Durante gli anni più oscuri della Seconda guerra mondiale, mentre migliaia di ebrei venivano rinchiusi nei campi di concentramento nazisti, il mercato dei diamanti negli Stati Uniti registrava un incremento sorprendente. Entrambe le potenze coinvolte nel conflitto consideravano queste pietre di valore come una risorsa fondamentale per sostenere lo sforzo bellico. Mentre in Europa interi settori industriali venivano saccheggiati e le comunità ebraiche distrutte, oltreoceano si diffondeva l’idea che l’acquisto di diamanti fosse un gesto patriottico, capace di rafforzare economicamente le nazioni impegnate a fermare l’avanzata nazista.
Il legame segreto tra diamanti, Olocausto e Stati Uniti
Tutto iniziò il 16 aprile 1942, quando, in un’atmosfera già segnata dalla repressione dell’occupazione tedesca nei Paesi Bassi, tutti i commercianti di diamanti – ebrei e non – ricevettero l’ordine di presentarsi all’Amsterdam Diamond Exchange. Si trattava di un invito obbligatorio a registrare ogni pietra preziosa in loro possesso. Convocati a mezzogiorno, ciascuno di loro doveva portare con sé l’intero inventario commerciale, convinti che le autorità avrebbero rilasciato un documento ufficiale che attestava quantità, qualità e valore delle pietre. Una volta entrati nella grande sala dell’edificio, i commercianti trovarono però le uscite sbarrate. Quel giorno sarebbe passato alla storia come il Diamantroof, il “raid dei diamanti”.
Dopo qualche minuto, fece ingresso Carl Hanemann, capo del Rijksbureau voor Diamant, accompagnato dal commerciante di minerali tedesco Arthur Bozenhardt, dagli agenti dell’SS-Devisenschutzkommando e da poliziotti olandesi, tra cui il collaboratore Willem Klarenbeek. Tutti vennero costretti a consegnare ogni carato, sotto minaccia e senza possibilità di appello. L’umiliazione fu totale. Uomini abituati al rispetto professionale vennero perquisiti davanti ai colleghi, costretti a svuotare le tasche, a voltare le cuciture dei vestiti, a dimostrare di non avere nascosto nemmeno una gemma.
Il saccheggio nazista dell’industria del diamante

Hanemann dichiarò che i diamanti sarebbero stati suddivisi in “depositi ariani” e “non ariani” e custoditi in una banca ad Arnhem, garantendo – falsamente – che i commercianti ne sarebbero rimasti proprietari. In realtà, le gemme furono integralmente confiscate: oltre 71.000 carati, oggi l’equivalente di quasi due miliardi di sterline.
Per il regime nazista, i diamanti rappresentavano una risorsa cruciale. Il Devisenschutzkommando, istituito per saccheggiare beni in tutti i territori occupati, operava sistematicamente per impossessarsi di denaro, oro, arte e pietre preziose, ritenute utili per ottenere valuta forte e sostenere l’economia di guerra. Le industrie di Amsterdam e Anversa, che da decenni costituivano il cuore della lavorazione di oltre il 90% dei diamanti grezzi del mondo, divennero uno degli obiettivi principali.
Gli artigiani olandesi e belgi, maestri nella lavorazione delle pietre, ricevettero inizialmente un Sperr, una temporanea esenzione dalla deportazione, perché considerati essenziali allo sforzo economico. Più di mille famiglie vennero salvate – temporaneamente – per preservare competenze che il regime riteneva indispensabili. Tuttavia, a partire dal 1943, nel pieno della “soluzione finale”, Heinrich Himmler ordinò di trasferire attrezzature per la lavorazione dei diamanti nei campi di Vught e Bergen-Belsen. Le macchine vennero smontate dalle officine olandesi e ricollocate dietro il filo spinato. L’obiettivo era continuare la produzione all’interno dei lager, sfruttando i prigionieri fino all’ultimo respiro. Ma la produzione reale non si realizzò mai pienamente, a causa delle condizioni estreme e dell’impossibilità di replicare la precisione necessaria alla lavorazione.
Oppenheimer e la De Beers: il potere dell’industria globale

Nel frattempo, dall’altra parte del mondo, Sir Ernest Oppenheimer, imprenditore sudafricano e presidente della De Beers dal 1929, continuava a controllare la quasi totalità del commercio globale del diamante. Ebreo tedesco emigrato in Inghilterra e poi trasferito in Sudafrica, Oppenheimer aveva costruito un impero che regolava prezzi, distribuzione e produzione. A pochi mesi dall’invasione della Polonia, Oppenheimer inviò suo figlio Harry a New York per avviare una grande campagna pubblicitaria affidata alla NW Ayer & Co., con l’obiettivo di rafforzare il mercato americano.
Mentre in Europa si consumava il genocidio, le esportazioni di diamanti verso gli Stati Uniti continuarono senza interruzioni. Le vendite aumentarono del 29,3% tra il 1941 e il 1942. Le pietre tagliate dai lapidari ebrei olandesi – molti dei quali sarebbero stati deportati poco dopo – arrivavano nei mercati internazionali attraverso commercianti tedeschi che le rivendevano a prezzi elevati.
Il marketing americano promuoveva le campagne “Fighting Diamonds”, che presentavano l’acquisto di gemme come un gesto patriottico. I diamanti, secondo gli slogan, “aiutavano la vittoria”, sostenendo simbolicamente e finanziariamente gli Alleati. Il consumismo si mescolava così alla retorica bellica, oscurando completamente le condizioni tragiche nelle quali quelle stesse pietre venivano prodotte.
Diamanti africani: tra fascino e dominio coloniale

Oppenheimer conosceva profondamente il potere della pubblicità. Già nel XIX secolo De Beers aveva partecipato a fiere internazionali con spettacolari ricostruzioni di miniere sudafricane. All’Esposizione mondiale di Chicago del 1893, vennero trasportate dall’Africa tonnellate di kimberlite per ricreare il percorso di estrazione. Operai africani, chiamati “Zulu” dalle fonti americane dell’epoca, vennero messi in mostra come attrazioni viventi, mentre i visitatori osservavano il processo di selezione delle pietre dietro grandi vetri protetti.
Queste esposizioni, celebri e molto frequentate, alimentarono il mito del diamante come pietra esotica e preziosa, contribuendo alla diffusione della domanda negli Stati Uniti. Parallelamente, l’industria contribuiva alla nascita di politiche discriminatorie nei territori africani. Nelle miniere sudafricane furono introdotte, già dagli anni Settanta dell’Ottocento, leggi che escludevano i neri dalla proprietà e dal controllo delle risorse minerarie. Queste norme divennero il modello per alcune delle politiche che in seguito sarebbero state alla base dell’apartheid.
Il trionfo del marketing e l’ombra del genocidio

Negli anni Quaranta la strategia pubblicitaria di De Beers giunse al suo apice. Nel 1942 l’azienda presentò i diamanti come strumenti utili non solo per l’industria bellica – dalle punte dei trapani alle componenti di precisione – ma anche come simboli di amore e speranza per i soldati lontani. In un famoso annuncio pubblicato sul “New Yorker”, le pietre apparivano come “aiutanti preziosi”, capaci di unire valore sentimentale e valore industriale.
Quando l’annuncio comparve sulle riviste americane, molti dei lapidari ebrei che inizialmente erano stati risparmiati dalla deportazione venivano già caricati sui treni diretti ai campi di sterminio. Nel 1947, quando De Beers lanciò lo slogan che avrebbe cambiato per sempre il mercato – A diamond is forever – due terzi degli ebrei europei erano stati assassinati e la quasi totalità dei maestri tagliatori di Amsterdam non era più in vita.
Dopo la guerra: una rinascita impossibile
Alla fine del conflitto, l’industria olandese del diamante era devastata. Solo pochissimi lapidari ebrei riuscirono a tornare a casa. I tentativi di ricostruire il settore furono fragili e quasi sempre fallimentari. La concorrenza internazionale – soprattutto da Anversa, Israele, India e Stati Uniti – era ormai dominante. Le famiglie sopravvissute erano troppo poche per ricostruire le reti commerciali che avevano fatto di Amsterdam un centro mondiale della gemmologia.
Per molti artigiani ebrei, i diamanti erano stati al tempo stesso una fonte di salvezza e una trappola. Alcuni riuscirono a barattare piccole pietre per garantirsi passaggi attraverso i confini, sfuggendo alla deportazione. Altri, convinti che le loro competenze li avrebbero protetti, rimasero nelle loro città finché non fu troppo tardi. La maggior parte non sopravvisse.
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