooman va con lui.” E’ così che, in breve tempo, passarono dall’essere barcaioli e intermediari a marinai completi, capaci di condurre interi equipaggi. Emblematico il caso della HMS Wilberforce, riportata a Plymouth nel 1842 quasi interamente grazie a un contingente di Kroomen, dopo che la febbre gialla aveva ucciso gran parte dell’equipaggio britannico.

I Kroomen diventano cacciatori di schiavisti

Kroomen
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Nei primi decenni dell’Ottocento, i Kroomen non esitarono a imbarcarsi anche su navi negriere, come ricordò lo stesso schiavista franco-italiano Théodore Canot. Eppure, col rafforzarsi dell’azione dello squadrone britannico, la loro identità si trasformò profondamente. Intorno al 1830, opporsi alla tratta degli schiavi e agli schiavisti divenne parte integrante, non solo del loro lavoro, ma della loro stessa identità. Tra loro circolava il detto: “L’uomo bianco non è schiavo, il Krooman non è schiavo”, segno di un forte orgoglio che li differenziava da altre comunità africane.

Le colonie Kroomen sorsero in più punti strategici. A Freetown, capitale della Sierra Leone, a Fernando Po nel Golfo di Guinea e persino a Città del Capo. Tuttavia, il legame più saldo rimase quello con la Royal Navy, che li arruolava regolarmente con contratti stipulati attraverso i “Capi Krooman”, responsabili di squadre da dieci a venti uomini. Il sistema prevedeva condizioni particolari: autonomia interna nella disciplina, punizioni inflitte dai capi stessi e la garanzia di essere rimpatriati alla fine del servizio. Una prassi che differenziava i Kroomen dagli altri marinai, spesso sottoposti a un rigido potere gerarchico.

Kroo Town a Freetown e la vita comunitaria

Kroo Town
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Il centro nevralgico della presenza Kroomen divenne “Kroo Town”, un quartiere di Freetown. Era organizzato come una nave: disciplina marittima, abbigliamento navale, addestramento su alberi finti per esercitarsi. Freetown era una base navale di primaria importanza nell’Ottocento, dove la marina inglese conduceva pattugliamenti contro la tratta atlantica degli schiavi. A Kroo Town abitavano quasi esclusivamente uomini, pronti a imbarcarsi appena una nave britannica attraccava. Il Capo Krooman negoziava il contratto con i capitani, mostrando referenze scritte dai precedenti comandanti e custodite con cura in astucci sigillati.

Questa comunità, pur radicata in un contesto coloniale, conservava tradizioni proprie. I Kroomen rifiutavano la conversione al cristianesimo, mantenevano le loro divinità e usanze religiose. Solo raramente si avvicinavano alla scrittura e alla lingua inglese, se non per necessità commerciali. Anche al termine della carriera, che poteva durare oltre vent’anni, riportavano al villaggio natale i beni acquistati con la paga, offrendo doni agli anziani e consolidando il proprio status sociale.

Carriera, onore e reputazione

La disciplina interna era una questione di prestigio collettivo. Un Krooman punito da un bianco avrebbe significato un’onta per l’intera comunità. Per questo i capitani delegavano la disciplina al Capo Krooman, consapevoli che un affronto avrebbe potuto portare l’intero gruppo a disertare. Questa forte coscienza identitaria alimentava la loro affidabilità e il loro orgoglio professionale.

Molti si tatuavano i nomi delle navi su cui avevano servito, adottavano nomi anglicizzati e, grazie alle esperienze acquisite, viaggiavano in lungo e in largo: dall’India a Liverpool, dagli Stati Uniti al Sud America. Nel 1842 un Kroomen, Tom Coffee, fu chiamato a testimoniare davanti a una commissione parlamentare a Westminster, un fatto eccezionale per un africano dell’epoca. In quella occasione gli fu chiesto se fosse possibile reclutare altri Kroomen per lavorare nella colonia della Guyana Britannica. La sua esperienza era infatti considerata rappresentativa della professionalità e dell’affidabilità dei suoi connazionali. Per queste caratteristiche furono definiti “gli scozzesi d’Africa”, celebri per la loro mobilità e per l’abilità nel mare.

Rischi, eroismi e la fine di un’epoca

cattura della nave negriera Felicidade
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Il lavoro dei Kroomen era rischioso: spesso impegnati in missioni di esplorazione, affrontavano agguati, ribellioni, combattimenti e partecipavano agli abbordaggi delle navi sospette. Nel 1845 alcuni di loro morirono durante la cattura della nave negriera Felicidade. Nel 1851 presero parte all’attacco di Lagos contro il re schiavista, pagando un alto tributo di sangue. Non mancavano tuttavia episodi di eroismo. Come il salvataggio di prigionieri da una nave incagliata nel 1869, quando i Kroomen Jim George e Peter Warman riuscirono a trarre in salvo bambini e compagni tra le onde, guadagnandosi una medaglia della Royal Humane Society.

Questi atti alimentarono una fama che li rese protagonisti anche della letteratura popolare, nei racconti d’avventura destinati ai giovani lettori inglesi. Ma la loro parabola declinò nell’ultimo quarto del XIX secolo. Gli Stati Uniti sospesero i pattugliamenti, il West Africa Squadron britannico fu sciolto e, nel 1870, l’Ammiragliato vietò ufficialmente l’arruolamento dei Kroomen nella costa africana. Una decisione motivata ufficialmente da ragioni logistiche, ma che rifletteva il crescente razzismo scientifico, pronto a relegare gli africani a lavori non qualificati.

La sopravvivenza dei Kroomen

Con la fine dello squadrone britannico e il progressivo ridimensionamento della loro presenza sulle navi da guerra, i Kroomen non scomparvero dal panorama marittimo. Molti continuarono a navigare come lavoratori portuali, guide, interpreti o barcaioli lungo le rotte commerciali dell’Atlantico, conservando una reputazione di affidabilità che li accompagnò in vari porti del mondo. Emblematico il caso di Jack Nimrod, che continuò a servire la marina per decenni dissimulando la propria origine. Le loro comunità, insediate a Freetown o Fernando Po, si trasformarono in nuclei permanenti di marinai con le loro famiglie, mantenendo usi e tradizioni propri pur in un contesto coloniale in rapida evoluzione.

La memoria dei Kroomen si lega indissolubilmente a quella della Royal Navy, che per decenni li considerò parte indispensabile delle pattuglie anti-schiavista. Allo stesso tempo, la loro storia mostra come una popolazione africana seppe ritagliarsi uno spazio di riconoscimento e di autonomia professionale, pur entro i limiti imposti dal potere coloniale e dai pregiudizi dell’epoca. Non più soltanto barcaioli al servizio dei mercanti, ma marinai esperti che avevano appreso tecniche, regole e linguaggi del mondo navale europeo, adattandoli alla propria cultura.

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